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Joanne Harris. Osservare come mangiano le persone è un modo per apprendere parecchio sulla loro personalità

Cultura / -

Joanne Harris

L’autrice di “Chocolat” racconta come cibo e storie siano importanti per costruire il dialogo tra culture differenti. La scrittrice inglese è una delle 104 autrici che hanno partecipano a “Novel of the World”, l’opera corale scritta in 28 lingue diverse di WE-Women for Expo e dedicata al nutrimento del corpo e della mente.

“Cambiare il mondo, una storia alla volta”, è stato il titolo del suo recente Ted Talk. Crede che le storie possano influenzare il modo in cui le persone e il mondo si comportano?
Certamente. Credo che narrare sia la prima e più essenziale forma di comunicazione che abbiamo e poiché le storie coinvolgono le persone a livello empatico, oltre che intellettuale, penso sia il modo migliore per coinvolgerle in situazioni da cui altrimenti si sentirebbero emotivamente distaccate.
 
Nel suo contributo al Novel of the World di WE-Women for Expo scrive; “Donare il cibo esprime qualcosa di più della semplice ospitalità. È un invito a entrare per qualche momento nel mondo di un’altra persona. A pensarci bene, in effetti, è un po’ come la scrittura”. Crede che la letteratura e il cibo possano aiutare a costruire un dialogo tra diverse culture?
Sì, credo che ci siano vari modi di stabilire un dialogo, ma il cibo e i racconti sono due dei più importanti: rappresentano mezzi fondamentali di comunicazione. Il primo in un modo più essenziale, considerando che tutti si confrontano con il cibo e conoscono il significato di ospitalità e festeggiare. Tuttavia l’utilizzo del racconto è indubbiamente molto importante come strumento per evidenziare dei punti di contatto tra culture.
 
Il suo nuovo libro, “Il canto del ribelle”, è un’appassionata riscrittura di una saga nordica. Con quale dei tanti personaggi descritti vorrebbe andare a cena e perché?
In realtà credo che nessuno dei personaggi descritti sia particolarmente adatto ad un cena. Le divinità nordiche non sono molto raffinate nell’approccio al pasto, ma hanno piuttosto una propensione a ingozzarsi di carne cruda e alcool fino al punto di perdere i sensi. Detto questo penso che Idun potrebbe essere un personaggio interessante con cui passare del tempo.
 
Il cibo ha sempre un ruolo importante nei suoi libri. Che cosa pensa che il cibo e i modi in cui viene consumato riveli delle persone?
Dipende. Le persone si relazionano con il cibo in modi diversi. Esistono rapporti con il cibo legati agli affetti, che includono la nostalgia, i ricordi, la famiglia, ma il cibo può anche essere legato a emozioni negative, quali sensi di colpa, autocontrollo o deprivazione. Ma in ogni caso c’è comunque un collegamento alla cultura e quindi un’espressione di come noi ci relazioniamo con gli altri. Credo quindi che osservare come le persone mangiano e come si rapportano emotivamente con il cibo sia un modo per apprendere parecchio sulla loro personalità.
 
Lei ha spesso evidenziato come in campo editoriale ci siano discriminazioni di genere. Crede che nel mondo della letteratura si considerino tuttora in modo differente uomini e donne?
Sì. E credo che questo sia evidente dal fatto che, ancora oggi, sia i giurati sia i candidati di tantissimi premi letterari sono uomini. E, malgrado ci siano più donne scrittrici, sono gli autori uomini a essere più frequentemente recensiti e anche la considerazione per la loro scrittura è piuttosto diversa. Faccio un esempio: se un uomo scrive un libro sul tema di rapporti e relazioni è considerato profondo, mentre so lo fa una donna tende ad essere considerato un romanzo rosa. Questo perché la percezione generale è che le donne parlano di emozioni e gli uomini su temi precisi. Io non credo sia così, ma è da tempo ormai che ci portiamo dietro questa visione disarmante.
 
Quando si parla di spreco, non si intende solo spreco di cibo, ma anche di talento e intelligenza, specialmente per quanto riguarda le donne. Che cosa ne pensa?
Credo che le donne siano a volte trascurate, nel senso che non viene data loro l’occasione di esprimersi. Quindi non sempre vediamo realizzarsi il potenziale delle donne, in quanto partono svantaggiate rispetto agli uomini. Credo che questo sia ancor più vero fuori dall’Europa. È fondamentale quindi fornire alle donne la possibilità di esprimersi, di dare valore alle loro opinioni e insegnare loro che possono spingersi pini là di quanto già facciamo ora.
 
Che cosa potrebbero fare gli scrittori per promuovere un mondo più inclusivo?
È importante che ci siano voci diverse nella scrittura. In Inghilterra la maggior parte delle voci letterarie, tradizionalmente, sono state di uomini bianchi di un certo ceto sociale. Sarebbe bello vedere più contributi da persone di etnie e culture diverse. Sarebbe bello dare voce a persone con esperienze di vita diverse e credo che questo si possa fare in parte diversificando i personaggi dei nostri racconti, ma anche le nostre letture. Abbiamo la tendenza ad andare sul sicuro e continuare a leggere sempre autori dello stesso tipo. Questo non incentiva la diversificazione, né fa bene al singolo lettore sentire sempre le stesse voci.
 
Per quanto riguarda i temi della sostenibilità e della malnutrizione, come crede che le donne possano fare la differenza?
In tutto il mondo le donne tendono a occuparsi della preparazione e gestione del cibo, ma spesso non sono loro a consumarlo. In alcune culture non è permesso alle donne mangiare certe cose. Dovremmo promuovere l’educazione alimentare, soprattutto per donne e bambini che soffrono spesso di malnutrizione perché il cibo viene dato agli uomini. Quando ho visitato il Togo per l’associazione Plan UK questo era molto evidente: per esempio non era permesso alle donne incinte di mangiare proteine, e questo non è certo un modo per avere neonati sani. Credo sarebbe importante che alcuni di questi concetti base fossero acquisiti.
 
Joanne Harris è nata in Gran Bretagna da madre francese e padre inglese. Cresciuta nel negozio di dolciumi dei nonni, ha poi studiato a Cambridge e insegnato per quindici anni durante i quali ha scritto Chocolat (Garzanti), con cui nel 1999 ha raggiunto immediato successo e da cui è tratto l’omonimo film. Seguiranno, sempre pubblicati da Garzanti, Vino, patate e mele rosse e numerosi romanzi tra cui Le scarpe rosse, il seguito di Chocolat. A ottobre è uscito in Italia Il canto del ribelle.
 
Leggi il racconto scritto da Joanne Harris per il Novel of the World su WE-Women for Expo.

 
 

Filippa Lagerback. Cosa rappresenta l’Italia? Un pomodoro perfettamente maturo

Cultura / -

Filippa Lagerback

Filippa Lagerback, volto noto della televisione italiana di origine svedese, ci racconta il suo rapporto con la cucina, con la mobilità e con il tempo. Filo conduttore: la sostenibilità.

Ambiente. Il tuo volto, specialmente sul piccolo schermo, è da sempre associato alla sostenibilità ambientale. Da cosa nasce questa tua passione e cosa significa per te avere uno stile di vita sostenibile?
Tutto nasce dalle mie origini svedesi, ovvero dall’innato rispetto e amore per la natura e ciò che ci circonda. La natura è patrimonio di tutti in Svezia e tutti devono avere il diritto di usufruire dei boschi, dei laghi. Si può anche pernottare con la tenda su proprietà private, l’importante è lasciare il terreno come lo si è trovato, come se fosse tuo. Per questo, per me è stato naturale appassionarmi alla Terra, è una cosa che ho assimilato fin da quando ero bambina. La città è altrettanto bella, ma leggere un libro in un bosco, sotto una betulla è qualcosa che non si può descrivere.
 
Cibo. Oggi gran parte della partita per la sostenibilità si gioca in campo alimentare. Una delle cose che ognuno di noi potrebbe fare nel quotidiano è ridurre gli sprechi. Tu che tipo sei in cucina?
Io cerco di comprare solo quello che mi serve, cerco di essere un consumatore consapevole e informato che non cade nella trappola delle pubblicità. Mi chiedo sempre da dove vengono le cose che mangio, da dove vengono la frutta e la verdura, se sono di stagione. E poi con gli avanzi cerco sempre di creare dei piatti. In Svezia ne abbiamo uno che si chiama “pyttipanna”. Si butta tutto in padella e si crea un piatto buonissimo pronto per essere mangiato il giorno dopo. Con la vita frenetica che si conduce oggi, non è sempre facile, ma quando si può è fondamentale essere informati e leggere “tra le righe” per fare la scelta giusta. Trovo inutile mangiare la frutta che viene dall’altra parte del mondo e per questo bisogna usare il buon senso. Spesso è un concetto che si dimentica perché siamo troppo occupati su noi stessi.
 
Sei nata in Svezia, ma da tempo ti sei trasferita in Italia, la domanda è d’obbligo. Quale cucina preferisci? Qual è l’ingrediente di cui non puoi fare a meno?
Io credo che la cucina italiana sia la migliore del mondo. Solo qui ho gustato i sapori, quelli veri. E credo che l’ingrediente che più la rappresenta sia il pomodoro perfettamente maturo, un prodotto così semplice ma che racchiude una varietà incredibile. Ho sentito discorsi interminabili su come debba essere il pomodoro perfetto.
 
Quindi hai scelto solo cose italiane, ma c’è un piatto svedese che ti manca?
Alla base della cucina svedese ci sono le patate, esistono un sacco di piatti diversi fatti con questo ingrediente. Le patate novelle che in Svezia arrivano a giugno, cucinate con un po’ di aneto, sono buonissime. Spesso si accompagnano all’aringa, anche se io preferisco i contorni, i piatti a base di frutta, verdura e… i formaggi!
 
Mobilità. Per star bene e condurre una vita sana è importante ciò che si mangia, ma anche condurre attività fisica. Tu ami la bicicletta perché, hai detto in passato, ti fa sentire “libera”. Una sensazione che hai deciso di trasferire anche a tua figlia. Perché ami così tanto la bici?
È stato il mio primo mezzo di trasporto, quello che mi ha fatto andare lontano, a scuola come al mare con gli amici. Mi ha fatto sentire indipendente, e quindi libera. Quando sono arrivata a Milano più di dieci anni fa le cose erano un po’ diverse, mi sembrava impossibile. Ma quando è nata mia figlia, trovavo ingiusto che lei non potesse provare le sensazioni che avevo provato io alla sua età. Così ho deciso di darmi da fare, ho scritto anche un libro per cambiare le cose e convincere gli amici e sempre più persone a usare la bicicletta per tutti i vantaggi che porta con sé: ambientale, economico, di tempo. Oggi Milano è invasa dai ciclisti e questo mi rende molto orgogliosa perché una piccola goccia di questo mare di due ruote è anche merito mio.
 
Tempo. A proposito di frenesia e mobilità, sembra che la fretta e il tempo siano diventati sempre più preziosi per la società in cui viviamo. Che valore dai al tempo?
Credo che il tempo sia il lusso più grande che abbiamo. Preferisco rinunciare ad alcune attività, per avere il tempo anche di non fare nulla. Godermi le giornate con la mia famiglia, dedicarmi alle cose che rendono migliore la mia giornata e ti riempiono di emozioni. Un’altra cosa importante è regalare il tempo per stare insieme. Se potessi scegliere un regalo da fare un amico, sarebbe il tempo di fare esperienze condivise. Le preferisco a qualsiasi altra cosa di tipo materiale perché arricchiscono maggiormente.
 
Il primo maggio sei stata in Expo per un’iniziativa che in qualche modo è legata sia al tempo che alla sostenibilità. Ce ne vuoi parlare?
Sì, io sono testimonial di Swatch, Official Watch & Timekeeper di Expo. Insieme a Treedom, è stata lanciata un’iniziativa che prevede la piantumazione di 5.100 alberi in Kenya per ogni orologio venduto all’interno dell’esposizione. Chi lo acquista riceve un codice per seguire online la crescita dell’albero ad esso associato. A me è stato regalato un albero di mango. E poi ci sarà la piantumazione di altri 51 alberi di arancio che verranno piantati a Milano alla fine dell’Expo. Il numero 51 è magico per Swatch perché ricorda i componenti che costituivano il primo orologio.
 
Milano. È la tua città, quali pensi siano stati e saranno gli effetti dei sei mesi di esposizione universale per la città e per l’Italia?
Anzitutto sono felice che la prima Expo dedicata alla nutrizione si tenga in Italia perché non c’è posto migliore al mondo per parlare di cibo. E poi Milano si è trasformata, è diventata una città molto più internazionale di prima. Una città contemporanea. Milioni di persone passeranno da Milano, e per la prima volta questa città sarà meta turistica principale, da qui raggiungeranno altri luoghi italiani che sono più famosi nel mondo. Dobbiamo essere orgogliosi e dobbiamo dimostrare a chi ci verrà a trovare quanto sia meraviglioso il nostro Paese.
 

La dieta mediterranea, un fenomeno planetario. Sì, grazie agli arabi e agli americani

Lifestyle / -

La dieta mediterranea, un fenomeno planetario. Grazie agli arabi e agli americani

La dieta mediterranea è un modello di vita ed alimentare noto a livello mondiale, adottato ormai da miliardi di persone. Il concetto è stato sviluppato dal fisiologo statunitense Ancel Keys nel XX secolo ma dietro l'etichetta “dieta mediterranea” si cela una storia millenaria di scambi culturali tra Oriente e Occidente, tra Vecchio e Nuovo Mondo, ricca di sorprese.

La dieta mediterranea al giorno d'oggi è anche uno stile di vita, che invita all'attività e alla socialità a tavola; viene esaltato uno stile di vita slow, fatto di convivialità che privilegia pasti ricchi di frutta, verdura e cereali integrali, con l'olio extravergine d'oliva come condimento, e pochi grassi di origine animale.
 
Dal punto di vista culturale il concetto di dieta mediterranea è piuttosto recente e risale al pionieristico studio di Ancel Keys a metà del XX secolo. Questo biologo e fisiologo americano ha coniato il termine dieta mediterranea a seguito di un brillante studio scientifico che sottolineava la quasi assenza di malattie cardio-vascolari nelle popolazioni mediterranee, a confronto con i pazienti americani, grazie ad una dieta ipocalorica, povera di zuccheri e di grassi di origine animale. A seguito della pubblicazione dei risultati della ricerca Time gli dedicò una copertina nel 1961, fu così che la dieta mediterranea iniziò ad essere studiata e praticata in tutto il mondo. 
 
Métissage culturali, métissage naturali
Molti alimenti della dieta mediterranea però, lungi dall'essere autoctoni, sono il frutto della mescolanza culturale, di scambi che caratterizzano da sempre la civiltà europea, complice la presenza del mare Mediterraneo, solcato da navi e viaggiatori: ad esempio pomodoro, patata, fico d'india e peperoncino vengono dalle Americhe, dunque sono stati introdotti nell'alimentazione dopo la scoperta dell'America. 
Sino al Settecento i contadini europei si rifiutarono di coltivare e mangiare patate, di origine peruviana, per paura di avvelenarsi, dato che appartengono alle solanacee, più tardi le adottarono e inventarono ricette come il purè, le patate fritte, il pane di patate, gli gnocchi di patate, tutte pietanze ignote nel Nuovo Mondo. 
I pomodori, in azteco tomatl, furono trasformati in salsa dai cuochi mediterranei che ebbero la geniale intuizione di abbinare la pasta e la pita mediterranee alla salsa e al formaggio, creando un connubio organoletticamente vincente. 
 
La cucina mediterranea
Oggi le cucine mediterranee sono impensabili senza il pomodoro, magari accompagnato da un altro americano nel mediterraneo, il peperoncino, ma in realtà sino a fine Settecento questi prodotti faticarono ad essere incorporati nelle gastronomie locali. 
Lo zucchero, che oggi è un prodotto indispensabile nelle nostre cucine, e anche lo spinacio, provengono dall'India, mentre arancia, limone e mandarino dall'Oriente, e si sono diffusi grazie agli Arabi nel Mediterraneo solo durante il Medioevo; anche il riso venne introdotto dalla civiltà araba solo nel Medioevo. 
Anche frumento, vite e olivo sono stati addomesticati nel Vicino Oriente, e propagatisi lentamente in epoca neolitica nelle terre bagnate dal mare nostrum. 
Insomma la dieta mediterranea deve il proprio successo all'intuizione di un biologo americano, che l'ha fatta conoscere al mondo e alle popolazioni extraeuropee, di cui siamo debitori di molte sostanze alimentari oggi etichettate come tipicamente mediterranee. 
 

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