Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Continua

Fatica e poesia nel deserto. I Paesi Partecipanti al Cluster Zone Aride di Expo Milano 2015

Cultura / -

 
1 di 1
 
Mali, pastore nella tempesta di sabbia
© Remi Benali/Corbis
Mali, carovana nel deserto
© Hugh Sitton/Corbis
Gibuti, Lake Assal, carovana del sale
© Jean Du Boisberranger/Hemis/Corbis
Gibuti, città di Gibuti
© Anthony Asael/Corbis
Eritrea, Teseney, tempesta di sabbia
© Andrew McConnell/Robert Harding World Imagery/Corbis
Eritrea, gruppo etnico Bilen
© Bruno Morandi/Hemis/Corbis
Mauritania, Richat Structure, erosione del deserto di pietra
© Corbis
Mauritania, dipinto con ‘fo khoule’ a base di calcare
© Margaret Courtney Clarke/Corbis
Mauritania, spiaggia di Nouakchott, barche di pescatori
© George Steinmetz/Corbis
Palestina, beduini pastori di pecore
© Robert Wallis/Corbis
Palestina, pastori
© Abed Al Hafiz Hashlamoun/epa/Corbis
Palestina, Nabius, raccolta di olive
© Alaa Badarneh/epa/Corbis
Senegal, donne scendono le dune
© Gil Giuglio/Hemis/Corbis
Senegal, Lac Rose, tumuli di sale
© Nik Wheeler/Corbis
Senegal, foresta di baobab, mandriano con bestiame
© Frans Lanting/Corbis
Somalia, costa desertica
© Michael S. Yamashita/Corbis
Somalia, pastori e dromedari camminano verso l’abbeveratoio
© Andrew McConnell/Robert Harding World Imagery/Corbis
Somalia, studente
© Jason Florio/Corbis

Il concetto di aridità richiama alla mente le zone desertiche del Pianeta, in cui risulta molto difficile vivere e gestire al meglio le poche risorse idriche, eppure un quinto della popolazione abita in aree caratterizzate dalla scarsità d’acqua e, sopratutto, non tutte le zone aride sono uguali. Gli ambienti aridi infatti sono estremamente diversi in termini di suoli, fauna, flora, equilibri idrici e di attività umane.

Burkina Faso. Gli orti in Africa, simbolo di sostenibilità e di speranza

Sostenibilità / -

SLFO burkina faso imm
@archivio Slow Food

Grazie a Slow Food, i bambini della scuola di Gorom, nel nord del Burkina Faso, hanno a disposizione un orto dove coltivano gombi, bissap, cipolle, fagioli, zucchine, carote, insalata e imparano a prendersi cura della terra. Il progetto coinvolge anche cinquanta donne che, grazie all’associazione La Saisonniere, imparano a leggere e a scrivere.

Coltivare un orto può sembrare un gesto irrilevante in un continente sterminato come l’Africa, attanagliato da continue crisi e orientato verso un’agricoltura intensiva, basata su monocolture destinate all’esportazione, fertilizzanti chimici di sintesi e, in alcuni Paesi, colture ogm come il cotone Bt. Ma se gli orti diventano 10.000 e se stimolano lo sviluppo di reti di contadini, agronomi, studenti e cuochi, allora possono indicare la strada verso un futuro sostenibile, attento ai bisogni delle comunità locali, svincolato dal disegno imposto dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali e dagli investitori stranieri.
 
Nella scuola di Gorom, il pasto è a base di miglio, olio e dado
I bambini della scuola di Gorom (nell’estremo nord del Burkina Faso) si svegliano alle cinque del mattino e fanno chilometri a piedi per raggiungere la scuola, un caseggiato basso con poche stanze. Si siedono al banco, aprono il quaderno sgualcito e ascoltano attenti il maestro fino a mezzogiorno. Poi prendono il loro piatto e si avviano alla mensa: a terra, cuoce un pentolone di riso o miglio, insaporito con olio di semi, dado, a volte concentrato di pomodoro. Il pomeriggio riprendono le lezioni e la sera ripercorrono a piedi il tragitto per casa. Da marzo a maggio il caldo supera spesso i 40, 50 gradi, poi iniziano le piogge e finalmente, tra ottobre e febbraio, qualche mese di clima più clemente.

Fortunati perché hanno l’acqua
I 350 alunni della scuola fanno parte di una minoranza che ha il privilegio di imparare a leggere, scrivere e far di conto. Gli altri bambini burkinabè non trascorrono neppure un giorno sui banchi di scuola. Sono fortunati anche perché, lì vicino, c’è un pozzo con una pompa manuale funzionante. Una risorsa preziosa nella regione del Sahel, una fascia semidesertica affacciata sul Sahara. Ogni giorno la azionano spingendo in basso una lunga leva, riempiono grandi bidoni e li caricano su un carretto.

Grazie a Slow Food, la scuola ha un orto
Da quest’anno la scuola ha un piccolo orto. Nel novembre del 2013 il direttore ha partecipato a due giornate di formazione a Ouagadougou con i referenti Slow Food locali e poi, grazie a un piccolo contributo, la scuola ha acquistato una rete, una carriola, una pala, zappe e alcuni innaffiatoi. La rete ha delimitato un rettangolo di circa 200 metri quadrati e il perimetro è stato ulteriormente protetto con rami spinosi: un’accortezza fondamentale, perché in questa regione aridissima le capre tentano in ogni modo di brucare le piantine appena germogliate. Sul recinto si impigliano continuamente sacchetti neri di plastica portati dal vento. I bambini si impegnano a toglierli e ripulire, ma dopo poco questi tornano, perché sono praticamente ovunque: per strada, nei canali, aggrovigliati a ogni arbusto. A differenza di altri paesi africani (il Ruanda è stato il primo), il Burkina Faso non ha ancora vietato la produzione dei sacchetti di plastica e non esiste alcun sistema di raccolta né di riciclo.

Oasi di bellezza e di speranza
In questo contesto di terre spaccate dal sole e di cumuli di plastica abbandonati qua e là l’orto è una piccola oasi di bellezza, un segnale di speranza. I bambini, insieme agli insegnanti, coltivano tutto quel che riesce a sopravvivere – gombo (una specie di peperoncino verde), bissap (Hibiscus sabdariffa), cipolle, fagioli, zucchine, carote e insalata – e fanno attenzione a proteggere dal sole le piantine con teli di stoffa e paglia. Non coltivano direttamente sul suolo, troppo duro e sassoso: con mattoni di terra hanno costruito delle vasche rettangolari dove hanno sistemato terra riportata e letame. Tutti collaborano ai lavori dell’orto: innaffiano le verdure alle sette del mattino e alle cinque del pomeriggio, tolgono le erbe infestanti e raccolgono la verdura. «Vorremmo piantare anche degli alberi, perché il nostro orto diventi più vivo, e per donare ombra e ossigeno alle pian- te» spiega Abdoulay, un bambino di otto anni. «Ci piacerebbe avere arance e manghi, ma qui non crescono». Un solo albero da frutta, infatti, è capace di resistere alla siccità dell’area: il giuggiolo o “pommier du Sahel”, che sarà coltivato nei prossimi mesi.

Uno degli orti coinvolge anche le donne di Ouagadougou
A Ouagadougou, uno degli orti coinvolge 50 donne, riunite nell’associazione La Saisonniere. Lo ha creato Sophie Salamata Selgho, ex insegnante in pensione, insieme all’agronomo Moussa Ouedraougo. L’associazione è nata per consentire alle donne di imparare a leggere e scrivere, ma accanto all’aula per le lezioni, sono nate molte attività, tra cui un orto di circa mezzo ettaro. Ogni donna coltiva la propria parcella, rispettando le rotazioni e fertilizzando il suolo col compost. Tra le piante, si trovano il gombo, il fagiolo dell’occhio, la patata dolce e alberi come la moringa, la papaya e il néré (Parkia biglobosa, con cui preparare un condimento tradizionale). I prodotti dell’orto servono per il consumo familiare, sono venduti in uno spaccio o sui mercati vicini e sono impiegati in un piccolo ristorante allestito accanto all’orto: due o tre tavoli semplicissimi, dove si possono assaggiare pomodorini ripieni, patate dolci e salsicce di montone o verdure cotte di vario genere.
 
Slow Food a Expo Milano 2015
Lo spazio di Slow Food a Expo 2015 è un grande triangolo situato nell’area internazionale del sito espositivo, all’estremità orientale del Decumano, la via che percorre l’Expo da ovest a est. Siamo vicino a uno degli ingressi principali e a fianco di una grande Collina Mediterranea ricoperta da alberi di fichi, olivi e agrumi. Tutti gli spazi dell’area (percorso Scopri la biodiversità, area degustazione Slow Cheese e Slow Wine, Slow Theather, Orto Slow Food) sono ad accesso libero e gratuito. L’utile dell’area Slow Food sarà devoluto al progetto 10.000 orti in Africa

Festa dell’Europa. Il 9 maggio è un giorno di pace nel Vecchio continente

Cultura / -

Unione europea
© Eberhard Streichan/Corbis

Il 9 maggio è la Festa dell’Europa. 65 anni fa uno degli statisti più importanti del continente ha inaugurato uno dei periodi di pace e prosperità più longevi che la storia conosca.

Il 9 maggio del 1950 è la data di nascita dell’Unione europea. 65 anni fa il ministro degli Esteri francese Robert Schuman espose la sua idea di creare una nuova forma di cooperazione tra i Paesi europei che si stavano rialzando dopo la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale. La Dichiarazione Schuman, dunque, è frutto di un discorso che il ministro tenne a Parigi per dar vita a un’istituzione che mettesse in comune la gestione e la produzione del carbone e dell’acciaio e che archiviasse per sempre anche solo l’idea di tornare a risolvere i conflitti con la violenza.
 
Come tutto ebbe inizio
Un anno dopo nacque la Ceca la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. I primi Paesi che vi aderirono sono Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. A 65 anni di distanza e dopo una serie di trattati internazionali, La Ceca si è trasformata nell’Unione europea, un’organizzazione che conta sulla partecipazione di 28 Paesi che non solo hanno messo in comune le loro risorse, ma che condividono i valori, la maggior parte anche la moneta e che sono riusciti ad abbattere le frontiere facendole diventare pezzi da museo. Oggi si può andare da Tallinn (Estonia) a Lisbona (Portogallo) senza fermarsi. Dignità umana, libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia. Sono solo alcuni dei diritti fondamentali che ogni Paese deve accettare, condividere e promuovere per far parte dell’Unione europea.
 
L'Europa che guarda al mondo
Coltivare insieme il futuro dell’Europa per un mondo migliore. Questo è il theme statement scelto, il motivo della presenza dell’Unione europea a Expo Milano 2015: creare un ponte per condividere i valori su cui si fonda e condividere la pace che regna sul Vecchio continente e farne “dono” a chi ne ha bisogno attraverso iniziative di solidarietà che passano dal cibo, l’unico elemento in grado di unire popoli di culture diverse. Garantire la qualità dei prodotti alimentari, la sicurezza degli alimenti e la sostenibilità ambientale. L’Unione europea è tra i soggetti maggiormente impegnati nel contrasto ai cambiamenti climatici, a fronteggiare le minacce alla biodiversità e quindi a diffondere consapevolezza sull’importanza delle risorse naturali e delle scelte alimentari.
 
Il 9 maggio si festeggia tutto questo, nella speranza che la pace e la stabilità che l’Unione europea ha portato nel continente possa durare. Altri cento di questi giorni.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa