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Marina Catena. I tatuaggi di Ibrahimović spiegati dalla donna (italiana) che li ha voluti

Cultura / -

Marina Catena
© courtesy of WFP

Ecco perché Zlatan Ibrahimović si è fatto scrivere sul corpo 50 nomi di persone, 50 tatuaggi temporanei in rappresentanza delle 805 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo. L’attaccante del Paris Saint-Germain è il testimonial della campagna 805 Million Names del World Food Programme.

Dietro il successo della campagna - che ha avuto un exploit inaspettato durante una partita di calcio - c’è Marina Catena, la donna italiana alla guida del World Food Programme (WFP, Programma alimentare mondiale) per la Francia e il Principato di Monaco. Ecco com’è nata l’idea e com’è arrivata Catena a dirigere la sede di Parigi del WFP, la più grande organizzazione umanitaria del mondo che fa capo alle Nazioni Unite.
 
Com’è nata l’idea di riempire di tatuaggi Zlatan Ibrahimović per aumentare l’attenzione sul tema della fame nel mondo?
La storia comincia un anno e mezzo fa da un mio sogno, quello di trovare una persona che fosse in grado di lanciare un messaggio sulla lotta alla fame nel mondo al di là di confini e di generazioni. Io sono appassionata di calcio e vivendo a Parigi, Zlatan Ibrahimović mi è sembrata la persona che potesse farlo al meglio, con grinta e in modo moderno. Tutto è cominciato così. Decido di scrivergli una lettera non appena viene ingaggiato dal Paris Saint-Germain, la mia squadra del cuore. La lettera si perde e fa giri strani, fino a quando riusciamo ad incontrarci per la prima volta. Ci siamo capiti subito. Lui è legato ai Balcani per le sue origini, ed io mi sono occupata molto di quella zona da umanitaria. Poi quando gli ho spiegato che il World Food Programme è un’organizzazione che fa, “coi piedi nel fango”, ha subito accettato la mia proposta. Ha detto: “Sì, lo facciamo”. Tutto, va detto, assolutamente gratuitamente.
 
La scelta di lanciare la campagna domenica 14 febbraio durante la partita di Ligue 1 (il campionato di calcio francese) contro il Caen era prevista?
I tatuaggi erano stati realizzati e applicati su Zlatan la notte prima della partita. Avevamo convenuto che Zlatan si sarebbe dovuto togliere la maglietta alla fine del primo tempo, attirando l’attenzione dei fotografi e delle telecamere. Solo il giorno dopo avremmo convocato una conferenza stampa a sorpresa. Ma il destino ha voluto che Ibrahimović segnasse in 72 secondi. L’entusiasmo del gol l’ha spinto a togliersi la maglietta beccandosi anche un’ammonizione da parte dell’arbitro. Il giorno dopo, durante la nostra conferenza stampa, Zlatan ha dichiarato che lo avrebbe fatto anche a costo di un cartellino rosso perché la motivazione era molto più importante di un’espulsione durante una partita. La fortuna è stata dalla nostra parte perché la sorpresa ha attirato l’attenzione di tutti i mezzi d'informazione, come la Gazzetta dello Sport o l’Équipe e in qualche ora il video è diventato virale.
 
Ibrahimovic ha donato la sua immagine, ma lo scopo della campagna del World Food Programme è un altro. Quale?
Il messaggio dell’iniziativa, il valore aggiunto di Ibrahimović è stato quello di riuscire a portare il problema della fame in tutto il mondo perché lui è un’icona mondiale. Oggi ci sono 805 milioni di persone che soffrono la fame, il WFP riesce a aiutarne circa 80 milioni in 75 Paesi, ma vorremmo e potremmo fare molto di più. Ecco perché abbiamo bisogno di un uomo come Zlatan Ibrahimović. Ora la campagna deve continuare e speriamo nella collaborazione da parte di tutti.
 
Lei ha una storia particolare, una storia davvero europea. Ci può raccontare com’è arrivata a dirigere il World Food Programme in Francia?
Io ho iniziato con un’esperienza Erasmus a Strasburgo e uno stage alla Commissione europea. Dovevo restare sei mesi, son rimasta per sette anni. Ho avuto la fortuna di lavorare con Emma Bonino quando era Commissaria europea per gli aiuti umanitari e per la tutela dei consumatori, in un periodo in cui l’umanitario era sotto i riflettori per la guerra nei Balcani. Dopo sono entrata alle Nazioni Unite come consigliere politico di Bernard Kouchner, co-fondatore di Medici Senza Frontiere, quando era rappresentate speciale per il Kosovo, dove sono rimasta due anni. Poi sono stata in Iraq, proprio nel periodo dell’attacco ai nostri soldati a Nassyria dove ero il giorno prima dell’attentato. Nel 2005 ho coronato il sogno di diventare soldato, giurando come Tenente dell’Esercito Italiano (riserva selezionata). Sono stata una delle prime donne in uniforme in Italia, rimanendo però funzionario del WFP e poi nel 2008 sono stata nominata direttrice della sede a Parigi (ndr, la sede principale del WFP è a Roma).
 
Umanitario. Ha citato più volte questa parola. Cosa significa oggi? Com’è possibile essere militari e allo stesso tempo essere “umanitari”, fare del bene?
Io penso di incarnare la contraddizione dei conflitti di oggi, cosiddetti “asimettrici”, dove spesso il nemico è invisibile e puntiforme. Per questo gli aiuti umanitari hanno bisogno della protezione dei militari, di una cornice di sicurezza per portare la pace e ricostruire il tessuto sociale. Viceversa, i militari falliscono se garantiscono la sicurezza ma poi nella vita di tutti i giorni, i bambini non vanno a scuola, non hanno le coperte per proteggersi dal freddo o non hanno da mangiare. Oggi il militare e l’umanitario devono lavorare insieme pur rimanendo separati, come è successo in Kosovo e come accade in Afghanistan e in altre zone calde.  
 
Nel garantire il cibo per tutti, nel tutelare i diritti delle persone meno fortunate, pensa di fare di più oggi o ha fatto di più quando era in missione sul campo?
Puoi fare un buon lavoro di umanitario a Parigi, ma anche “coi piedi nel fango” in Afghanistan. Come casco blu della missione UNIFIL in Libano andavo negli orfanotrofi, nelle città e nei villaggi e vedevo come le cose stavano cambiando nella vita delle persone, giorno dopo giorno, grazie al nostro aiuto. Questo mette i brividi di gioia. Ma se non ricevi i fondi e le attenzioni necessarie non puoi fare il tuo lavoro sul campo. Per questo servono entrambe le dimensioni, quella di “immagine”, comunicativa, ma anche quella di umanitario in missione.
 
Qual è il piatto più buono che ha assaggiato in giro per il mondo?
Io ho mangiato le cose più assurde nei posti più strani. La mia risposta è diversa: il pasto è un momento sacro che ho apprezzato ancora di più nei momenti difficili. Come una razione militare dopo la strage di Nassiriya, in Iraq. Il pasto è sacro perché è un momento di normalità e di serenità anche nei momenti più duri. Che sia un piatto di pasta o un pezzo di pane fa poca differenza.
 
Expo Milano 2015. Cosa rappresenta questa manifestazione oggi?
Io credo profondamente nell’Expo in quanto manifestazione. Ho collaborato con la Commissione europea nell’organizzazione dello stand degli aiuti umanitari ECHO dell’Expo del 1998 a Lisbona. Il tema era “Oceani: un'eredità per il futuro”. Lì ho pensato di ricostruire un campo profughi dove esplodevano mine finte per far capire ai visitatori cosa volesse dire vivere in un contesto di guerra. Ho vissuto per un mese in quello stand ed è stata un’esperienza meravigliosa. Anche se oggi il mondo è cambiato, credo che l’Expo sia ancora un momento importante, un melting pot che può servire ai giovani e non solo per trovare nuove idee. Il tema dell’ Expo di Milano parla a tutti. Alla persona che non ha accesso al cibo e a colui che lo vuole aiutare. Penso che sarà un grandissimo momento per l’Italia.
 

Mah Aïssata Fofana. La donna è acqua che bolle

Cultura / -

Mah Aissana Fofana
Giulia Mazzoleni © Expo 2015

La donna in Mali è la regina della casa, della cucina e dell’agricoltura. Il pasto si svolge secondo un rituale preciso: seduti a terra, in silenzio, si mangia con le mani da un piatto unico. E poi, in Mali, la cucina è seduzione, forza vitale e modalità di comunicazione. Ne è convinta Mah Aïssata Fofana, scrittrice e poetessa del Mali che si batte per i diritti delle donne.

Parlare con Mah Aïssata Fofana riempie di un’energia unica: mentre parla sorride e coinvolge l’ascoltatore, portandolo in un viaggio affascinante alla scoperta delle tradizioni del Mali. La parola che ripete di più è “donna” e parla delle donne del Mali come delle sue “sorelle”. Il suo intento è quello di far conoscere questa terra magica al mondo, grazie ai suoi libri, alle sue poesie, ai suoi ricettari e ai suoi convegni in giro per il mondo. Nata a Bamako, si batte da anni per i diritti delle donne. Tra i suoi libri, La Cucina in Africa, Il Linguaggio dei Capelli in Africa, I Sette Baobab della Felicità e del Successo. A Expo Milano 2015 collabora costantemente agli eventi che si organizzano nel Padiglione del Mali, che si trova nel Cluster delle Zone Aride.
 
Qual è il ruolo della donna in Mali?
È la regina della casa, della cucina e dell’agricoltura. Senza la forza e l’energia delle donne, questo Paese non sarebbe quello che è. La donna tiene le redini della famiglia e della società, e lo fa in silenzio, dietro le quinte, senza fare troppo rumore. Ma c’è sempre. Nelle sue mani e nei suoi gesti ci sono saperi antichi che si tramandano di generazione in generazione. Se agli uomini sono riservati i lavori più pesanti, come zappare e lavorare la terra, le donne si occupano del lavori “di fino” che rendono il cibo pregiato: dalla selezione delle spighe migliori, alla creazione delle farine per gli impasti. Uno dei lavori più comuni è l’eliminazione dei chicchi scuri del riso, per lasciare solo quelli bianchi candidi. Il cibo in Mali è così importante che per un chicco nero di riso può scoppiare un litigio tra marito è moglie.
 
Sei una poetessa. Come descriveresti la donna?
Come scrivo nella poesia che si intitola "Donna e Donna", che introduce il ricettario La Cucina in Africa, per me la donna è: Fiaccola del potere, Gemma del potere, Sole che brilla, Cielo pieno di nuvole, riso e pianto e l’uomo dice che la donna non è niente. Urlo nel buio, Acqua che scorre, Vento che soffia, Fruscio delle foglie, Mere in tempesta, Madre e madre, Bambini e bambini e l’uomo dice che la donna non è niente. Acqua che bolle, Verdure che cuociono, Carne tagliata, Miglio nel mortaio e l’uomo dice che la donna non è niente. Forza e debolezza, Bella e brutta, Grassa e snella, Nubile e sposata, Stella luminante e l’uomo dice che la donna è tutto.
 
Come si vive in Mali il momento del pasto?
È un momento sacro. In Mali si vive all’aperto, le case sono enormi, con grandi cortili. Non si usano tavoli, ma si mangia su stuoie, seduti in cerchio. Si creano dei gruppi ben divisi: le donne con le donne, gli uomini con gli uomini, gli anziani con gli anziani e i bambini con i bambini. Questo favorisce un forte senso di solidarietà tra simili ed ha anche una funzione pratica: un adulto mangia più velocemente di un bambino e, in questo modo, ciascuno può pranzare secondo il suo “ritmo”.
 
Ci sono dei rituali da seguire?
Sì, visto che si mangia con le mani da un unico piatto, prima ci si lava le mani. L’acqua viene versata in una bacinella chiamata “calebasse”, fatta con una zucca svuotata e lasciata essiccare al sole. E, soprattutto, si mangia in silenzio: prima di tutto perché, in questo modo, si crea un momento di forte intimità con il proprio gruppo e poi perché, prendendo il cibo con le mani, si ha un contatto diretto con il nutrimento, che arricchisce sia il fisico che l’anima. Anche il fatto di stare seduti a terra è importante e simbolico: è la terra la madre del cibo e trasmette una forte energia al corpo, tramite il contatto diretto.
 
Una tradizione gastronomica maliana che il mondo dovrebbe conoscere subito.
Sicuramente la pasta alikama: è un tipo di pasta fatta a mano, a base di farina di grano. Si tratta di spaghettini sottili, simile ai “capelli d’angelo”. Si condiscono con due sughi diversi: uno a basa di pomodoro e uno fatto con gli okra, una sorta di peperoni verdi, piccoli e allungati, dal sapore che ricorda l’asparago e che, in cottura, diventano in parte gelatinosi.
 
Cibo e seduzione. Il legame è forte in Mali?
Forse più che in ogni altro luogo del mondo. La donna deve saper cucinare e il grado di seduzione è determinato proprio dalle sue capacità culinarie. Dopo il matrimonio, marito e moglie si chiudono in una stanza per trascorrere la luna di miele. Fuori dalla porta, si siede una donna anziana, scelta dalla famiglia di lei: diventerà la consigliera della sposa, spiegando alla giovane le tecniche per sedurre il marito e per conquistarlo, anche a tavola. In questo modo si tramandano, da donna a donna, ricette segrete che resteranno nel tempo.
 
Ci svela una di queste ricette della seduzione?
Una delle più famose è un sugo con molta cipolla e peperoncino, da accompagnare con riso bollito. Se, dopo il matrimonio, la donna lo servirà non tiepido, ma caldo bollente e troppo ricco di peperoncino, vorrà dire che è arrabbiata. Ecco perché la cucina è meravigliosa: dà alle donne l’opportunità di parlare, comunicare ed esprimere se stesse, anche senza bisogno di troppe parole.
 

Detto e mangiato: l’uzzolo

Cultura / -

uzzolo
©Sabrina D'Alessandro/Ufficio Resurrezione

Dicesi di ghiribizzo, voglia acuta e improvvisa, spesso bizzarra, simile a capriccio di bambino.

Alcuni ritengono derivi da Uzza, brezzolina pungente che si sente in campagna al primo mattino e sul far della sera.
Altri legano l’etimo a una cosa diversamente pungente: l’appetito. In tal caso la parola uzzolo si sarebbe formata sul latino esuríre, aver fame, da èsum supino di èdere, mangiare.
La particolarità dell’uzzolo, per quanto folle sia, è infatti quell’urgenza, quella fame grazie alla quale il soggetto che ne è preda sente il pungolo ad agire. 
Se poi agire diventa una lotta, non c’è problema. La fame, come l’uzzolo, non ammette ragione e il suo punzecchìo aiuta a non pensare alla paura.
“Stai sano!” dice Erasmo da Rotterdam “e difendi alacremente la tua follia”, uzzoli inclusi.
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 
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