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Libano. La poesia di una terra bella e tormentata

Cultura / -

©-Ferran-QuevedoNurPhotoCorbis

Da sempre cuore pulsante degli scambi commerciali e culturali fra Oriente e Occidente, il piccolo Paese dei cedri è un concentrato di bellezze naturalistiche e ricchezze archeologiche. Dimenticati i conflitti armati, della commistione fra tradizione mediterranea e araba restano gli aspetti più pregevoli. Come l’arte culinaria.

“Se il Libano non fosse stato il mio Paese, lo avrei scelto comunque” recita una frase del poeta maronita Khalil Gibran, celebrato autore novecentesco de Il Profeta. Il fascino di questo ristretto lembo di terra, affacciato sul Mediterraneo da un lato e arrampicato sulle prime alture mediorientali dall’altro, sta proprio nei contrasti culturali, paesaggistici, architettonici e gastronomici scaturiti da questo suo essere un ponte tra Oriente e Occidente. La storia del Libano affonda le sue radici nella notte dei tempi. Fu patria degli antichi Fenici, a loro volta progenitori dei Cartaginesi, ma anche scenario di molte vicende bibliche, tanto da avere eletto a simbolo nazionale il cedro, unico albero sulla Terra piantato da Dio in persona (salmo 103). Un piccolo mondo di confine tra ebrei, cristiani e musulmani, che l’intricato corso degli eventi ha reso un sorprendente e a tratti esplosivo concentrato di tutte le molteplici sfaccettature confessionali che le tre grandi religioni monoteiste hanno saputo esprimere: dalla greco-cattolica alla maronita, dalla sunnita alla sciita, dalla siriaco-ortodossa alla caldea, dalla ismailita alla drusa, dalla protestante alla copta... Archiviati gli odi e i conflitti religiosi che ne hanno insanguinato la storia recente, oggi il Paese dei cedri sta conoscendo una nuova primavera, espressa anche dalla sua partecipazione a Expo Milano 2015.
 
La poetica della cucina
I versi di Gibran parlano di sentimenti umani, spiritualità e natura, ma per i libanesi la poesia è anche nel cibo. L’alimentazione rappresenta un aspetto fondamentale per questo popolo, espresso chiaramente dal tema scelto per Expo Milano 2015: “Cucina, l’arte e l’anima libanesi”. L’hummus, la crema di ceci, è il loro vanto e il piatto più amato e più diffuso. Altre specialità che concorrono a formare il mezzé – la tradizionale portata che precede il pasto – sono il babaghanouch, a base di melanzane, il taboulé, un’insalata di grano spezzato, pomodori crudi, cetrioli, menta e prezzemolo, la manaqish, una focaccia condita con timo e farcita con carne macinata, e le kibbeh, polpette fritte a base di cereali e carne trita. Immancabili poi, in ogni ristorante libanese che si rispetti, sono gli shish taouk, spiedini di pollo in marinata allo yogurt e spezie.
Meno noti, e per questo alcuni preservati dall’Arca del gusto di Slow Food, sono invece i formaggi. Nell’entroterra, dove s’innalza la catena del Monte Libano e le capre di razza Baladi pascolano tra gli ultimi cedri secolari, con il loro latte viene ancora prodotto il darfiyeh, che merita un appunto per il particolare contenitore in cui viene messo a maturare: una pelle di capra ripulita e salata, posta poi per alcuni mesi in una grotta umida. La vendita del formaggio stagionato spesso si fa direttamente nella macelleria del Paese, insieme a quella della carne di capra.
 
Sapori antichi e tecnologie moderne
Il Libano partecipa a Expo Milano 2015 all’interno del Cluster del Bio-Mediterraneo. Il suo spazio espositivo riprende i colori della bandiera nazionale: rosso, bianco e verde. Il tetto ad arco riporta in caratteri arabi le parole dell'inno nazionale. Al centro, una grande tavola espone i piatti tipici della cucina libanese. Grazie a una tecnologia di realtà aumentata, riprendendo con un tablet o uno smartphone il cartellino posto sul piatto è possibile vedere la realizzazione della relativa ricetta. Cibi non solo da vedere ma anche da assaporare, per gustare appieno uno dei valori essenziali della cultura libanese. Inoltre i visitatori possono assistere ai processi di lavorazione dell’olio di oliva e del vino (celebre quello ottenuto dagli antichi vigneti di Ksara, nella Valle della Beqaa) o per la produzione del sapone.
 

Sierra Leone. La via africana alla prosperità

Cultura / -

Un Paese dalle sorprendenti bellezze naturalistiche, ma dove una corretta alimentazione non è ancora garantita a tutti. Da questa esigenza è nato un innovativo progetto di sviluppo delle comunità rurali. Tutto da scoprire a Expo Milano 2015.

È l’unica nazione al mondo che esprime il suo principio fondante fin dal nome della capitale: Freetown, “Città Libera”. Come liberi erano i 400 ex schiavi neri che alla fine del Settecento l’impero britannico inviò come primi coloni su questa parte di costa dell’Africa Occidentale, a metà strada tra il tropico del Cancro e l’equatore. E la terra degli avi dovette apparire loro davvero paradisiaca, se ancora oggi le spiagge della penisola di Freetown sono tra le più belle del Pianeta. La fitta foresta tropicale si è invece ritirata verso le regioni montuose orientali, che culminano nei 1.945 metri del monte Bintumani, lasciando solo le mangrovie a presidiare le lagune della pianura costiera. Dalla zona degli altopiani interni proviene anche un bene tanto naturale quanto prezioso per il Paese: i diamanti.

Il valore dell’ospitalità
Sarà l’idillio suscitato da questi scenari a rendere i sierraleonesi tanto accoglienti verso i forestieri. Ai quali è facile venga offerta, in segno di amicizia, della cola. Non la nota bevanda gassata, ma un suo ingrediente, la noce di cola appunto. La cola è una pianta della stessa famiglia del cacao, nativa delle foreste di Sierra Leone e Liberia. Un pezzetto del frutto masticato dopo i pasti aiuta la digestione, mentre il contenuto di caffeina e teobromina migliora la concentrazione. La noce di cola del distretto sud-orientale di Kenema, in particolare, è rinomata per il sapore e la consistenza, tanto da essere diventata un Presidio Slow Food. Così come speciale è il miele della foresta di Koinadugu, nella parte settentrionale del Paese. Questo miele si differenzia dagli altri per essere scuro e denso, con un intenso aroma di caramello e spezie. Per raccoglierlo dalle arnie, fatte di rafia legata in cilindri e appese in cima agli alberi, gli apicoltori si arrampicano sui rami e le riportano a terra, per poi aprirle tenendo a bada gli insetti con il fumo. I produttori di miele sono primariamente coltivatori di riso, che si dedicano alle api quando l’attività nelle risaie è ferma. È il riso infatti la coltura dominante del Paese, con un consumo pro capite fra i più alti dell’Africa Sub-Sahariana: in media, ognuno dei 6 milioni di abitanti arriva a mangiarne, nel corso dell’anno, un quintale. Per questo la Sierra Leone è l’unica nazione africana il cui padiglione a Expo Milano 2015 è ospitato nel Cluster del Riso. Tradizionalmente questa graminacea è abbinata a uno stufato di carne, pesce o verdure speziate. E accompagnata nelle occasioni speciali dal vino di palma, il poyo, ottenuto dalla rapida fermentazione della linfa estratta dai fiori recisi.
 
Villaggi intelligenti
Garantire a tutte le famiglie sierraleonesi un’alimentazione completa e salutare è oggi una priorità del governo. Per questa ragione il Paese si presenta ai visitatori di Expo Milano 2015 con un’idea molto efficace e sostenibile: lo Smart Farm Village, un luogo dove le competenze di ognuno si incrociano per raggiungere uno scopo comune. Nel “Villaggio Agricolo Intelligente” si pratica la coltivazione del riso, la pesca sostenibile, si allevano piccoli ruminanti e polli, vi sono centri per la salute e per l’educazione alimentare, scuole, il mercato, sistemi di irrigazione e impianti di produzione d’energia. Un nuovo modello di sviluppo rurale che punta a rendere autonome le comunità agricole e ad arginare l’emigrazione verso i centri urbani.
 
 
Scopri il Padiglione della Sierra Leone a Expo Milano 2015
 
 

Il lap lap del Vanuatu: merenda nelle isole della felicità

Gusto / -

Lap lap del Vanuatu
© Adventures In Mountain Time

Il Vanuatu è uno stato composto da 80 isole affacciate sull’Oceano Pacifico meridionale. Terra di paesaggi magnifici, tanto è vero che i suoi abitanti sono stati scelti per due volte come "Il popolo più felice sulla terra". Il piatto nazionale è il lap lap, un impasto di taro o patate dolci e latte di cocco con carne o pesce alla griglia.

Il Vanuatu è formato da un arcipelago di circa 80 isole, che si trovano nel magnifico Oceano Pacifico meridionale a circa 2000 km dalla costa nord-orientale dell’Australia. La maggior produzione dell'isola è la copra, cioè la polpa essiccata del cocco, seguono cacao e caffè. Per il resto l'alimentazione si basa sulla pesca e sull'allevamento, e si coltivano alimenti di sussistenza come manioca, patate dolci, taro, igname e mais. Vivere in luoghi così belli fa sentire bene, tanto è vero che i suoi abitanti sono stati scelti per due volte come "Il popolo più felice sulla terra" da Happy Planet Index nel 2006 e da Lonely Planet nel 2010.

Il lap lap: un pasto semplice, ma sostanzioso
Il lap lap è considerato il piatto nazionale di Vanuatu: si tratta di una sorta di torta di radici vegetali arricchita da carne e pesce. Il piatto si prepara grattugiando il taro, fino a farlo diventare una pasta morbida. In alternativa si possono utilizzare le patate dolci. A questo punto si aggiunge il latte di cocco, che regala un sapore dolciastro. L'impasto si posiziona in una grande foglia verde di banano e si aggiunge ancora un po' di latte di cocco. Per rendere il pasto più sostanzioso si aggiungono pezzi di carne grigliata, di solito maiale o manzo, o di pesce. La foglia di banano è chiusa intorno agli ingredienti e si fa cuocere in un forno di pietra per circa mezz'ora. Il risultato è un fagottino ripieno molto saporito e facile da trasportare.

La kava: la bevanda che fa rilassare
La kava cresce in molte isole dell'Oceano Pacifico, ma la "casa" di questa pianta sembra essere proprio il Vanuatu: le radici vengono fatte seccare e ridotte in pezzi piccolissimi, lavorandole in un mortaio. Si aggiunge acqua fredda per ottenere una bevanda dall'effetto rilassante, analgesico e calmante. Il rito di preparazione della kava è una cerimonia antica che viene ripetuta ogni sera dagli uomini delle tribù dei villaggi. In queste occasioni le radici di kava vengono masticate a lungo, in modo da ridurle in un impasto che viene filtrato per ottenere un succo che varia tra il bianco e il nocciola chiaro.
 

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