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Oggetti e vita quotidiana nella cucina sovietica

Cultura / -

Avos’ka – o reticella sovietica per la spesa – in nulla diversa da quelle che potevano avere le nonne occidentali, acquisisce nella memoria storica dei russi un significato molto forte e specifico della vita quotidiana dell’homo sovieticus. Ed è questo uno dei venticinque oggetti evocati nel bellissimo libro La vita privata degli oggetti sovietici (Gian Piero Piretto Sironi Editore, Milano, 2012).

Avos «magari», «chissà», che unito a ka, particella rafforzativa, dona enfasi al significato. Avos’ka, una parola quasi intraducibile che vede una delle versioni più accreditate in «Volesse il cielo di tornare a casa portandoci dentro qualcosa…». Un (agognato) qualcosa che sarebbe stato preparato (ma non consumato!) nella cucina di una kommunalka (abitazioni collettive di epoca sovietica); luoghi che, nella realtà, sono stati teatro di discordie e tensioni sociali lontani da quell’idea di spazi collettivi in cui realizzare il passaggio al nuovo modello di vita (nuovyj byt) tanto idealizzato dalla Rivoluzione del 1917.

SPAZI DEL CIBO E DELLA FAMIGLIA
In una nazione in cui si profetizzava un’imminente industrializzazione anche nel settore edilizio –in risposta alla grave carenza abitativa dei primi anni Venti – iniziarono interessanti ricerche su modelli insediativi per la ‘città socialista’. Ed è all’interno di queste ricerche che la modularizzazione di alcuni elementi dell’ambiente interno  - come la cucina - prese avvio: da una stanza ampia in cui la famiglia si riuniva, a un modulo armadio standardizzato in cui tutti gli elettrodomestici venivano compattati e organizzati secondo una logica di utilizzo e di risparmio di spazio.
Le sperimentazioni architettoniche non vennero in realtà prodotte in grande quantità e non vennero utilizzate dagli abitanti secondo le nuove linee guida del “vivere socialista”: lontano dalle entusiastiche visioni architettoniche degli anni Venti, la quotidianità riservava una condizione abitativa difficile e il rapporto tra la vita e gli oggetti si intrecciano rapporti imprevisti. Il samovar, il bicchiere a faccette, il dolce pasquale, la vodka, il pesce essiccato e i barattoli sono oggetti che nel nostro immaginario collocheremmo intuitivamente in cucina, ma non era così in epoca sovietica, quando negli spazi comuni si passava il tempo strettamente necessario a preparare il pasto. Si assisteva alla moltiplicazione di lavandini, fuochi e attrezzi nell’unica cucina dell’appartamento in modo da non condividerne l’uso, mentre tutto l’armamentario per consumarlo si concentrava nell’unica camera ‘privata’ destinata a ciascuna famiglia.

A PRANZO CON LA CULTURA …
La questione pratica racchiudeva però una più complessa questione umana ed è per questo che chiediamo a Gian Piero Piretto, docente ordinario di Cultura Russa e Metodologia della Cultura Visuale all’Università degli Studi di Milano, di raccontarci cosa rappresentava per i russi la Cucina come luogo intriso di ideali, ma anche di relazioni umane contrastanti.  Prof. Piretto, una sua riflessione…
 
P.P. : La cucina di un appartamento individuale sovietico, dunque non quella comunitaria dell’alloggio in condivisione, nella maggior parte dei casi si riduceva a quello che oggi, non senza eufemismi da immobiliarista, si chiamerebbe angolo di cottura. La valenza dello spazio semiotico raccolto e intimo della cucina si allargava, alla stanza che, nella più ricorrente delle accezioni era l’unica dell’appartamento, in cui si viveva, mangiava, dormiva, studiava e molto altro ancora. La sua dimensione leggendaria, a dispetto della metratura effettiva, si è però dilatata fino a collocarsi nella mitologia culturale al posto d’onore per il significato che le serate-nottate trascorse tra quelle mura hanno acquisito. Prendiamo le mosse dal testo del 1990 di un cantautore ben noto negli anni sovietici, Julij Kimintitolato proprio Moskovskie kuchni (Cucine moscovite).
 
Sala da tè uzbeca, tavola calda,
studio e bettola dove si gioca d’azzardo,
e soggiorno-stanza da ricevere
una volta detta salon,
osteria per il bullo di passaggio,
asilo notturno per il poeta senza tetto.
In una parola, cucina moscovita:
dieci metri per cento persone!
Bicchieri a faccette,
fragore vetroso,
bottiglie verdi piene
di quella, di lei, della nostra amata,
Oh, quante ne abbiamo vuotate
Con le acciughe e i ghiozzi,
e poi ammucchiate in un angolo
per i secoli!
 
Là ci si ritrovava tra amici fidati a passare insieme ore che si protraevano per notti intere, a parlare, discutere, leggere, litigare, innamorarsi, cantare, ridere, piangere. Era il territorio della “protesta” più autentica e in maggiore sintonia con il più puro spirito russo: non fragorosa, non eclatante, non mirata a uscire dai confini ma a fornire a chi non sopportasse la meschinità, la trivialità, la bassezza di ogni giorno, qualche momento intenso, sincero, fuori dalla norma, dai canoni, dallo squallore. L’abitudine sorse negli anni Sessanta e si protrasse fino alla perestrojka di metà anni Ottanta. Sulla tavola la kleënka (tela cerata) e le stoviglie più assortite, gli immancabili stakany granënye (bicchieri a faccette). Si ascoltavano e commentavano lì le canzoni dei cantautori (Vysockij, Okudžava, Galič), le poesie dei poeti  (Achmatova, Mandel’štam, Cvetaeva) nuovi (Cholin, Brodksij, Rejn). Si commentavano le ultime notizie non convenzionali, quelle che le fonti di informazione sovietiche non facevano circolare. Ci si sintonizzava, se esisteva un apparecchio radio a onde corte, sulle stazioni non ufficiali (Voice of America, Radio Liberty), quando gli oscuramenti e i disturbi procurati ad hoc non ne impedissero la ricezione. Si preparava e consumava cibo, si pronunciavano infiniti brindisi, si dibattevano problemi, esistenziali, politici, personali, che altrove non avrebbero trovato spazio né atmosfera. Si beveva molto, moltissimo, non solo per ubriacarsi (anche se alla fine qualcuno sbronzo inevitabilmente ci finiva) ma soprattutto perché “lei, la nostra amata e cara”, come scrive Kim, la vodka, era commensale immancabile e compagna fatale di tutte le emozioni entusiasmanti o tragiche che segnavano quei momenti.
 
Nella mia esperienza personale la cucina degli appartamenti comunitari restava off limits e se, l’ospite capitava (per sbaglio) nel sancta sanctorum della cucina, il primo impatto era di grande stupore: caos, panni stesi ad asciugare magari sopra un fornello accesso alla massima potenza,  tanti fuochi, almeno un tavolino per ogni famiglia, oggetti sparsi e abbandonati, residui di cibo nelle pentole. E, se un coinquilino era presente, partiva l’invariabile commento riprovevole rivolto a chi mi accompagnava: “Perché mostri a uno straniero la nostra sporcizia”? Tra l’irritazione il disagio. E a poco serviva la replica: “Ma lui è uno dei nostri, parla russo come un russo”, o qualcosa di simile.
Tratto da Gian Piero Piretto, Indirizzo: Unione Sovietica. Venticinque luoghi da un altro mondo, in corso di pubblicazione (novembre 2015) per Sironi, Milano.

 
 
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2 ottobre 1869. Gandhi: nonviolenza e dieta vegetariana

Cultura / -

© Hulton-Deutsch_Hulton-Deutsch Collection_Corbis

Uomo di una tempra morale d’acciaio. Pioniere della disobbedienza civile pacifica, ha portato l'India all'indipendenza. Teorico della forza della nonviolenza, l’ha esercitata anche nel piatto.

Il 2 ottobre, data di nascita di Mohandas K. Gandhi (1869-1948), è dichiarata “Giornata internazionale della Non-violenza” dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il 3 ottobre, il giorno successivo (forse non è una coincidenza) si celebra la Giornata Mondiale del Vegetarianesimo.
Politico e avvocato, tenace difensore di oppressi e discriminati, sindacalista, filosofo morale e guida spirituale dell’India, Gandhi è stato l’ispiratore e il regista delle lotte per l’indipendenza del paese dal Regno Unito. Teorico della disobbedienza civile di massa e della non-violenza (ahimsa, in sanscrito), vegetariano, fautore di una vita semplice al limite dell’ascetismo, seppe scuotere un popolo timoroso e inerme e condurlo, mano per mano, villaggio per villaggio (celebre la marcia del 1930: 400 chilometri a piedi dal suo ashram fino al mare) all’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1947. Morì a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948, a 79 anni, per mano di un fanatico indu. Ma già quando era in vita il suo nome era preceduto dall’appellativo di venerazione Mahatma (“Grande Anima”).
 
Non-violenza a tutto tondo
Per Gandhi il comandamento induista dell’ahimsa (non-violenza), ispirata dalla religione gianista, non si limitava agli esseri umani. La violenza sugli animali, il loro sfruttamento e la macellazione erano simbolo di assenza di sensibilità e rispetto, di morale e di pace. Secondo Gandhi sia gli uomini sia gli animali, infatti, sono creature di Dio e in quanto tali vanno rispettate allo stesso modo.
Vegetariano per scelta etica e religiosa, considerava la vita di un agnello non meno preziosa di quella di un essere umano. Scrisse, ad esempio, a proposito della tutela delle mucche come evento centrale dell’Induismo: “La tutela delle mucche per me è uno dei più straordinari fenomeni nell’evoluzione umana. Porta l’essere umano oltre la sua specie. La mucca per me rappresenta l’intero mondo al di sotto dell’uomo. L’uomo attraverso la mucca è obbligato a rendersi conto della sua identità con tutte le altre forme di vita. La tutela delle mucche significa la tutela di tutta la silente creazione di Dio”. Nonviolenza a tutto tondo, insomma. Non a caso gli viene attribuita la celebre frase:  ‘Il grado di civiltà di una nazione e il suo progresso morale possono essere giudicati dal modo in cui vengono trattati gli animali’.
 
La base morale del vegetarismo
“Vorrei semplicemente enfatizzare il fondamento morale del vegetarianesimo.
I vegetariani sono fatti di materiale più robusto. Perché? Perché il vegetarianesimo riguarda la costruzione dello spirito, non del corpo. L'uomo è qualcosa di più che carne. E' la spiritualità dell'uomo ciò di cui ci occupiamo. Perciò la base morale dei vegetariani dovrebbe essere la consapevolezza che gli uomini non sono nati carnivori ma per vivere della frutta e delle piante che crescono sulla terra.
Il solo fondamento per avere una società vegetariana e per proclamare un principio vegetariano è, e deve essere, di tipo morale.
La base del mio essere vegetariano non è fisica, bensì morale. Ho appurato dalla mia stessa esperienza, e dall'esperienza di migliaia di amici e compagni, che essi sono appagati, per quanto riguarda il vegetarianesimo, dal fondamento morale che hanno scelto per mantenere la loro decisione. Pertanto, credo che quello che i vegetariani dovrebbero fare non è enfatizzare le conseguenze fisiche del vegetarianesimo, ma esplorarne le conseguenze morali."
Dal discorso tenuto ad un convegno della Società Vegetariana di Londra il 20 Novembre 1931.
 
L’eredità
Non solo in India, dove è il Padre della Patria (la sua data di nascita è tuttora giorno di festa nazionale) ma ormai ovunque nel mondo Gandhi è considerato uno dei più grandi uomini dell’epoca moderna. Il suo carattere e l’esempio della sua vita ne hanno fatto un essere eccezionale.
Come teorico della azione diretta e della disobbedienza civile con metodi duri ma rigorosamente non-violenti e non cruenti, ha avuto grande influenza sui movimenti di liberazione e sulle più diverse minoranze emarginate. Dopo la sua scomparsa, dagli anni ‘50 in poi, si sono ispirati al suo metodo molti difensori dei diritti civili provenienti dalle più diverse ideologie:  da Martin Luther King a Nelson Mandela,  da Aung San Suu Kyi agli italiani Aldo Capitini (fondatore, tra l’altro, nel 1952 della prima associazione vegetariana d’Italia, denominata Società Vegetariana Italiana) e Marco Pannella.
Mahatma Gandhi lascia un ricordo incancellabile nella storia dell’umanità. Con la sua grande anima è destinato a vivere per sempre. E ad essere modello ed esempio. Anche di ciò che si mette nel piatto.
 
 

Diete illustri. Quello che non sapevi sui gusti dei filosofi

Cultura / -

CF I gusti dei filo imm

Dallo studio sulle preferenze gastronomiche di alcuni dei filosofi più noti come Diogene, Rousseau e Kant, vengono alla luce i vizi e le teorie alimentari di questi pensatori, che spesso preferivano pasteggiare a frutta fresca, bacche e carne cruda, scegliendo un’alimentazione molto semplice, talvolta in contrasto con le teorie complesse che elaboravano, invece, tra un pasto e l'altro.

L’intellettuale francese Michel Onfray, filosofo contemporaneo dal pensiero eclettico e controverso, con il testo “I filosofi in cucina” ha tentato di rispondere alla curiosità di molti in merito a quale fosse la dieta quotidiana preferita dei pensatori più conosciuti della storia. Se Spinoza amava piatti sobri e delicati come la zuppa di latte condita con burro, semolino cucinato con uvette o brodo di gallo, si racconta che Freud amasse cibarsi ogni giorno di carne bollita servita sempre con salse diverse. Se Nietzsche adorava le carni stracotte e la pastasciutta, Platone preferiva fichi secchi e olive, mentre Epicuro fichi e formaggio.

Diogene e il crudo ritorno alle origini
Il cinico Diogene era un crudista ante litteram. Mangiava anche la carne cruda, per esempio quella del polpo, anche se preferiva i vegetali, ad esempio le bacche o le olive. La regola aurea della sua dieta quotidiana consisteva nell’evitare il più possibile la cottura degli alimenti. “Il crudo” scrive Onfray “era per lui una decostruzione del sistema di valori su cui si basa la civiltà”. Per questa ragione, il filosofo greco rifiutava l’elemento del fuoco come simbolo del progresso e scelse per sé una dieta minimal che gli consentisse di tornare alle origini, allo stato di selvaggio, allo stadio animale, considerato per lui più puro di quello considerato civile.

Kant. Rigoroso anche a tavola
L’unico pasto che si concedeva il filosofo prussiano era il pranzo. Amava pasteggiare sorseggiando del vino Médoc, senza fretta e in compagnia.  “Quale maestro di cerimonie” scrive Onfray “Kant dirigeva le conversazioni che evitavano i luoghi comuni e i commenti sul suo lavoro". Sceglieva spesso di mangiare merluzzo fresco, di cui era ghiotto o carne tenere e pane di buona fattura, sui quali spalmava senape a volontà. Per il filosofo prussiano, l’eccesso di cibo e di alcolici erano vizi che abbruttivano lo spirito. La dieta kantiana presupponeva un uso morigerato di liquidi come zuppe e acqua, preferendo al contrario bevande più eccitanti come il vino.

Rousseau e il ritorno alla natura
L’autore di “Emilio” e de “Le confessioni” amava i cibi molto semplici e naturali come il latte cagliato, i semolini, la verdura e la frutta fresca. Non può essere considerato un amante della buona tavola in senso stretto, Onfray infatti racconta che, se non fosse stato necessario per la sopravvivenza, Rousseau avrebbe evitato senza problemi di nutrirsi. Anche per lui, come per Diogene, era fondamentale tornare al cibo delle origini, considerato più sano, naturale, poco artefatto e poco elaborato come invece considerava il cibo moderno, corrotto dalla civiltà. Per questa ragione, evitava le bevande fermentate e la carne. Ne "Le confessioni", Rousseau scriveva: "Non conosco miglior cucina di quella di un pasto rustico. Con latticini, uova, erbe; formaggio, pane nero e vino passabile si è sempre sicuri di offrirmi un buon pranzo”.

Sartre e il ribrezzo per i crostacei
Secondo gli studi di Onfray, l’esistenzialista francese non può essere certo definito un buongustaio, in quanto non considerava il cibo un piacere di cui godere, ma solo un’azione necessaria alla sopravvivenza, esattamente come Rousseau, ma al contrario di quest’ultimo, Sartre seguiva una dieta quotidiana molto particolare, non propriamente sana, costituita da un discreto numero di sigarette, pipe, vino, birra, acquavite, caffè e tè. I crostacei e i pomodori lo ripugnavano e preferiva solo i cibi artificiali, elaborati dal lavoro umano, come dolci, salami e pane. L’autore de “La nausea”, spiega Onfray “non mangiava mai frutti nella loro forma naturale. Preferiva frutti integrati in una preparazione umana, per esempio nei dolci”.
 
 

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