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Patrizia Bonanzinga. La fotografia, un mezzo per conoscere la vita delle donne africane

Cultura / -

Patrizia Bonanzinga è una fotografa italiana che ha fatto della sua passione il mezzo con cui esprimere se stessa e le regole della società con la quale entra in contatto. Per il Padiglione We – Women for Expo ha realizzato un video con le immagini più significative della vita delle donne in Mozambico.

Patrizia Bonanzinga approda alla fotografia nel 1995, quando decide di usare una macchina fotografica per documentare la vita in alcune parti del mondo. Da cosa è scaturita questa scelta e come si rapporta oggi con il mezzo fotografico?
In realtà è stata la macchina fotografica che si è imposta a me! Fotografo dagli anni ’70, quando appartenevo ai quei gruppi di integralisti del bianconero che fotografavano soprattutto di notte, sviluppando e stampando i loro risultati in luoghi del tutto improvvisati, bagni, sottoscala, cantine e cucine. Da allora ho sempre fotografato. Nel 1995 sono arrivata a Pechino, con la mia famiglia. La Cina era ancora un Paese che faceva vivere un forte senso di spaesamento. Sebbene non fosse la prima volta che mi trasferivo all’estero, avevo la sensazione di essere approdata su un altro pianeta, con regole e stili di vita a me del tutto sconosciuti. La macchina fotografica si è subito imposta a me: non riuscivo a uscire da casa se lei non penzolava dal mio braccio. Così la fotografia ha preso il sopravvento. Dopo diversi anni di lavoro, ho incontrato Beatrice Merz, una donna stupenda, che ha pubblicato il mio primo libro “The Road to Coal” con la sua casa editrice d'allora, Hopefulmonster. In linea con le mie prime convinzioni, cioè che la fotografia fosse una rappresentazione, un’astrazione della realtà, il progetto è stato sviluppato rigorosamente in bianconero, con la mia pellicola preferita, la TX400 della Kodak.
 
Oggi però la fotografia ha subito dei profondi cambiamenti. Questo ha influenzato anche il suo lavoro?
Negli ultimi vent’anni, per la fotografia sono cambiate molte cose. Questa “mutazione” ha modificato, sdoppiandolo, anche il mio rapporto con la fotografia. Già dai primissimi anni del 2000, il mio lavoro si sviluppa secondo due piani distinti: da una parte realizzo reportage impegnati in territori sensibili, usando le classiche tecniche analogiche, dall'altra mi interrogo sulla relazione tra fotografia e realtà tramite la costruzione di medi formati digitali dove le immagini sono tagliate e rimontate: in tal modo cerco di esprimere una nuova realtà. A volte plausibile a volte surreale.
 
Come è nato il suo rapporto con l’Africa e quali emozioni ha suscitato in lei i suoi viaggi in questo continente?
Il mio rapporto con l’Africa sub-sahariana è cominciato nel 2006, quando mi sono occupata, per conto dell’UNICRI e della Cooperazione Italiana, del progetto di comunicazione a sostegno dell’introduzione di una nuova legge sulla giustizia minorile in Mozambico. Prima di allora, non mi ero mai spinta sotto l’equatore. Ne sono rimasta affascinata. Durante la mia vita da nomade, dopo aver molto girovagato, solo arrivando in quei posti ho afferrato aspetti che fino allora avevo solo percepito: lo spessore delle più semplici relazioni umane, la connessione e compenetrazione con la natura, la percezione e il significato dello scorrere del tempo. Era come se fossi entrata nei primordi della Civiltà. Ma soprattutto ho capito l’importanza del ruolo della donna: se l’Africa cammina, è anche grazie alla donna africana, che è il vero motore di questo cammino. La donna è l’archetipo africano. Perché l’Africa è femmina e, come una madre, dona la vita.
 
In questi giorni il Padiglione We - Women for Expo ospita il video nato dalla sequenza delle fotografie scattatate durante uno dei suoi viaggi in Mozambico. Ci vuole raccontare il progetto realizzato insieme a Davide Giorni nell’ambito di We & Women from Africa?
Il video “We & Women from Africa”, ospitato nello spazio “Me & We - Women for Expo” del Padiglione Italia a Expo Milano 2015, raccoglie solo una parte della lunga serie di ritratti che ho collezionato durante il mio ultimo soggiorno in Mozambico, nel 2012. Donne vestite per andare a lavoro, altre per stare in famiglia. Altre ancora, orgogliose di incontrarmi, hanno scelto di mettersi in posa con i loro abiti più belli. L’insieme è una rappresentazione della vita quotidiana dove i gesti, le attività, le preoccupazioni e le gioie non si discostano da quelli delle donne del resto del mondo. C’è chi lavora in una reception di albergo, chi fa la cameriera, chi l’assistente, chi l’ostetrica, chi la guaritrice, chi è studentessa. Chi resta a casa ad accudire i figli. Perché le donne africane si alzano alla mattina, bevono il caffè, prendono l’autobus, o la macchina, vanno a lavorare, pensano ai figli, alle amiche da incontrare, alla cena da preparare. Proprio come miliardi di altre donne che vivono in altri continenti.
 
Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai visitatori di Expo mostrando la vita quotidiana delle donne africane ritratte nelle sue fotografie?
Insieme a Davide Giorni, con il quale lavoro da qualche anno, abbiamo voluto realizzare un progetto dove la rappresentazione di quel quotidiano faccia capire come la diversità, in fondo, sia anche “nostra”, non solo “loro”. Ho cercato di costruire uno strumento, forse utile, per cercare di far avvicinare culture differenti tra loro. Un’ultima cosa, che ritengo importante, è che ho prodotto questa lunga serie di ritratti usando la macchina fotografica a pellicola XPAN Hasselblad che crea dei negativi 24x65mm, con i quali è possibile fotografare l’intero corpo di una persona. Fotografare in pellicola è molto diverso: esiste un tempo di sedimentazione tra il momento dello scatto e la visione del risultato, ciò implica un’altra posizione, o atteggiamento, nell’atto fotografico. Infine, i ritratti proposti, sono ritratti meditati: ho incontrato i miei soggetti in varie parti del Paese, li ho conosciuti, ho sentito le loro storie di vita e li ho fotografati. Ho intervistato tutti i miei soggetti: di ognuno conosco il nome, l’età, il lavoro e il tipo di famiglia. Ho collezionato 54 ritratti e brevi interviste. A partire dal 2006, sono tornata in Mozambico sette volte.

Durante la realizzazione di questo progetto, qual è stato il lato più emozionante?
Ciò che mi emoziona, sempre, è riuscire a comunicare con i miei soggetti. È difficile che io “rubi” una fotografia. Non nascondo mai la macchina e sento che sono molto più a mio agio se, prima dello scatto, entro in relazione con loro. Il fatto straordinario è che ciò vale anche per loro! Quando lo scambio è avvenuto chiedo loro di poter fotografare il loro ambiente, i loro oggetti, loro stessi. Quando ciò accade, mi sento che sparisco ai loro occhi, che mi confondo nel loro ambiente, che divento camaleontica.
 
Ci vuole raccontare un momento che l’ha particolarmente colpita?
Il momento che più mi ha colpita nella messa in opera di questo progetto è stato quando, appena arrivata ad Ilha di Mazambique nel settembre 2012, ho incontrato il Regolo dell’isola. Questa è una carica molto importante perché rappresenta colui che gestisce la giustizia all’interno della comunità. Avevo già incontrato il Regolo quando lo avevo fotografato nella sua casa con indosso divisa e fascia da cerimonia. Questa volta sono tornata portandogli in dono una copia di “Time Lag”, il mio ultimo libro pubblicato nel 2011, dove il suo ritratto appare a piena pagina. Non potrò mai dimenticare l’espressione di stupore e di orgoglio, ma soprattutto di felicità, apparsa nei suoi occhi quando ha realizzato che lui era tra i protagonisti di un libro pubblicato in Italia. Era felice come un bambino!
 
La donna rappresenta l’archetipo africano, ma anche quello della vita e del futuro. Da donna quali sono le sue aspettative e quale pensa possa essere il lascito Expo Milano 2015 per le generazioni future?
Il tema di questa Esposizione Universale tocca le corde del nostro futuro. E’ indubbio che la crescita demografica e la gestione delle risorse naturali e alimentari sono elementi strettamente correlati tra loro: una buona gestione di questi fattori migliorerà e proteggerà il nostro domani. A tal proposito, vorrei citare Marta Dassù che, dialogando con Ana Palacio durante un incontro nello spazio “We - Women for Expo”, ha precisato: “le donne costituiscono il 50% circa della forza lavoro nel settore agricolo, eppure su di loro ricade una serie di vincoli tali da comprometterne le capacità. In diversi paesi del mondo, per esempio, le donne non godono del diritto di proprietà della terra o non possono fare ricorso al credito agricolo”. Spero, quindi, che aver dedicato, all’interno del Padiglione Italia, uno spazio alle donne, possa dare un contributo alla coscienza collettiva, non solo maschile, dell’importanza del lavoro, del ruolo e della capacità della donna nelle società, in tutti i Paesi indistintamente. Stiamo vivendo un'epoca di totale incertezza nella quale le attività delle donne restano l'unica vera certezza.

 

 
 

Claudia Parzani. L'alleanza tra le donne di oggi è l'allenza per le donne di domani

Cultura / -

Let Girls Learn. Il nuovo impegno di Michelle Obama è tutto per l’educazione femminile

Sostenibilità / -

Michelle Obama è in visita il 18 giugno a Expo Milano 2015
©-Splash-NewsCorbis

Dopo il successo della campagna di educazione alimentare "Let's Move", la First Lady ha abbracciato un’altra causa, che punta a rimuovere gli ostacoli alla scolarizzazione delle ragazze nei Paesi in via di sviluppo. Perché istruzione di qualità significa vita migliore.

Nel mondo, 62 milioni di ragazze (metà delle quali in età adolescenziale) non frequentano la scuola. Le ricerche dimostrano che queste ragazze avranno minori possibilità economiche, saranno più esposte alla possibilità di contrarre l’Aids, avranno maggior probabilità di contrarre matrimonio precoce o forzato e sono in generale soggetti più vulnerabili a diverse forme di violenza o costrizione.
La Banca Mondiale ha stimato che ogni anno di scolarità persa fa calare del 18% le possibilità di futuro guadagno di una ragazza.
Questo perché un’educazione di qualità vuol dire poter migliorare la qualità della vita propria, della propria famiglia e della comunità.
 
L’impegno concreto della First Lady
Per questo, l’estate scorsa l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (USAID) ha lanciato la campagna Let Girls Learn, che raggruppa tutti gli sforzi già in atto in varie aree del mondo e da vari attori, cercando di metterli in rete per aumentarne la portata e ampliare le partnership pubblico-private in atto.
Michelle Obama – insieme ai Peace Corps - sta prestando la propria azione a favore di questo progetto, per sostenere progetti educativi guidati dalle comunità e che coinvolgano le stesse ragazze.
Nei viaggi ufficiali che l’hanno vista impegnata negli ultimi sei anni, infatti, la First Lady aveva già avuto modo di approfondire con esperti e attivisti dell’importanza di abbattere le barriere che ostacolano l’educazione femminile.
 
 
I punti chiave del programma
I Peace Corps, attraverso la presenza attiva dei propri 7.000 volontari, lavorano già fianco a fianco con le famiglie e le comunità in 60 Paesi in via di sviluppo.
Il primo anno del programma Let Girls Learn si è concentrato su 11 Paesi: Albania, Benin, Burkina Faso, Cambogia, Georgia, Ghana, Moldavia, Mongolia, Mozambico, Togo e Uganda. Ora l’accelerata impressa dal Governo Obama potrebbe estendere il raggio d’azione ad altri Paesi.
Il programma si articola in sei ambiti: educazione, empowerment, salute e nutrizione, prevenzione della violenza contro le donne, prevenzione matrimoni precoci o forzati, partnership multilaterali.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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