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Matteo Gatto. Con lo stupore, gli spazi trasmettono messaggi

Cultura / -

Matteo Gatto
Andrea Proietti © Expo 2015

Una delle più grandi sorprese, negli incontri preparatori verso Expo Milano 2015, è stato l’emergere di discussioni su tematiche urgenti e controverse come il land grabbing, al confine tra emergenze, problemi e opportunità. Lì si è capito che questa Esposizione Universale aveva il compito – e doveva avere il coraggio - di veicolare messaggi importanti e complicati. Lo si è fatto, come spiega Matteo Gatto, Direttore Visitor Experience & Exhibition Design di Expo Milano 2015, attraverso un lungo periodo di studio e con un abile impiego degli strumenti propri degli architetti.

Il Tema di Expo Milano 2015 è impegnativo: "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita". Ha una sua potenza, un'urgenza scientifica e culturale, e richiama l'impegno collettivo e il concetto di responsabilità. La presenza di un Tema centrale così complesso ha sicuramente influenzato le direttive con cui è stato costruito il Sito Espositivo.
 
È stato sorprendente che già dai primi convegni preparatori verso Expo Milano 2015, siano emerse tematiche - dall'agricoltura sostenibile al land grabbing, dalla fame nel mondo alla responsabilità sociale - capaci di suscitare dibattiti anche accesi?
In questi sette anni, come architetto, posso dire di aver avuto l’opportunità di imparare tantissimo. Pensavo che il tema della precedente esposizione a Shanghai del 2010, “Better city, better life”, fosse insuperabile in fatto di interesse per chi fa il mio mestiere. Questo dubbio è durato poco. Dal primo momento, incontrando le persone, i rappresentanti dei Paesi, i visitatori delle precedenti esposizioni, abbiamo capito che il Tema di Expo Milano 2015 era davvero universale. Nell’amicizia con Carlin Petrini, con Jacques Herzog, nel lavoro fatto con Carlo Cracco, con Davide Oldani e con tantissimi Ambassador abbiamo trovato spunti per imparare, per appassionarci, e anche per cambiare addirittura il nostro stile di vita personale. Posso dire che non si è trattato solo di raccontare agli altri cosa va fatto e cosa no, ma di cambiare le abitudini di ognuno, iniziare a comportarsi diversamente rispetto alla propria dieta, informarsi su ciò che si mangia, da dove viene, che strada ha fatto.
 
La sua responsabilità è stata anche quella di organizzare gli spazi in modo tale che…
…Che passassero i contenuti.
 
Infatti. E come si traduce questa necessità di veicolare valori e messaggi con un sostrato culturale anche profondissimo attraverso forme fisiche reali, spazi?
Su questo devo molto a Davide Rampello che mi ha insegnato una cosa importantissima. A conoscere, è solo lo stupore. L’unica possibilità di interagire veramente con il visitatore è quella di stupirlo, di metterlo in condizione di ricevere i contenuti emozionandosi, portandolo al di fuori di sé (l’etimologia di emozionare proviene dal muovere) e commuovendolo, mettendolo in moto insieme con noi. Lo stupore è la categoria che abbiamo voluto utilizzare dall’architettura al design degli spazi, dagli arredi alle singole mostre, dal Padiglione Zero alle scenografie di Dante Ferretti. È la dimensione dello stupore quella su cui abbiamo lavorato affinché il visitatore apra il suo cuore, facendolo divertire ed entusiasmare per quello che vede.
 
L’utilizzo di materiali sostenibili e di tecniche costruttive che facilitano lo smontaggio e il riuso incorporano già in sé un messaggio di rispetto dell’ambiente, parte del Tema di questa Expo Milano 2015. È stato complicato invitare anche gli altri partecipanti a uniformarsi a questa direttiva?
Io credo che questo sia diventato ormai, per chi progetta e costruisce, un must; quindi non credo che sia stato strano richiederlo a chi partecipa a un’Esposizione Universale improntata alla sostenibilità in agricoltura, nella produzione del cibo, nei consumi. Nel 2015, nel nostro Paese, si scopre e si conferma che - forse perché è cambiato il livello delle informazioni a disposizione dei professionisti - la sostenibilità non è più un “di più” ma è la prassi in cui dobbiamo muoverci. Farlo in Expo Milano 2015 è stato fruttuoso perché è venuto bene, non è stato neanche troppo faticoso. Cito anche l’altra sfida, quella dell’accessibilità e dell’assenza di barriere architettoniche: requisiti a cui possiamo dire di aver perfettamente adempiuto.
 
Qual è lo scorcio, l’area, l’angolo, il riquadro, la prospettiva di cui è particolarmente orgoglioso?
Oggi siamo qui a festeggiare i Cluster e io ne sono veramente orgoglioso. È stata un’esperienza bellissima anche dal punto di vista umano. Per i Cluster hanno lavorato quasi mille persone con competenze diverse: fotografi, grafici, ricercatori universitari che hanno curato i contenuti, architetti, designer, direttori lavori. Un’esperienza stravolgente, unica nella storia e spero che diventi un modello per le future esposizioni universali.
 
 

La carta di identità di Julienne la zucchina

Lifestyle / -

julienne la zucchina mascotte expo milano 2015

Julienne la zucchina è uno dei personaggi che compongono la mascotte di Expo Milano 2015 Foody. Conosciamola meglio.

La famiglia di Julienne, francesina un po’ snob
Julienne, è davvero carina, anche se molto affettata nei modi e nel comportamento: è la zucchina, frutto immaturo di una pianta della famiglia delle Cucurbitaceae. È imparentata con le zucche gialle, i cetrioli, i meloni e le angurie: quando si ritrovano per le feste, sono davvero un’ottima e colorata compagnia. Il suo nome botanico è “Cucurbita pepo”, pianta annuale che sviluppa fiori femminili da cui matura il frutto, e grandi fiori maschili giallo arancio (fiori di zucca), che in cucina sono alla base di altre ottime preparazioni. Quello che si porta in tavola è il frutto raccolto acerbo, prima  che maturi. A Julienne piace essere colta giovane e di solito in primavera, anche se poi si può trovare in distribuzione durante tutto l’anno. I climi freddi non le piacciono proprio.
 
Un taglio sempre di moda
La zucchina Julienne viene dal lontano, nel tempo e nello spazio. È nata in America Centrale, dove i semi più antichi, ritrovati in Messico, risalgono circa al 7000 a.C. I nativi Centroamericani coltivavano e consumavano zucche e zucchine molte migliaia di anni prima che arrivassero i coloni Europei e si dice che fu proprio Cristoforo Colombo a portare i loro semi nell’area del Mediterraneo e in Africa settentrionale, da dove si diffusero in Europa, in Asia e a tutta l’Africa. Julienne è una tipetta tosta ma al tempo stesso tenera e succosa, e in cucina si utilizzano sia la sua polpa sia i suoi saporiti fiori, quando sono ancora in boccio. L’origine del taglio alla julienne (da cui la nostra zucchina ha preso il nome) risale a una citazione fatta nel libro del 1722 “Le Cuisinier Royal” ed è una tra le tecniche di taglio delle verdure più usate, attuata formando listarelle sottili di circa 2 mm di lato.
 
Un vestito ricchissimo color verde smeraldo
Julienne Zucchina piace e fa bene a tutte le età ed è ottima per i bambini, tanto da essere tra i primi alimenti ad esser introdotti durante lo svezzamento. Composta per il 90% di acqua, è quasi priva di calorie (12 Kcal /100 g a crudo) e quindi risulta una fedele alleata nelle diete. Contiene molti minerali, soprattutto potassio, che regola la quantità di liquidi nel corpo e riduce la ritenzione idrica e la tanto temuta cellulite. La parte più preziosa di Julienne è senza dubbio la buccia, ricchissima di acido folico.
 
Zucchino o zucchina?
Zucchino, al maschile. Così afferma l’Accademia della Crusca, ma molte tradizioni richiamano Zucchina. In realtà entrambi i termini sono corretti e la versione femminile indica il frutto mentre il termine maschile è quello preferito per la pianta.
Ma poi ciascuno sceglie il termine giusto secondo l’influsso dei dialetti della penisola: così In Toscana, Piemonte e in Sardegna si mangia “lo zucchino”, mentre sia al sud sia al nord è molto utilizzata la versione femminile e a tavola si mangia “la zucchina”. A Julienne piacciono entrambi.
 
Julienne la zucchina è uno dei personaggi di Foody, la Mascotte di Expo Milano 2015 che racchiude i temi fondanti della manifestazione proponendoli in una chiave positiva, originale, empatica. Rappresenta la comunità, la diversità e il cibo inteso nella sua accezione più estesa, fonte di vita ed energia ed è per questo che è costituito da una famiglia di 12 elementi, ognuno con caratteristiche e personalità diverse, che agiscono come veri e propri personaggi. Riuniti in un unico volto, rappresentano l’ideale sinergia tra i Paesi del mondo chiamati a rispondere con energia e positività alle sfide del nostro pianeta sull’alimentazione presentandosi come una vera famiglia, unica, simpatica e dinamica.

(*Attilio Speciani – Centri medici SMA e GEK, Milano – con la collaborazione di Simona Contestabile)
 

La crisi alimentare, gli effetti e le soluzioni

Sostenibilità / -

© Danny Lehman/Corbis

Il consumismo e lo spreco portano ad attitudini alimentari dannose per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Ma intanto in città e nelle campagne l’agricoltura famigliare e gli orti urbani educano a cambiare stile di vita.

In Italia la crisi dei mercati ha portato 6 individui su 10 a spendere meno per gli acquisti. Nel 39,1 per cento dei casi la spesa mira a prodotti con prezzi convenienti, anche se a scapito della qualità del cibo. Nonostante questo il 45,4 per cento degli italiani cerca la genuinità e la qualità degli alimenti. I sondaggi confermano che dalle necessità e dalle attitudini alimentari degli individui nascono nuove forme di approvvigionamento alimentare. Si può dire che nel 2014 gli italiani tornano a “caccia” di cibo, ma nel totale rispetto dell’etica animalista.

Il foraging è la pratica con cui si riconosce e raccoglie il cibo esplorando gli ambienti naturali, dopo un’adeguata preparazione in etnobotanica. I boschi, gli argini dei fiumi e le montagne offrono un’ampia selezione di cibo vegetale sano, incontaminato  e gratuito ritenuto adatto al nutrimento umano. Questa pratica, oltre a fornire una valida alternativa all’acquisto di prodotti nei mercati convenzionali, permette di scoprire nuovi sapori e di ritrovare il contatto con la terra e l’ambiente che nel tempo si è perso. La consapevolezza di trarre con fatica dalla natura il nutrimento spinge a preservare l’ambiente in cui si vive e a proteggere il legame che si instaura con esso.
 
Con la crisi le persone tornano raccoglitori e agricoltori, vengono riscoperte pratiche antiche e vengono adattate alle esigenze comuni. Un esempio di questa attitudine è il ritorno all’agricoltura famigliare. Scelta  dalle Nazioni Unite come tema principale della Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre, la produzione agricola famigliare costituisce uno dei motivi del raggiungimento da parte di 63 paesi in via di sviluppo dell’obiettivo di dimezzare entro il 2015 la percentuale di sotto nutrizione cronica. Sempre più famiglie si dedicano all’agricoltura contribuendo all’80 per cento della produzione mondiale di cibo, per questo l’impegno degli agricoltori deve essere rafforzato dalle politiche di innovazione e sviluppo. In Italia il fenomeno dell’agricoltura famigliare registra un forte l’interesse soprattutto nei giovani laureati che, spinti dalla disoccupazione, dirottano le proprie risorse e aspettative per il futuro verso la passione per l’ambiente e la natura, decidendo di abbandonare la città e di impegnarsi in attività produttive agroalimentari a conduzione famigliare.
 
La Confederazione italiana agricoltori (Cia) stima che solo nel 2013 il 10 per cento delle nuove aziende sono dedicate al settore primario, di queste il 17 per cento sono gestite da titolari con meno di 30 anni di età, con una scolarizzazione medio alta per il 90 per cento. La nuova idea di agricoltura chiama psicologi per le attività didattiche nelle fattorie, gli economisti per gestire il marketing e le comunicazioni e vuole architetti per la bioedilizia e la costruzione con materiali ecosostenibili. Il ruolo socioeconomico, ambientale e culturale degli agricoltori è fondamentale per combattere la fame nel mondo e i comportamenti irresponsabili dei paesi ricchi, rischiosi per la sicurezza alimentare di tutto il mondo. Un ruolo quello dell’agricoltore che deve essere rafforzato da politiche di sviluppo mirate alla crescita del settore primario.
 
Anche la città fa la sua parte. Sono ormai molte le iniziative volte a costituire cooperative di piccoli e medi agricoltori impegnati nella commercializzazione dei loro prodotti nei mercati rionali. L’esempio dell’Ex mercato 24 di Bologna e del mercato coperto di Firenze sono due dei numerosi programmi di intervento che l’amministrazione cittadina ha concordato con le cooperative di agricoltori per riqualificare le aree degradate e i quartieri delle città.
 
La vendita diretta di prodotti biologici a chilometro zero e le attività culturali organizzate dopo e durante la vendita fanno riscoprire, in un contesto di sensibilizzazione alle tematiche ambientali e all’alimentazione sana, il legame con il territorio e di integrare le fasce emarginate. Le aree urbane strappate all’abusivismo e all’abbandono diventano luoghi pubblici di scambio a tutto tondo. La politica di riqualificazione urbana attuata con l’apertura dei mercati è un’ azione concreta sul territorio che si sta dimostrando molto più efficiente dei tradizionali interventi di recupero, anche se attuato con la partecipazione dei cittadini. Oltre a essere un forte richiamo per il turismo enogastronomico, la collaborazione tra gli enti pubblici e le cooperative restituisce pezzi di città dimenticate agli abitanti che lentamente si avvicinano al mondo rurale e si sensibilizzano a condurre uno stile di vita attento e rispettoso dell’ambiente e del cibo di cui si nutre.
 
La sostenibilità è uno dei temi fondamentali di Expo Milano 2015. Vieni in Expo Milano 2015 e scopri tutte le sue sfaccettature e significati. 
 
 

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