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I mulini, una storia d’amicizia millenaria tra l’acqua, il vento e l’agricoltura

Cultura / -

 
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Olanda. Mulini a vento e campi di giacinti
© Jim Zuckerman/Corbis
Francia, Bayeux. Mulino sul fiume Aure.
© 145/Karen Desjardin/Ocean/Corbis
Giappone. Mulino a vento e ciliegi.
© Top Photo Group/Corbis
Spagna, Provincia di Toledo, zona de La Mancha , Consuegra. Antico mulino a vento e castello.
© Julianne Eggers/Corbis
Nagano, Giappone.
© Aflo/Corbis
Vihula, Parco Nazionale Lahemaa , Estonia. Mulino a vento.
© Frauke Scholz/imagebroker/Corbis
Cina, Lijiang. Mulino ad acqua nella città vecchia, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO.
© Simon Montgomery/Robert Harding World Imagery/Corbis
Italia, Sicilia, Marsala, saline di ‘Stagnone’.
© Jacques Sierpinski/Hemis/Corbis
Nord Carolina, USA. Mulino ad acqua Meytre Grist.
© Tetra Images/Corbis
Germania, Bassa Sassonia. Mulini gemelli Greetsieler Zwillingsmühlen.
© Wilfried Wirth/imagebroker/Corbis

II millennio a.C.
L'uso di primitive ruote ad acqua risale ai tempi dei Sumeri, testimoniato da nomi di periodi sui loro calendari. La tecnica costruttiva dei mulini ad acqua e a vento è per molti secoli prerogativa delle civiltà mesopotamiche; solo successivamente si espande in Egitto, in Cina e, molto più tardi, in Occidente. Nell'antica Mesopotamia l'utilizzo di macchine per l'irrigazione è documentato da iscrizioni babilonesi, ed è ipotizzabile che sfruttassero l'energia dell'acqua per l'irrigazione. Il re di Babilonia Hammurabi, trentasette secoli fa, fece costruire pompe eoliche per sollevare acqua dai fiumi e irrigare i celebri giardini di Babilonia; congegni costruiti probabilmente ad asse verticale.
 
15 a.C.
Il De architectura di Vitruvio cita il mulino ad acqua.
 
630 d.C.
Il califfo Omar I dà testimonianze scritte di un uso alquanto diffuso di simili sistemi a vento per irrigare. Si tratta di macchinari a pale e leve comparabili a quelli già descritti da cronache persiane nel 130 d.C. e simili alle macine da grano che si diffusero largamente in quei secoli dalla Persia orientale all’odierno Afghanistan. L’espansione del mulino a vento, al contrario di quella del mulino ad acqua, è lenta, tanto che rimase per alcuni secoli prerogativa dell’area mediorientale. Solo con l’espansione dei regni islamici, a partire dal 7° secolo, anche l’uso del mulino a vento raggiunge l’Occidente mediterraneo. Sicilia, Baleari, Spagna, isole greche vedono sorgere per primi questi manufatti, portati dai conquistatori islamici.
 
XII secolo
In Europa si comincia a servirsi più diffusamente dei mulini ad acqua e a vento con finalità industriali, impiegati per macinare cereali, spremere le olive, pompare acqua, alimentare segherie, cartiere, tintorie. La prima traccia di un mulino a vento in Europa è precisamente del 1180: in un documento cartaceo si trova scritto che un’abbazia della Normandia ricevette in dono un appezzamento di terra “vicino a un mulino a vento” a Montmartin en Graine.
 
XIII-XVI secolo
Siamo in Olanda. Il paesaggio si popola di mulini non solo a mo’ di macine, ma anche per drenare l’acqua e strappare sempre più terra al mare, suscitando a volte, curiosamente, le proteste degli artigiani e dei braccianti locali, preoccupati per il loro posto di lavoro. Nel frattempo in Spagna “ecco scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: ‘La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi’”… il capolavoro di Miguel de Cervantes Saavedra dato alle stampe nel 1605 dà saporita testimonianza della diffusione di queste strutture nei paesaggi campestri.
 
XVIII secolo
Con l’avvento delle prime macchine industriali i mulini non si accantonano immediatamente. Anche se non più impiegati come prima per manifatture o per la mera forza meccanica, la pala eolica viene adattata a disparati impieghi: per esempio, alimentando milioni di pompe d’acqua dei coloni americani. A questi decenni e all’inventore Daniel Helladay si fa risalire la nascita di quei caratteristici “mulini americani”, quei mulini montati su tralicci con un rosone di pale di latta rettangolari che ruotando trasferivano energia a una pompa d’acqua posta per terra. Hanno in effetti caratterizzato i paesaggi agricoli americani di due secoli, immortalati da tanti film western, e secondo alcuni calcoli ne furono costruiti addirittura sei milioni. Alcuni dei quali tuttora funzionanti.
 
XIX secolo
Il mulino ad acqua, così come il mulino a vento, viene soppiantato dall'avvento del motore a vapore e, successivamente, dal motore elettrico. Le vestigia di millenni di collaborazione - ruote, casupole, torri, architetture sulle colline e a bordo dei fiumi – rimangono a testimoniare in modo romantico e suggestivo la dolcezza e la disponibilità delle forze della natura.
 

Non solo patate e zenzero. Tuberi e radici tuberose, un mondo di energia e sapori

Gusto / -

 
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Topinambur
Manioca
Zenzero
Jicama
Prezzemolo a radice
Prezzemolo a radice
Rutabaga o Navone
Yam cinese
Patata dolce americana

Le radici amidacee e i tuberi più usati come fonti di alimentazione nel mondo elencate dall’Institute of Food and Agricultural Sciences della University of Florida.

Topinambur (Heliantus tuberosa)
Pianta originaria dell’America Settentrionale, parente stretta del girasole, con radici striscianti e ingrossate. I suoi tuberi sono di forma assai irregolare, la buccia è di colore rossastro e la polpa è bianca, dal sapore simile a quello dei carciofi. Si usano come le patate in cucina, ma si possono anche assaggiare crudi. Poverissimi di lipidi, ricchi di carboidrati, non contengono tanto amido bensì inulina, un polisaccaride prezioso per la salute della microflora intestinale. Pur crescendo sottoterra, hanno anche un po’ di vitamine, tra cui la B. Buona fonte di ferro, calcio, magnesio.
 
Manioca (anche chiamata manioca, tapioca, cassava, yuca; Manihot esculenta)
L’arbusto è originario dell’America del Sud oggi coltivato in mezzo mondo, dalla Nigeria al Costa Rica, dal Congo alla Thailandia. È estesamente coltivato nei tropici, in numerose varietà che si distinguono in amare e dolci, benché alcune siano amare solo da giovani o viceversa. I suoi tuberi radicali non sono commestibili, crudi,  ma lo diventano con lavaggi, cottura e arrostimento. La diffusissima farina (la tapioca) si estrae spremendo la poltiglia così da far colare via i liquidi non edibili, poi con l’essiccagione.
 
Taro (anche chiamata dasheen, eddoe, malanga; Colocasia esculenta)
È una pianta della famiglia delle Araceae comunemente conosciuta con il nome di origine polinesiana Taro. Ha dei tuberi simili alla patata, ed è comunemente coltivata per ricavare farina e amido. Ha proprietà nutrizionali equivalenti alla patata ma con quantità più elevate di calcio, un quantitativo doppio di ferro, ma molta meno vitamina C. La radice è irritante se mangiata cruda, quindi è necessario bollirla prima di consumarla. Le sue foglie sono mangiate nei Caraibi, dove si chiamano callaloo.
 
Cushcush (anche chiamato yam indiana, yampi; Dioscorea trifida)
È una pianta che fa piccoli tuberi gialli. Lo scrittore statunitense James Lee Burke lo cita in diversi suoi libri d’avventura: “lei gli diede da mangiare il cush-cush con un cucchiaio, per farlo diventare forte”.
 
Zenzero
Radice di una pianta tropicale, usata come spezia. In commercio si trova secco o fresco, si usa per insaporire chutney, salamoie, liquori, vino, birra e ultimamente sempre più come dolce, candito o sciroppato. In Europa è diffuso già dal Medioevo, quand’era ritenuto un toccasana per molte malattie. In effetti favorisce la circolazione, allevia i dolori di stomaco ed è un riconosciuto, portentoso antinausea: un vero rimedio naturale a mal d’auto e mal d’aereo.
 
Jicama
Originario del Messico, è il piccolo tubero di una pianta rampicante. Particolarmente ricco di potassio, si consuma preferibilmente crudo, in insalata, oppure saltato.
 
Malanga (anche chiamata tannia o tanier; Xanthosoma varie specie)
Tubero originario del Sudamerica, oggi diffusissimo in Florida dove è la radice tuberosa più consumata. I tuberi novelli vengono lavati e pelati prima di cuocerli, mentre quelli più maturi sono spesso così duri che necessitano di cottura ancor prima di sbucciarli. Poi possono essere cotti al forno, usati per puree, fritti, insomma con modalità simili alle patate. Curiosità, se ne consumano anche le foglie verdi della pianta, in insalata.
 
Prezzemolo a radice (Petroselinum crispum, var. radicosum o tuberosum)
Alcune varietà di prezzemolo producono radici più spesse rispetto a quelle coltivate per le deliziose e onnipresenti foglioline. È un ingrediente poco usato in Inghilterra e in America, ma alquanto comune in Europa centrale e orientale, usato in zuppe, bolliti, o anche sgranocchiato crudo come snack.
 
Pastinaca (Pastinaca sativa)
È una pianta diffusa nei luoghi erbosi e umidi e nei boschi, con numerose varietà; è coltivata come ortaggio perché se ne mangiano le grosse radici bianco-giallognole che hanno sapore dolciastro.
 
Patata (Solanum tuberosum)
Originaria dell’America Centrale, alla fine del XVI secolo fu importata in Europa come pianta decorativa. L’uso alimentare è esploso nel XVIII secolo, partendo in Italia dal Piemonte. Le varietà commerciali sono molte, le più diffuse sono la Bintje, la Majestic, la Spunta, la Saskia. Quelle a polpa bianca più farinose sono adatte per gnocchi e purè, quelle a polpa gialla sono migliori fritte o arrostite. Sono l’unico amidaceo, oltre alle patate americane e al mais, che contiene vitamina C, in particolare quelle novelle cotte con la buccia.
 
Rafano (anche chiamato barbaforte o cren; Armoracia rusticana, Cochlearia armoracia)
È una pianta erbacea perenne di cui si usa la radice, che viene grattugiata e preparata in vari modi. È da sempre reputata una pianta con proprietà medicinali, tenuta in considerazione per le proprietà antibatteriche della sua radice, dal sapore assai forte e piccante. Può stimolare l’appetito e coadiuvare la digestione. Quello che si trova in Italia è marroncino, quello giapponese è verde e viene tradizionalmente impiegato in una purea per accompagnare il sushi.
 
Navone (anche chiamato rutabaga o rapa svedese; Brassica napus)
Simile alla rapa o al ravanello ma di dimensioni molto maggiori, di colore violaceo all'esterno e bianca all'interno, ha un sapore leggerissimo. Contiene minime quantità di antiossidanti, stimola l’intestino. Da noi è pressoché dimenticato, ma potremmo riscoprirlo come ingrediente del minestrone.
 
Yam o igname (Dioscorea, varie specie)
Sono molte le specie di piante del genere dioscorea coltivate soprattutto in Oriente per i tuberi amiliferi, molto usati per l’alimentazione umana, più limitatamente in Europa. Negli Stati Uniti e in Canada chiamano comunemente – ed erroneamente - yam anche la patata dolce (Ipomoea batatas). I veri yam sono assai versatili, possono essere fatti al barbecue, arrostiti, fritti, grigliati, bolliti, affumicati, perfino usati per dolci e torte. In molti Paesi è tenuto in gran considerazione. È l’alimento base delle popolazioni Igbo in Nigeria, da loro chiamato ji. In Benin esiste una festa in suo onore, nelle Isole Figi le diverse fasi della coltura e della raccolta servono di base a un calendario speciale diviso in 11 mesi. Una curiosità: da una varietà di igname coltivato in Messico si estrae una sostanza che è alla base di contraccettivi orali.
 
Batata, o patata dolce americana (Ipomoea batatas)
È la radice di una pianta rampicante dell’America Centrale, della stessa famiglia del convolvolo, fiorellino violaceo molto diffuso. Facilissima da coltivare, si propaga con facilità e i germogli interrati vegetano per anni.
 

Pasta da designer. Le stampanti 3D rinnovano un simbolo del made in Italy

Innovazione / -

Uno dei formati vincitori del concorso per pasta in 3D.

Volete pranzare con cuoricini alla carbonara per l’anniversario di nozze? O con un piatto di aeroplanini al pomodoro per il piccolo che non vuole saperne di mangiare? Una cena a base di culle per annunciare il lieto evento? Una porzione di Ferrari al forno? Le stampanti 3D sono pronte per il piatto del giorno.

Altro che pasta fatta in casa, maltagliati, orsetti e stelline in brodo per svezzare piccoli italiani e italiane. Come sempre nel mondo delle stampanti 3D non è ancora chiaro quando, dal punto di vista industriale e della distribuzione di massa, ma è tecnologicamente sostenibile stamparsi il piatto di pasta del giorno nella forma desiderata. E qui, grazie alle potenzialità progettuali incredibili di queste macchinette, non ci sono limiti alla fantasia.
Possiamo immaginare stampanti domestiche che - caricate semplicemente con farina, acqua e sale - arricchiscono la nostra tavola con forme, colori, modalità di cottura mai immaginate. Pare un nuovo mondo per gli amanti dei primi piatti, ma anche per la ristorazione.
Per questo Thingarage, una startup dell’acceleratore Luiss EnLabs di Roma, ha pensato bene di mettere alla prova la community internazionale dei designer nel contest PrintEat in collaborazione con Barilla. Obiettivo della competizione creativa: rivoluzionare la concezione del mitico piatto italiano, almeno nelle forme in cui siamo abituati a conoscerlo. Ma gli effetti saranno sorprendenti anche nella sostanza…
 
Le regole del gioco
I designer sono stati chiamati a sovvertire gli schemi produttivi tradizionali (trafilatura e stampi), producendo modelli realizzabili attraverso la stampa 3D. Stabilite le regole da rispettare (dimensioni e caratteristiche) e nonostante la simbolica posta in gioco (800 euro a testa ai primi tre classificati!)  al concorso hanno partecipato più di 530 designer internazionali provenienti da oltre 20 paesi con 216 progetti provenienti soprattutto da Italia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Francia e Germania.
 
Ecco i progetti che hanno affascinato maggiormente il team di esperti chiamati a scegliere i vincitori:
 
Rosa Pasta. Loris Tupin, designer industriale francese di Maxilly sur Léman, ha proposto il modello biodinamico di un fiore: il bocciolo si trasforma in rosa durante la fase di cottura.
 
Vortipa. Danilo Spiga e Luis Fraguarda, team di product designer cagliaritani, hanno ideato un concept di pasta a forma di vortice che, capovolto, si trasforma in un albero di Natale
 
Lune. Alessandro Carabini, product designer italiano attivo presso lo Studio Abaco di Parigi. Alessandro ha proposto il modello 3D di una luna con i crateri, concepiti per migliorare l’interazione tra la pasta e la salsa con cui viene condita e portata in tavola.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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