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Kuwait. Il fascino di un piccolo Paese in cui la sabbia del deserto incontra le tiepide acque del Golfo Persico

Cultura / -

© Noufal Ibrahim-Xinhua Press-Corbis

È proiettato verso il futuro questo Paese in cui i pozzi petroliferi e gli allevamenti ittici condividono il paesaggio con impianti a energia solare futuristici e centinaia di maestose pale eoliche che sfruttano sapientemente la forza del vento.

Non è solo per gli abbondanti pozzi petroliferi che si trovano al di sotto del suo territorio e che lo rendono tra i più ricchi del Pianeta che questo Paese affacciato sul Golfo Persico può dirsi fortunato, ma anche e soprattutto per la capacità e il genio dei suoi cittadini che hanno saputo come trovare delle adeguate strategie e soluzioni d’avanguardia per sopravvivere in un territorio evidentemente poco ospitale. Celebre per i suoi suk ricolmi delle merci e degli alimenti più disparati, Il Kuwait è conosciuto nel mondo soprattutto per le sue opere di desalinizzazione del mare, per le serre concepite con sistema idroponico e per l’impegno nella ricerca di fonti di energia rinnovabile.
 
Cous cous, verdure, pesce e legumi. Questo e molto altro in cucina
Alla base della cucina locale vi sono piatti molto gustosi e comuni e a tutta l’area mediorientale, come l’hummus di ceci o la sua gustosa variante alle fave, il cous cous e l’insalata taboulè, i kebab di pollo o agnello e i dolci deliziosi a base di miele e zafferano.
 
Un Padiglione che esalta il valore dell’acqua
È dedicato al prezioso elemento dell’acqua il Padiglione del Kuwait, posizionato nelle parte orientale del Decumano. La sua struttura particolare, progettata dallo studio di Italo Rota, ricorda le vele delle imbarcazioni tipiche kuwaitiane chiamate Dhow. L’ampio Padiglione consente ai visitatori di scoprire i tesori del Paese mediorientale affacciato sul Golfo Persico, tra cui l’architettura unica che caratterizza i nuovi palazzi della Capitale.
 
 

Alessandra Sanguinetti. Per i miei scatti voglio vivere il contatto tra uomo e natura, anche a tavola

Cultura / -

SP Alessandra Sanguinetti img rif cover

Una simbiosi tra persone, luoghi e natura: in tre isole dell’Oceano Pacifico, nell’Oceano Indiano e nei Caraibi Alessandra Sanguinetti di Magnum Photos ha realizzato gli scatti della mostra fotografica del Cluster Isole, mare e cibo.

Per Expo Milano 2015 si occupa della mostra del Cluster Isole, mare e cibo: per realizzare questo progetto ha viaggiato in luoghi affascinanti e bellissimi, in tre isole dell’Oceano Pacifico, nell’Oceano Indiano e nei Caraibi e ha raccontato la vita di questi luoghi. Su quali aspetti si è concentrata maggiormente per scegliere le sue fotografie?
Durante il tempo trascorso sulle tre isole mi sono concentrata sugli aspetti che mettevano in diretto contatto le persone con la terra. Che fosse l’impasto di corallo a Mayotte, l’arcipelago di origine vulcanica, costituito da due isole principali nell’Oceano Indiano, con cui le donne si tingono il volto, l’uso della terra come parco giochi o l’uso della vegetazione come abitazione, per il nutrimento dello spirito e del corpo. La revisione del lavoro è solo un riflesso di questa ricerca.
 
Qual è il cibo che ha assaggiato durante questi viaggi che le è rimasto maggiormente impresso?
La preparazione e la presentazione del “lap lap”, il piatto tradizionale di Vanuatu. La preparazione inizia da foglie di banano che vengono strappate dagli alberi e utilizzate come contenitori per gli strati di purè di platano, pesce del giorno e verdure. Le foglie di banano vengono piegate intorno al ripieno a formare un pacchetto che viene legato con i viticci della vite. Il preparato viene poi deposto su un letto di rocce calde e lasciato cuocere per un'ora. Se c’è una festa nel villaggio viene scavato un grande buco nel terreno  in mezzo al quale viene acceso il fuoco e vengono messe le rocce calde. Il “lap lap” viene poi coperto con la terra, diventando simile a  un vulcano, e viene scoperto dai bambini solo dopo un’ora. A partire dalle foglie di banano, fino alle rocce, alla vite usata per legare il ripieno e al ramo utilizzato per grattugiare il platano, ogni singolo ingrediente del “lap lap” viene dalla terra che l’ha prodotto.

Lei  è cresciuta in una fattoria in Argentina: quali sono le tracce di questo contatto con la natura nel suo modo di fotografare?
Non sono esattamente cresciuta in una fattoria, ma in città, trascorrevo le estati e i fine settimana in una fattoria.  Ho amato molto la vita lì, sono diventata viva lì, ma era inevitabile che fossi più un’osservatrice che una partecipante attiva. Così ho passato il tempo  passeggiando tra i recinti, a guardare le pecore, le mucche, i maiali ammassati, curati , vaccinati e infine spediti da qualche parte o macellati. La mia visione non era quella pratica di una ragazza che viveva in una fattoria, ma forse una visione più romantica, di chi si faceva delle domande. Da bambina ho visto la maggior parte delle cose dal punto di vista degli animali, piuttosto che da quello degli umani: sono stata sintonizzata su queste sensazioni durante “On the Sixth Day”, la mia monografia che esplora la complessa relazione tra l’uomo e gli animali addomesticati.

Dalla fattoria è andata a vivere a San Francisco: come è cambiato il suo modo di mangiare? Cosa rimane dell’alimentazione agreste? Ci sono cibi e modi di mangiare che le mancano, che in città non trova?
Nelle fattorie in Argentina l’alimento base della dieta è la carne, accompagnata da poca frutta e verdura. Non mangio carne, perciò in Argentina sono un’anomalia: non posso certo dire che mi manca quel tipo di alimentazione!

San Francisco è un’oasi negli Stati Uniti a livello  gastronomico: c’è molta frutta fresca e verdura di stagione, ovunque ci sono cibi squisiti e sani. Tuttavia questa alimentazione non è economica e non tutti possono permettersi il lusso di avere la terra per coltivare il cibo.  Ciò si è reso più evidente dopo i viaggi a Vanuatu e in Dominica, dove a causa della natura della terra tutti hanno accesso alle banane al cocco, all’avocado, al mango, all’ananas, ai fichi, ai frutti dell’albero del pane, all’acqua potabile e al pesce. I cibi confezionati praticamente non esistono e cibi squisiti e sani arrivano direttamente dalla terra nelle case delle persone. Non ero mai stata  in un posto dove, a prescindere dalla loro situazione economica, le persone fossero così indipendenti nel nutrirsi, dove mangiare fosse la naturale continuazione della terra attorno a loro e dove il modo in cui coltivano e preparano il cibo riflettesse tradizioni e rituali tramandati da generazioni. È stato bello vedere queste cose.

La sua biografia ufficiale la definisce una ‘trobadora’, una  raccontatrice di storie , di persone reali ma trasportate su un piano del sogno: quanto conta il sogno per lei e come si coniuga con la sua fotografia?
È solo con “The Adventures of Guille and Belinda” che ho messo insieme i sogni delle ragazze incoraggiandole a metterli in atto, dando così alle immagini una qualità teatrale. Era una caratteristica specifica di questo lavoro. Quando le ho fotografate, questo approccio è venuto naturalmente perché stavo cercando di rappresentare il loro mondo: possiamo capire meglio la vita dei bambini attraverso i loro giochi. Avvicino ogni soggetto o tema su cui lavoro nella maniera che intuisco sarà più naturale. Con gli animali, istintivamente mi metto in ginocchio e li fotografo a livello dei loro occhi e li seguo cercando di acquisire il loro ritmo. È il modo in cui si raccontano le storie che conta. Ogni soggetto, posto o tema che fotografo, evoca diverse sensazioni, reazioni, aspettative, così come un narratore di storie usa i migliori mezzi per evocare quello che la storia significa. Nel caso di Guille e Beli evocare le loro (e le mie) fantasie è sembrato il modo più naturale e fedele di presentarle.
 

Vietnam. Lo sguardo teso verso il domani di un popolo fiero di lavorare la terra

Cultura / -

Il riso, un prezioso alimento coltivato con amore dalle mani sapienti di donne e uomini chini sulle spighe fino al calare del sole.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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