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Marco Missiroli. Expo Milano 2015 è come un romanzo: stupisce

Cultura / -

©Valentina Vasi

Le strade che portano alla scrittura, da passione a professione. Lo scrittore Marco Missiroli, ospite a Expo Milano 2015, racconta il suo percorso e ci dice perché l’Esposizione Universale sarebbe un bel romanzo.

Qual è la strada che l’ha portata verso la scrittura? Come è arrivato al suo primo editore?
È stata una strada difficile, nel senso che io sono nato come non lettore e non scrittore, ho iniziato a leggere a vent’anni e poi subito a scrivere. La prima cosa che ho scritto è il primo romanzo che ho pubblicato: penso che sia stato una commistione di variabili. La prima che avessi lavorato tanto in edicola e quello mi ha insegnato il metodo, la  mattina presto. La seconda cosa che avevo talmente evitato la lettura e la scrittura che prima o poi qualcosa sarebbe dovuto esplodere, visto che io ero abbastanza immerso nella solitudine. C’è sempre un mezzo di compensazione in queste cose, per cui è esplosa la lettura, è esplosa la scrittura. In quel momento avevo una persona accanto a  me, una ragazza, che mi disse: “Prova a scrivere qualcosa”. Pensavo che non l’avrei mai fatto, invece l’ho fatto. Le persone che abbiamo accanto sono fondamentali. La terza cosa: un po’ di azzardo. Ho mandato il mio romanzo a dieci editori, ho rilegato il libro a fuoco e non con gli anelli. Andò bene, mi chiamarono dopo otto mesi da Fanucci. Ho avuto altre risposte e cinque rifiuti prima e mi ero detto “proverò comunque a scrivere un’altra storia”. E questo è un po’ il sintomo che qualcosa stava nascendo anche nel fallimento.

A Expo Milano 2015 si parla di nutrire il pianeta, e uno dei temi collegati è quello del nutrimento dell’anima, che passa sicuramente anche attraverso la scrittura: quali sono gli aspetti di questa attività che nutrono di più la sua anima e come lo fanno?
Il possibile sfogo, l’analisi psicologica che fai verso di te anche inconscia e l’espressione di te. Poi parte tutta una specie di monte della creatività per cui tu vai a dare qualcosa agli altri attraverso la scrittura – non lo prendi solo per te. Anzi molte volte è meglio troncare il fatto dell’espressione di te per poterti portare verso gli altri e non essere autoreferenziale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole scrivere per pubblicare?
Avere una storia, avere il metodo di farlo dall’inizio alla fine e avere un finale di questa storia prima di iniziare. Non è detto che tu lo debba avere, ma è meglio come prima storia che tu ce l’abbia. E poi: fatica, fatica, fatica. Tanta fatica.

Il suo libro “Atti osceni in luogo privato” inizia una sera a cena. Perché ha scelto la tavola come motore della narrazione?
Perché è il motore di aggregazione anche familiare. I protagonisti sono una famiglia, i Marcel: si siedono a tavola e lì succede qualcosa che ferirà per sempre il ragazzino di dodici anni. La tavola è sempre stata o spettro di grande energie oppure spettro di spettri. Proprio lì si vede qualche crepa familiare, però il cibo è sempre motore dell’anima.

Nei suoi romanzi è molto sfaccettato lo sguardo femminile. Quanto conta lo sguardo della donna nella sua produzione?
Conta tantissimo. I miei romanzi sono dedicati soprattutto alle donne anche se hanno protagonisti maschili: l’utero vince nella letteratura, come forza pulsante delle storie. Le storie migliori sono quelle con le donne, che spesso anche se non sono protagoniste lavorano da dietro. In tutti i miei romanzi c’è sempre un non protagonista donna che decide le sorti del protagonista.

Storie che si intrecciano e che si costruiscono giorno dopo giorno, tanti personaggi che sono i Paesi e i visitatori: secondo lei Expo Milano 2015 può essere un romanzo?
Certo, sicuramente. Qui  ci sono tanti set, tanti spazi, possibilità di incontri, di mistero, di segretezza. Ci sono le code: e quante cose succedono nelle code? Qui ci si stupisce e anche in un romanzo ci vuole stupore, che deve muovere una storia, non solo riceverla.
 
 
 
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