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Non basta pregare nei luoghi di culto, per essere credenti è necessario prima di tutto condividere il cibo e l’acqua

Cultura / -

Mahmoud Asfa
Alessandro Cremasco © Expo 2015

Lo spirito musulmano è uno spirito di pace, di giustizia e di fraternità. Per questo l’ISIS e altre situazioni simili, strumentalizzando la nostra religione all'insegna dell'odio e della violenza, costituiscono una ferita particolarmente dolorosa per noi.

La responsabilità dei religiosi nei confronti del cibo, dell’acqua e dell’energia è altissima: le religioni interpretano infatti il disegno di Dio per la vita dell’uomo, vita che si esprime attraverso la straordinaria essenza della natura umana che combina corpo e anima, fisicità e spiritualità in modo inscindibile. Nutrire e sviluppare una delle due parti trascurando l’altra è una aberrazione contro natura e il nostro ruolo di religiosi è proprio cercare l’equilibrio tra le due essenze di una stessa natura.

La Carta di Milano descrive e sottolinea più volte questo aspetto e ci trova solidali e concordi su un progetto che, attraverso il riconoscimento del diritto di ogni essere umano alla vita e allo sviluppo con il cibo, l’acqua e l’energia, ci impegna a operare in modo che questo sia il primo obiettivo da raggiungere. Per i musulmani, il Profeta ha avuto parole molto forti in questo senso e i suoi pensieri trovano nella Carta di Milano una condivisione particolare.

Il profeta dice: “l’umanità è associata in tre cose: l’acqua, il cibo e il fuoco”. Questo significa che cibo, l’acqua ed energia appartengono a tutti e nessuno ha il diritto di abusarne o di condizionarne l’accesso in modo iniquo. Una prima risposta quindi alla Carta è già perfettamente definita, non solo, ma questo concetto ha un valore universale, al di là della religione che, in questo caso, lo esprime.
Un altro detto del Profeta sottolinea ulteriormente questo concetto: “Giuro, non è credente, non né credente, non è credente chi dorme con la pancia piena mentre il suo vicino soffre la fame!” esprimendo così un nuovo senso della fede: per essere credenti è necessario condividere prima di tutto il cibo e l’acqua: non basta andare a pregare nei luoghi di culto, bisogna essere operatori di giustizia condividendo con gli altri esseri umani il necessario per vivere.
 
Noi siamo convinti, ma certamente tutti saranno d’accordo, che il primo passo per avere la pace nel mondo è dare ad ogni persona il cibo necessario. Quale madre o padre può tollerare di non avere nulla da dare da mangiare ai suoi figli senza reagire e cercare anche in modo violento di placare la loro fame! L’equa distribuzione del cibo è il migliore strumento per fermare le guerre e le malattie e noi, interpreti del disegno di Dio, non possiamo tralasciare questo aspetto di carità e di giustizia.

Di pari passo e con lo stesso impegno bisogna gestire e controllare le nuove fonti di energia e l’accaparramento di armi di distruzione di massa usati quotidianamente in diverse parti del mondo. Per noi musulmani costituisce una ferita particolarmente dolorosa quel che sta succedendo strumentalizzando la religione e il Corano, che sta creando perdite di vite umane e di memoria culturale in molte nazioni. Parliamo dell’ISIS e di altre situazioni simili che nulla hanno a che vedere con lo spirito musulmano che è spirito di pace, di giustizia e di fraternità.

Il tema del consumo e della distribuzione del cibo è un altro dei cardini della Carta di Milano. Un grande filosofo greco diceva: “Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei.” Anche su questo argomento il nostro Profeta ha dato un indirizzo importante: “il figlio di Adamo non ha mai riempito un contenitore peggio del suo stomaco! Gli bastavano alcuni bocconi per mantenerlo forte e attivo. Se non riesce a controllarsi, mangi e beva in modo da occupare per un terzo lo stomaco con il cibo, un terzo con l’acqua e per un terzo lasci spazio per il respiro”. Questo detto introduce un altro elemento caratteristico della nostra espressione religiosa: il digiuno. In ogni religione il digiuno è strumento di disciplina spirituale. Ma non solo: il benessere del corpo e dello spirito passano proprio attraverso una disciplina alimentare che prevede l’astinenza da cibo per qualche periodo. Sentire la fame consente di capire il disagio di chi non ha da mangiare.
 
La solidarietà è necessariamente condivisione. L’elemosina non aiuta a crescere: giustifica soltanto sé stessi. La condivisione consente di comprendere quelli che non hanno e far parte con loro di quello che abbiamo. Le donne che crescono nel loro seno i figli e li nutrono della loro carne sono quella parte di umanità che più ci avvicina a Dio dal punto di vista della capacità di soffrire per dare un’opportunità alla vita. Il nostro impegno non può prescindere dalla valorizzazione di questa parte di noi sovente messa in un angolo.

Le donne e gli uomini possono essere portatori di giustizia soltanto se avranno pari dignità e pari responsabilità nelle decisioni in famiglia e nella società. Ora si tratta di dare vita alle parole che diciamo e che, oggi, sottoscriviamo in forma solenne. Nessuno di noi può tornare a casa come se fosse passato un giorno come tutti gli altri: oggi noi ci impegniamo a dare alle future generazioni un mondo migliore dove, attraverso una giusta produzione e distribuzione del cibo, delle risorse idriche e dell’energia, la pace e lo sviluppo interiore siano nutriti della spiritualità che un corretto utilizzo di questi strumenti sostiene. Potremo così tornare a lavorare, pensare, progettare e costruire come associazione di esseri umani, quelli che con il corpo manifestano l’azione dello spirito.
 
 
 

Emilia Rio. Vi racconto come funziona la raccolta differenziata sul Sito Espositivo

Sostenibilità / -

rio imm riferimento
Amsa

A poco più di tre mesi dall'apertura, il tasso di raccolta differenziata a Expo Milano 2015 è superiore al 65% mentre il capoluogo lombardo, grazie al virtuoso lavoro di AMSA, si attesta oggi al primo posto tra le capitali europee nello smaltimento differenziato di rifiuti. Lo afferma la Presidente dell'Azienda Milanese Servizi Ambientali di Milano in una intervista esclusiva.

A oltre 90 giorni dall'inaugurazione, come procede il servizio di raccolta rifiuti ad Expo Milano 2015? Qual è il tasso di raccolta differenziata dei rifiuti all'interno del Sito Espositivo? E l'obiettivo da raggiungere?
Organizzare il servizio di raccolta differenziata per una vetrina planetaria come Expo Milano 2015 è stata certamente la sfida più impegnativa che Amsa ha affrontato quest’anno. I risultati sono positivi: il dato progressivo della raccolta differenziata nel Sito Espositivo dal 1° maggio ad oggi è di poco superiore al 60%. Ma nelle ultime settimane abbiamo superato il 65%, avvicinandoci progressivamente al traguardo del 70% di raccolta differenziata, obiettivo che ci siamo posti insieme con Expo Milano 2015.
 
E' molto complesso in una realtà complessa come una Esposizione Universale? Come vi siete organizzati?
Il confronto con 140 Paesi presenti all’Esposizione Universale, ognuno con la propria cultura e tradizione anche nella gestione della raccolta rifiuti, è stato - ed è tuttora - certamente il passaggio più impegnativo per riuscire ad ottenere una raccolta differenziata qualitativamente e quantitativamente apprezzabile. Abbiamo realizzato e distribuito una guida sintetica con le regole basilari per la corretta gestione dei rifiuti, contenenti i dettagli sulle metodologie, gli orari di conferimento e di raccolta, le tipologie contenitori da utilizzare. Inoltre, grazie al supporto di Expo Milano 2015, sono stati organizzati dei corsi di formazione per gli addetti ai lavori. Amsa si occupa anche della fornitura del materiale necessario per la raccolta differenziata (cassonetti, trespoli e sacchi). Va evidenziato che Expo Milano 2015 è un laboratorio di sperimentazione per Amsa. Alla tradizionale raccolta porta a porta presso i Padiglioni e gli esercizi commerciali (concettualmente paragonabile al sistema utilizzato a Milano), abbiamo affiancato la raccolta differenziata stradale. Nel Sito Espositivo, infatti, abbiamo posizionato delle piccole isole ecologiche grazie alle quali i visitatori possono differenziare le 5 frazioni principali: organico, carta, plastica e lattine, vetro ed indifferenziato.
 
Quali difficoltà incontrate e come le state affrontando? I visitatori collaborano?
Come per tutti i progetti e le sfide, c’è stata una fase di assestamento e di messa a punto dell’attività di raccolta rifiuti e pulizia degli spazi che ha coinciso con le prime settimane di Expo Milano 2015. Ma da subito i risultati hanno premiato l’attento e meticoloso lavoro di preparazione dell’attività e di formazione del personale dedicato. I visitatori stanno facendo, in genere molto bene, la loro parte. Senza la collaborazione di tutte le persone coinvolte, compresi i visitatori, non sarebbe stato possibile raggiunge questi risultati. In partnership con Expo Milano 2015 abbiamo realizzato iniziative di sensibilizzazione: video, campagne informative agli ingressi del Sito Espositivo, ingaggio dei volontari e del personale di Expo Milano 2015 per la supervisione dei punti di raccolta.
 
Cosa si può fare, di più di quanto si sia già fatto, per sensibilizzare maggiormente i visitatori e, i cittadini in generale, a una raccolta corretta?
Amsa, insieme al personale di Expo Milano 2015, cerca di migliorare quotidianamente le situazioni più complicate nel Sito Espositivo. Le carte per perfezionare il servizio sono la perseveranza e il gioco di squadra con gli organizzatori dell’evento. L’obiettivo è a un passo, ma bisogna stare attenti a non abbassare la guardia. Approfitto per ringraziare pubblicamente i dipendenti di Amsa per l’impegno, la dedizione e la professionalità che ripongono ogni giorno nel proprio lavoro.
 
Quali passi sono stati compiuti negli ultimi cinque anni nella città di Milano in merito alla raccolta e al riciclo dei materiali? Cosa ancora c'è da fare?
Nel 2010 la percentuale di raccolta differenziata nel Comune di Milano era del 33%. In 5 anni siamo arrivati al 53%, una quota che rende Milano la capitale europea della differenziata. Abbiamo esteso la raccolta dell’umido a tutte le utenze domestiche, sostituito i sacchi neri con i trasparenti per la raccolta dell’indifferenziato, innovazioni che hanno permesso il crollo della porzione di rifiuti non avviati a recupero. Abbiamo avviato progetti di sensibilizzazione mirati ai cittadini stranieri residenti in città, lavoriamo in sinergia con le scuole, le università e le istituzioni. I risultati sono soddisfacenti, al nostro interno bisogna continuare a lavorare per migliorare il servizio e cercare costantemente il coinvolgimento dei cittadini. Le campagne di sensibilizzazione toccano tanti target e obiettivi diversi, cito un esempio: “Cargo Bike”, cronologicamente l’ultima iniziativa messa in campo. Squadre Amsa in bicicletta permettono la raccolta differenziata di bottiglie e altri contenitori in plastica, alluminio o vetro nelle zone pedonali a più altra frequentazione della città. Un impatto significativo in special modo nelle cosiddette aree della movida, frequentatissime da giovani e giovanissimi.

Tra Amsa e le aziende italiane o straniere che si occupano dello smaltimento dei rifiuti nelle città, fate un lavoro di rete, diffondete e vi scambiate le buone pratiche? Se sì, c'è un progetto innovativo, una iniziativa particolarmente interessante che è stata intrapresa in un'altra città e che le piacerebbe venisse attivata anche a Milano?
Sono molti anni che Amsa si rapporta con altre aziende italiane, europee e anche di altri continenti del nostro settore, ad esempio con BSR, l’azienda che si occupa della raccolta rifiuti e della pulizia di Berlino, per avere un confronto sulle metodologie di lavoro e sulle criticità da affrontare nei rispettivi territori. I confronti si sono moltiplicati da quando Amsa ha implementato il servizio di raccolta “porta a porta” dei rifiuti organici presso le utenze domestiche, una tipologia di raccolta considerata un modello di riferimento per città di dimensioni metropolitane. Le visite delle delegazioni di municipalità straniere, quali ad esempio Shangai e Parigi, sono state per noi un’occasione di confronto anche sull’approccio ad altre attività di servizi ambientali. Amsa partecipa anche ai periodici convegni del C40 – Cities Climate Leadership Group - un confronto permanente fra diverse città del mondo finalizzato alla riduzioni delle emissioni inquinanti in atmosfera. Ci interessa molto approfondire i progetti messi in campo in altre città per affrontare il problema delle deiezioni canine e qualche buono spunto l’abbiamo trovato nell’esperienza di Berlino: stiamo studiando le possibili soluzioni operative adottabili nella città di Milano, ma riteniamo che per ottenere buoni risultati sia importante attivare efficaci iniziative di sensibilizzazione nei confronti dei proprietari dei cani, che ci accingiamo a promuovere in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Milano.
 
Per la prima volta un'Esposizione Universale ha un progetto che mette al centro le donne, WE-Women for Expo. Come possono contribuire le donne alla diffusione di un messaggio di rispetto per l'ambiente e in che modo il loro ruolo nelle istituzioni e nelle aziende come la sua può fare la differenza?
L’approccio particolarmente competente, analitico e determinato da parte delle  donne al lavoro e ai progetti da portare a termine e la loro sensibilità sono un plus sempre più apprezzato nelle aziende e nelle istituzioni. Le statistiche dicono, però, che ancora oggi in Italia le donne hanno minori opportunità di carriera e che, a parità di funzione e responsabilità,  sono spesso retribuite meno degli uomini. Per affrontare in modo concreto il problema, il Gruppo A2A, di cui Amsa fa parte, ha recentemente lanciato il “Progetto Melograno” che intende promuovere il cambiamento verso un equilibrio di genere costruendo assieme lo sviluppo di una nuova cultura aziendale. Gli ambiziosi obiettivi del progetto partono dalla promozione del cambiamento attraverso l’ascolto (sono previsti cinque gruppi di lavoro composti da colleghe e colleghi) e sono focalizzati alla valorizzazione della componente femminile in azienda.   
 

 
 

Giorgio Alleva. In Italia la misura del progresso c'è, e si chiama Bes

Economia / -

Giorgio Alleva, presidente dell'Istat

Il Pil non si può ancora rimpiazzare. Ma diversi Paesi stanno lavorando per formulare un set di indicatori che lo completino. Il presidente dell'Istat illustra le caratteristiche del Benessere Equo e Sostenibile.

Da dove nasce il lavoro per la formulazione del Bes? 
Il framework del Bes – 12 domini e 134 indicatori – è il prodotto di un processo che ha coinvolto gli esperti e la popolazione nella definizione di che cosa intendiamo per benessere equo e sostenibile in Italia. Il processo, iniziato a dicembre del 2010, ha permesso di giungere alla pubblicazione del primo rapporto Bes nel marzo del 2013. 
Come è noto, il concetto di benessere cambia secondo tempi, luoghi e culture e può quindi essere definito solo attraverso un percorso condiviso tra i diversi attori sociali che conduca a definire le dimensioni più importanti (i cosiddetti “domini” del benessere) e le possibili priorità per l’azione politica. 
Per definire gli elementi costitutivi del benessere in Italia, il Cnel e l’Istat hanno costituito un “Comitato di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana” composto da rappresentanze delle parti sociali e della società civile. Inoltre, l’Istat ha costituito un’ampia e qualificata “Commissione scientifica” di esperti dei diversi domini riconducibili al benessere. 
Si è giunti quindi alla definizione di un concetto di “Benessere Equo e Sostenibile” (Bes), con l’obiettivo di analizzare livelli, tendenze temporali e distribuzioni delle diverse componenti del Bes, così da identificare punti di forza e di debolezza, nonché particolari squilibri territoriali o gruppi sociali, anche in una prospettiva intergenerazionale (sostenibilità).
 
Quali esperienze analoghe di altre nazioni sono attualmente a regime? 
In questi stessi anni si sono sviluppate molte iniziative a livello nazionale e locale, come il «Canadian Index of Wellbeing» (Ciw), il Measures of Australia’s Progress, la misurazione del Gross National Happiness Index  in Buthan, mentre nel Regno Unito nel 2010 l’Office for National Statistics (Ons) ha lanciato il programma «Measuring National Well-being», il cui obiettivo è di sviluppare e pubblicare «un set di indicatori condiviso e affidabile a cui i cittadini possano rivolgersi per capire e monitorare il benessere nazionale».
 
In che modo questi Paesi integrano i nuovi indicatori agli altri parametri economici?
In generale, le iniziative che rientrano nello schema teorico del “Gdp and Beyond” propongono dei set di indicatori complementari agli indicatori economici classici. Al momento nessuna di queste prevede di rimpiazzare il Pil con altri sistemi di misura ma appunto di affiancarlo con indicatori che possono mostrare aspetti del progresso delle società. 
Fa eccezione il «Canadian Index of Wellbeing» che è al momento l’unico progetto internazionale a calcolare un indicatore unico di benessere affiancato al Pil per mostrare l’andamento nel tempo delle due variabili.
 
Tra gli indici alternativi sviluppati negli anni a livello globale, quali costituiscono la base teorica di riferimento del Bes? 
A partire dal 2001, l’Ocse ha promosso diverse iniziative per far crescere la consapevolezza sul tema e con la «Dichiarazione di Istanbul» del 2007 adottata dalla Commissione europea, dall’Ocse, dall’Organizzazione della conferenza islamica, dalle Nazioni Unite, dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) e dalla Banca mondiale, si è raggiunto un primo consenso internazionale sulla necessità di misurare il progresso sociale in ogni Paese, andando oltre le misure convenzionali. 
Il lavoro più significativo in quest’ambito è il Rapporto finale della «Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale», la cosiddetta Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, in cui si propone uno «spostamento dell’enfasi dalla misurazione della produzione economica alla misurazione del benessere delle persone» attraverso un approccio multidimensionale.
Infine, l’Istat ha coordinato il progetto «European Framework for Measuring Progress»  che ha lo scopo di promuovere il dibattito sulle misure di benessere e di progresso tra gli stakeholders per sviluppare un network europeo e supportare gli istituti nazionali di statistica a migliorare la loro capacità di produzione statistica in quest’area.
 
Ritiene possibile trovare un indice alternativo al PIL univoco a livello internazionale che incontri la stessa fortuna del macro-indicatore economico per eccellenza?
Questa domanda è particolarmente complessa. Finora, l’obiettivo condiviso a livello internazionale è stato definire dei set di indicatori per la misurazione della qualità della vita, complementari agli indicatori economici classici.
Rispetto alla creazione di un indicatore unico di benessere le opinioni sono molto contrastanti e molti ritengono che si tratti di un concetto multidimensionale che difficilmente può essere ridotto a un numero unico.  
Tuttavia, l’Istat sta valutando la possibilità di costruire un indicatore composito per ciascuno dei 12 domini del Bes. Inoltre, è probabile che in futuro l’esigenza di confronto internazionale porti le varie iniziative ad armonizzarsi sempre più, creando un sistema organico per la misurazione del benessere a livello internazionale.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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