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Negare il cibo al Pianeta, vuol dire impedirgli la crescita spirituale

Cultura / -

Carlo Serra
Alessandro Cremasco © Expo 2015

A troppi esseri umani nel mondo oggi è negato il cibo, e negare il cibo non è solo affamare una persona ma è negare la sua dignità di essere umano, e soprattutto la sua possibilità di crescita e di consapevolezza di sé.

Buddha Shakyamuni è spesso rappresentato con la ciotola nella mano sinistra e l’altra mano nel gesto dell’insegnamento. Questo fatto lo mette chiaramente in relazione con il cibo. Ma quale è questa relazione?

Oggi siamo qui per celebrare tutti uniti  un momento di consapevolezza verso il cibo rappresentato dalla  Carta  di Milano perché per  gran parte delle religioni il cibo è un valore oltre che una sostanza o un prodotto. Dovrebbe essere per tutti  una sostanza di consapevolezza: abituati come siamo a consumare il cibo in fretta, da soli, in piedi e spesso compiendo contemporaneamente altre azioni multitasking, non diamo più al cibo nessun valore se non quello del gusto o del benessere personale. Se si è sentita l’esigenza di dedicare addirittura un’ Esposizione Universale al cibo, significa che il rapporto con il cibo va recuperato a 360°. Nella sua Natura Originaria, per tutte le religioni il cibo non è merce di scambio di profitto o di potere come è diventato, e deve tornare ad essere  alimento di consapevolezza dell’essere umano, per una consapevolezza che il nostro corpo è il cibo che mangiamo, la nostra mente e il nostro spirito sono il cibo che mangiamo: per il Buddhismo mente corpo e spirito sono una unica essenza.
 
Aiutare a recuperare questa importante visione di unità è una delle pratiche dello zen collegate al  cibo. Aiutare  a ridare il giusto valore al cibo che è la nostra vita, che siamo noi, aiuta a comprendere l’importanza del cibo e del nutrirsi per noi e per  tutti gli esseri, la comprensione che il cibo e il nutrirsi è un atto spirituale perché è una condivisione di interdipendenza e interconnessione con tutto il pianeta e non solo. A troppi esseri umani è negato il cibo, e negare il cibo non è solo affamare una persona ma è negare la sua dignità di essere umano, e  soprattutto  la sua possibilità di crescita e consapevolezza di sé o spirituale si direbbe in altri ambiti religiosi.

Non solo. Non aiutare gli esseri umani, ma anche gli animali, le piante la terra intera a nutrirsi adeguatamente, significa impedire a tutti noi e al Pianeta  di compiere il viaggio di realizzazione, di illuminazione, di risveglio alla nostra vera natura di esseri universali.
 

È necessario stabilire un profondo legame con la natura ed evitare il massacro animale e vegetale

Cultura / -

Triaian Valdman
Alessandro Cremasco © Expo 2015

Tra i beni, il cibo è fondamentale, ma dipende da come gli esseri umani lo utilizzano. Il loro compito non è di sfruttare la terra in modo eccessivo senza pensare agli altri e tanto meno alle generazioni future, ma è quello di coltivarla e custodirla.

A nome di Sua Eccellenza il Vescovo Siluan della Diocesi Ortodossa Romena di Milano, la più numerosa comunità cristiana dopo quella cattolica in Italia, e a nome di altre Chiese Ortodosse che hanno delegati presenti a questa assise nella Expo Milano 2015, oggi 1 di settembre, giornata della creazione, sottoscriviamo con convinzione la Carta di Milano, la quale dichiara che il diritto al cibo è diritto umano fondamentale.
 
Lo facciamo in coerenza con la nostra fede cristiana ortodossa che contempla l’uguaglianza di tutte le persone umane, credenti o no, considerate dalla Scrittura “immagine di Dio”, un Dio che è Padre per tutti, il quale sacrifica il proprio Figlio “per noi uomini e per la nostra salvezza”, e che vuole che ogni uomo venga alla conoscenza della verità e si salvi.
 
Lo facciamo perché Dio stesso dona al primo uomo, Adamo, il giardino dell’Eden, cioè tutto ciò che gli è necessario per nutrirsi e per vivere. E lo fa con due indicazioni: “riempire la terra e dominarla…” Genesi 1, 28-30) e “coltivarla e custodirla” (Genesi 2, 15). Dominarla non significa esserne padroni irrispettosi, che cercano i suoi frutti soltanto per interessi e piaceri egoistici, bensì non lasciarsi dominare da essa, cioè non diventare schiavi dei beni che la terra offre. Questi vanno considerati mezzi al servizio del dono più grande che è la vita. Tra i beni, il cibo è fondamentale, ma dipende come lo utilizziamo. Il compito dell’uomo non è di sfruttare la terra in modo eccessivo senza pensare agli altri e tanto meno alle generazioni future. Invece è quello di coltivarla e custodirla. Il teologo Staniloae considera che qui si manifesta il grande ruolo del pensiero, dell’immaginazione e del lavoro dell’uomo nella sua opera creatrice nella natura. Mediante il lavoro ognuno ottiene i mezzi necessari non soltanto per sé, ma anche per gli altri. Così il lavoro porta il segno dell’amore tra gli uomini. Con il suo carattere di sacrificio, ascetico, il lavoro spiritualizza sia l’uomo che i frutti che la natura gli dà (Teologia Dogmatica Ortodossa, vol. 1, p. 326) .
 
Circa l’utilizzo del cibo la spiritualità ortodossa propone due atteggiamenti più importanti: l’ascesi e la solidarietà. La storia di Adamo ed Eva ci racconta che, ingannati dall’aspetto tentante del frutto proibito, il quale “era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Genesi 3, 6), non rispettano il divieto di Dio e ne mangiano. Con ciò nel mondo appare il peccato originario. Esso è connesso al cibo, che è necessario per vivere, ma non è tutto, non è scopo in sé, non deve portare all’allontanamento dal Creatore. La conseguenza della trasgressione è che i primi uomini vengono allontanati dall’Eden e diventano mortali.
 
Gesù Cristo rovescia tale atteggiamento. Egli inizia la missione con il digiuno nel deserto e “dopo quaranta giorni e quaranta notti gli viene la fame” (Matteo 4, 2). Alla tentazione del Diavolo di mangiare come se la vita dipendesse solo da questo, Gesù risponde con le note parole: “non solo di pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4, 3; cf Deuteronomio 8, 3). Così restaura la relazione tra il mangiare, la vita e Dio. Con il digiuno egli libera l’umanità dal mangiare, dalla materia, dal mondo senza valori spirituali (cf. A. Schemann, Postul Mare (Great Lent), Ed. Sophia, Bucarest 2013, pp. 155-159). Infatti non viviamo per mangiare, bensì mangiamo per vivere. Occorre osservare l’ascesi. Essa è necessaria per limitare i bisogni materiali, per rispettare di più la terra, i suoi ritmi e la vita che le è propria, per operare un’indispensabile distribuzione su scala planetaria, per stabilire una profonda sim-patia con la natura ed evitare il massacro animale e vegetale.
 
Il Patriarca Hazim IV d’Antiochia propone l’esorcismo creativo della tecnica, per renderla più attenta e più aperta, per evitare la tentazione prometeica di costruire il mondo come realtà chiusa il cui “piccolo dio” sarebbe l’uomo. Egli considera che il senso della vita non viene dalla tecnica, ma dall’uomo che si riconosce immagine di Dio e affronta il mondo come dono e parola di Dio (Salvare la creazione, Ed. Ancora, Milano 1994, pp. 40-42).
 
Ma la natura con il cibo che essa offre non riguarda soltanto l’uomo singolo, non è soltanto per una persona o un gruppo o un popolo. Il Signore Gesù Cristo ci insegna a chiedere il cibo a Dio e non solo per noi: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matteo 6, 11). Ecco perché gli uomini devono pensare in modo solidale alla lavorazione dei doni della natura. Egli stesso ordina agli apostoli di dare da mangiare alle folle che lo seguono  (Matteo 14, 16; Marco 6, 37; Luca 9, 13) per le quali moltiplica i pani (Matteo 14, 13-21¸15, 29-39; Marco 6, 34-44, 8, 1-9; Luca 9 10-17; Giovanni 6, 13). Non solo, ma dà se stesso come il pane che viene dal cielo (Giovanni 6, 35). Il dare da mangiare ed essere misericordioso con chi ne ha bisogno (Matteo 5, 7) porta alla vera felicità. “Venite alla destra benedetti del mio Padre, perché ero affamato e mi avete dato da mangiare!” (Matteo 25, 34-35). L’insegnamento cristiano in materia è altruista. Gesù offre il suo corpo e il suo sangue, cioè tutto se stesso. La prima comunità cristiana di Gerusalemme sceglie sette diaconi per servire alle mense (Atti 6, 1-6).
 
Sulla base di tali insegnamenti biblici, affermiamo la nostra consapevolezza che abbiamo la responsabilità di lasciare alle generazioni future un mondo più sano, equo e sostenibile. Ecco perché facciamo propri gli impegni della Carta di Milano, che, senza dimenticare la fame spirituale, speriamo di adempiere: avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo al fine di compiere scelte responsabili, consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, evitare lo spreco di acqua in tutte le attività quotidiane; promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare, e direi anche ecclesiale, per una crescita consapevole delle nuove generazioni.
 
Soltanto così, facendo collaborare i due emisferi spirituali dell’Oriente e dell’Occidente, diventiamo attori di un rinnovamento del mondo e della società, soltanto così la nostra fede si manifesta fattiva nelle sue opere che la confermano e la rendono capace di rinnovare il mondo.
 
 
 
 
 
 

Cécile Kyenge. Dobbiamo saper ascoltare, per valorizzare le buone pratiche

Economia / -

Cécile Kyenge
Expo 2015 / Daniele Mascolo

Il ruolo delle donne è fondamentale nell’economia informale di molti Paesi in Via di Sviluppo. Expo Milano 2015 rappresenta un’opportunità per cambiare verso. Anche attraverso le buone pratiche, per riappropriarsi di uno stile di vita sano.

Il suo impegno a livello europeo all’interno dell’assemblea parlamentare congiunta ACP-UE la impegna a difesa dei Paesi in Via di Sviluppo. Ma Cécile Kyenge, ex Ministro per l'integrazione, si è schierata sin dall’inizio a sostegno del progetto Women for Expo, che ha alimentato per due settimane un dibattito aperto e innovativo sulle grandi sfide dell’alimentazione e sull’empowerment femminile. Cosa accomuna il bando Best Practices di Feeding Knowledge e il programma Women for Expo? Entrambi dovrebbero servire da spunto per la politica.
 
Quale importanza ricopre questo progetto delle Best Practices, anche nell’ottica di fornire buoni esempi per la politica?
Sono sorpresa, ma anche contenta, che Expo Milano 2015 abbia dato spazio e visibilità a questo progetto di Feeding Knowledge. Per me, fare politica vuol dire anche riuscire a portare le “buone pratiche” a livello nazionale. Molti progetti europei partono proprio da esempi di best practices; quindi bisogna riuscire a valorizzarle in modo da aiutarci a fare una buona politica. Possiamo riacquistare e riappropriarci di uno stile di vita che serva anche per combattere il cambiamento climatico, e far ritornare le persone a una vita sana.
 
Quali sono le azioni concrete nella lotta contro lo spreco alimentare? Anche rispetto al suo ruolo che ricopre a livello europeo.
Per prima cosa non dobbiamo dimenticare l’educazione su questi temi, che è fondamentale. Avere la consapevolezza di ciò che mangiamo e di come lo consumiamo penso sia il punto di partenza. In secondo luogo, bisogna impegnarsi nel campo delle politiche agricole, sicurezza alimentare e riciclaggio, per creare una responsabilità personale sin da piccoli.
 
Un’alleanza tra le donne sul tema della malnutrizione può produrre un vero valore aggiunto?
Quando ero al governo facevo parte del team delle donne "ambasciatrici" per Expo Milano 2015. Oggi ricopro un altro ruolo, però devo dire che si è sempre ambasciatrici per dei temi così importanti, anche al di fuori di quello che è un evento come l’Esposizione Universale. Un’interazione, uno scambio tra le donne di diversi continenti credo sia un auspicio. Molti dei progetti che hanno vinto il bando delle Best Practices, hanno rilevato una percentuale molto alta dell’impiego femminile. E bisogna sapere che una fetta importante dell’economia informale in Africa e in alcuni continenti è proprio frutto del lavoro delle donne. Quindi, a mio avviso, Women for Expo può essere un valore aggiunto per crescere e uscire da quella economia informale.
 
Cosa si augura che lasci come eredità immateriale alle prossime Esposizioni Universali il progetto Women for Expo, con le sue tematiche?
Io spero che sia Women for Expo che il progetto Best Practices non si fermino a questa edizione dell’Esposizione Universale. Expo Milano 2015 deve essere un’opportunità dalla quale partire per sviluppare poi in futuro dei progetti che abbiano una continuità. E per fare questo servono politici in grado di ascoltare e trasportare tutto questo nel sistema, in quello che è la nostra quotidianità. Io sostengo e sono qui per questo, anche per ascoltare.
 
 
 

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