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La storia delle spezie. Un viaggio tra deserti, mari, soprusi e profumi

Cultura / -

 
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Storia delle spezie
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Storia delle spezie

Dalla Cina al Medio Oriente verso i porti europei, poi le Indie, l’America. Ripercorriamo la via delle spezie.

II millennio a.C.
Le civiltà del Vicino ed Estremo Oriente conoscevano le spezie fin dall'antichità. Le usano Sumeri, Egizi, Fenici, Assiro-babilonesi, Cinesi, Persiani, antichi greci e romani sia per riti sacri che come medicine e profumi. India, Indonesia, Malesia e Cina le esportano in Assiria ed Egitto. Ve ne sono testimonianze in diversi libri antichi, dalla Bibbia a Erodoto di Alicarnasso.
 
I sec. a.C.
Ai tempi dell'Impero romano, che aveva stazioni commerciali e militari in Asia e sul Mar Rosso, si spendono carriole di denaro per averle in tavola o farne profumi e unguenti, soprattutto durante il regno di Augusto. Sul mare i tragitti si compiono sottocosta e con scali frequenti; soltanto nel I secolo d.C. si cominciano a sfruttare i monsoni, che soffiavano su una stessa rotta in direzione opposta ogni sei mesi, per accelerare la navigazione. Frequenti sono gli attacchi di pirati o, in terraferma, di predoni. Pedaggi di ogni genere vengono imposti dai sovrani dei regni attraverso i quali i mercanti transitano, e questo ovviamente contribuisce a innalzare il costo delle merci. Come le gemme e la seta, il prezzo delle spezie si paga in oro.
 
408 d.C.
I Romani importano quantità talmente vaste di pepe da dover costruire speciali depositi (horrea pipearia) per custodirlo. Al pepe è attribuito un valore così elevato che Alarico, re dei Goti, dopo avere messo Roma a ferro e fuoco, chiede come tributo ingenti quantità d'oro e d'argento, ma anche una tonnellata di pepe.
 
VII secolo
Le spezie figurano, accanto ai papiri e ai tessuti di lusso, fra i prodotti che i mercanti orientali, Siriaci ed Ebrei, portavano per mare a Marsiglia e diffondevano di là nel regno dei Merovingi e in altre regioni dell'Europa nordoccidentale. Gli arabi detengono una sorta di monopolio su queste mercanzie, alimentato da racconti terrificanti sui luoghi di provenienza delle spezie, che sarebbero state custodite da draghi, uccelli giganteschi e popolazioni feroci. Le zone geografiche di provenienza delle spezie si occultano per non perdere l'esclusiva del loro commercio.
Carlo Magno emana un editto (Capitulare de villis vel curtis imperii) recante un elenco di almeno cento piante medicinali, alimentari e aromatiche (tra cui senape, papavero, cumino, coriandolo, carvi, nigella, aneto) che dovevano essere obbligatoriamente coltivate sulle terre imperiali e nei monasteri, talmente è diffuso e ritenuto indispensabile il loro utilizzo.
 
1096
Inizia la lunga avventura delle crociate, protrattasi fino al XIV secolo. Con il ritorno dei soldati alle loro case si diffonde l’impiego alimentare degli aromi esotici. Acquista prestigio il lavoro degli speziali.
 
Medioevo
Gli aromi sono copiosamente utilizzati, sia per insaporire i cibi sia come antisettici per preservare la carne e coprire il gusto di putrefatto che probabilmente assumeva, dati i modi di conservazione dell'epoca. I trattati di medicina e i ricettari di quei tempi dedicano tutti alcune pagine a decantare le virtù delle spezie più in uso nella cucina, il modo di prepararle, di usarle, di conservarle. Dopo decenni di conflitti tra le Repubbliche marinare, è la Venezia di Marco Polo ad affermarsi come dominatrice degli scambi con l'Oriente, governando per 130 anni il traffico delle spezie.
 
XIII - XIV secolo
Le flotte commerciali viaggiano in convogli scortati da navi da guerra pronte ad attendere l'arrivo delle carovane in qualsiasi porto del Vicino Oriente. Le spezie venivano spedite da Alessandria d’Egitto, dai porti della Siria, specialmente da Beirut e, prima della conquista turca, dai porti del Mar Nero, in prima linea da Trebisonda e dalla Tana, fin verso l’Inghilterra e nelle Fiandre, dove potenti organizzazioni provvedevano poi a distribuirle nel Nord Europa.
 
1418
L'esigenza dei vari regni europei di approvvigionarsi direttamente dai mercanti dell'Est spezzando il monopolio veneziano contribuisce all'enorme incremento d’interesse, durante il 1400, per la navigazione in alto mare. Nel 1418 il re del Portogallo Enrico il Navigatore apre una scuola nautica proprio allo scopo proprio di scoprire nuove rotte verso l'Oriente.
 
1496
Vasco da Gama approda a Calicut. Una delle prime cure del fortunato esploratore è quella di stipulare con i sultani di Cochin e Cananor un trattato che assicura ai mercanti portoghesi i carichi delle varietà più pregiate di spezie. In seguito a quel viaggio e alla fondazione delle colonie portoghesi sulle coste dell'India il monopolio del commercio delle spezie passa a Lisbona, sancendo il declino di Venezia che non era in grado di navigare per l'Atlantico. Nel 1500 Cabral scopre il Brasile e nel 1520 Magellano raggiunge le Molucche, chiamate "Isole delle spezie" perché ricolme di noce moscata e chiodi di garofano. Nasce l'impero coloniale portoghese.
 
1519
La Spagna penetra in Centro e Sud America, continenti che fanno conoscere al Vecchio Mondo vaniglia, peperoncino e pimento.
 
1600
Nascono le Compagnie di Inghilterra, Olanda e Francia, che strappano il predominio al Portogallo, anche con gravi soprusi. Nasce il colonialismo. Gli olandesi, unendo cinque compagnie commerciali, arrivano a creare la più potente organizzazione del mondo che commercializza praticamente in esclusiva le spezie dai principali luoghi di produzione: India, Ceylon, Malesia, Molucche, Cina e Giappone. Batavia e Amsterdam diventano i due mercati estremi della nuova corrente del traffico delle spezie. Gli olandesi pagano il re delle Molucche per sradicare gli alberi di noce moscata, allo scopo di concentrarne la produzione nei propri territori e far salire i prezzi. I francesi trapiantano nei loro possessi tropicali noce moscata, garofano e pepe. Alla corte francese è di moda servire carni infarinate con polveri odorose decorate con fiori e frutta.
 
1824
Viene stipulato un trattato che regola gli interessi di Olanda e Inghilterra in India e nell'Asia sud-orientale. Da qui in poi, nessuna città può più definirsi la capitale del commercio delle spezie.  Il cui commercio è però soppiantato, in quantità, dalla rapidissima ascesa dello zucchero, del cacao, del caffè, del tè, di pigmenti e materie tessili, dei legni preziosi che finiscono per assegnare alle spezie una posizione sempre più marginale nel commercio coloniale.
 
XX secolo
Il valore e la mole di scambi commerciali sono in calo, si parla infatti di tramonto delle spezie in gastronomia. Oggi buona parte degli aromi prodotti in climi tropicali è in disuso, e soltanto alcuni di questi sapori vengono usualmente impiegati per cucinare. Qualcosa però in questi tempi sta cambiando; si ritorna a scoprire i sapori e gli aromi del passato con la diffusione da una parte della cucina indiana e cinese e dall'altra della nouvelle cuisine che ama molto usare e osare sapori inconsueti.
 
Una storia affascinante, che potrà essere ripercorsa, riscoperta e assaggiata nel Cluster Il mondo delle spezie di Expo Milano 2015, e in tutti i ristoranti dei Padiglioni dei Paesi espositori.
 
 

Detto e mangiato: il malvone

Cultura / -

malvone 2

C’è una parola inconsueta che deriva dal mondo delle piante officinali e che ben definisce chi non prende mai posizione, non conosce estremismi e apprezza sopra ogni cosa i relativismi: il malvone.

Malvone è il nome di una pianta della famiglia delle malvacee, dalle proprietà emollienti e antinfiammatorie. Accrescitivo di malva, deriva dal greco malackós, molle. Per questa sua caratteristica, la parola malvone andò a indicare in senso figurato un tipo umano fiacco e molliccio, con lo spirito tutt’altro che ardente. Venne dunque usata in politica per definire in senso spregiativo una persona dalle idee moderate e conservatrici; più che reazionaria, retrograda.
Già nel 1800 l’epiteto malvone era decaduto dall’uso politico ma, come ci informa il lessicografo Alfredo Panzini, si adoperava tuttavia per “cosa o persona flaccida”. 
Malvone: una parola immediata per dare più sapore a cose mediamente insipide.
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.

La poesia di Virgilio per il Padiglione Zero: le Georgiche

Cultura / -

“In molti lavori ti aiuterà il freddo della notte o il primo sole, quando Lucifero sparge umore sulla terra”.

Tutte le citazioni rappresentate sul Padiglione Zero sono state scelte dall’editore Nicola Crocetti per il libro “Le opere dell’uomo i frutti della Terra”. La selezione  è avvenuta nell’ambito della produzione poetica riguardante le quattro arti con cui l’uomo si è procurato il nutrimento dalla notte dei tempi: agricoltura, caccia, pesca e allevamento. Così come l’uomo ha trasformato in arte le attività con cui si procurava il cibo, i poeti hanno trasformato in arte le attività con cui l’uomo si è procurato il cibo: queste poesie sono un valido esempio del nutrimento portato in versi.

Il più grande poeta del mondo latino dell’antichità è Virgilio, che ha scritto in latino con le Georgiche quello che Esiodo ha scritto in greco. Le Georgiche (il cui nome deriva da γεωργικός,  che ancor oggi in greco moderno significa "agricoltura”) sono un poema didascalico diviso in quattro libri, rispettivamente dedicati alla coltura dei campi, alla coltivazione delle piante, all’allevamento del bestiame, alle api. I versi che si leggono a Expo Milano 2015 sono tratti dal Libro I e si riferiscono a descrizioni idilliache di un momento di lavoro e  di vita nei campi: nessuno, nel mondo latino, ha descritto l’agricoltura come Virgilio con le Bucoliche e le Georgiche. La traduzione scelta per il pannello è a cura del grande poeta contemporaneo Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959.

L’epica e il valore civile della vita nei campi: la natura protagonista assoluta della poesia
In quest’opera si percepisce una vera epica della vita nei campi sentita e vissuta, con tutte le sue implicazioni di bellezza, passione e anche sofferenza. Se precedentemente nelle Bucoliche si era dedicato al mondo di sogno dei pastori, nelle Georgiche Virgilio passa al mondo reale dei contadini e degli allevatori. Ispirato a I giorni de le Opere di Esiodo e  al De Rerum Natura di Lucrezio, il poema virgiliano usa la forma letteraria del manuale tecnico  per affrontare temi più profondi: il senso e il valore del lavoro umano, il ruolo della poesia nella società, i mutamenti in corso nel mondo politico romano. Augusto, infatti, aveva appena vinto le guerre civili, e questo poema con l’esaltazione dell’intenso lavoro del piccolo coltivatore sostiene la restaurazione dei valori tradizionali romani come laboriosità, religiosità, culto della famiglia e della patria, che caratterizza il nuovo regime. Come sottolinea il critico Gian Biagio Conte: “il problema di Virgilio non è più di mostrare e descrivere qualcosa che sia intrinsecamente meraviglioso, bensì di far scoprire come oggetto di meraviglia quel che già è posseduto. Ed ecco che il mondo delle api si fa spettacolo mirabile ma anche insegnamento etico, e la loro umile fatica merita il labor del poeta; così anche, nel mondo degli uomini, gli umili lavori dei campi son da vedere come lotte dure di forti guerrieri. Ecco il segreto del poeta e la gloria della sua poesia”.

Il Padiglione Zero, curato da Davide Rampello e progettato da Michele De Lucchi, introduce la visita del Sito Espositivo di Expo Milano 2015. Racconta il percorso di ciò che l’uomo ha prodotto dalla sua comparsa sulla Terra fino a oggi, le trasformazioni del paesaggio naturale, la cultura e i rituali del consumo.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa