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I cibi proibiti nella storia dell'uomo

Cultura / -

Pagliara Patti Cibi Proibiti

Non mangiamo ciò che non ci piace o non ci piace ciò che non possiamo mangiare? Il cibo buono, pulito e giusto è il frutto di narrazioni differenti da cultura a cultura, nate in contesti ben determinati durante la breve storia dell’uomo sulla terra.

L'uomo è onnivoro? Da un punto di vista strutturale sì, ma non esiste società umana che mangi effettivamente tutto ciò che è commestibile; come sostiene Marvin Harris nel saggio Buono da mangiare, i nostri consumi di cibo e i nostri tabù alimentari sono culturalmente orientati. Da una domanda che sembra scontata inizia un interessante dialogo al Circolo dei lettori di Torino (13 maggio 2015) tra un’antropologo, Marco Aime, e una storica, Cinzia Gaza; parlare di cibo, religioni, fast food e slow food, anche se con leggerezza e umorismo, ci riporta a un approccio storicamente più consapevole di ciò che non mangiamo e perchè. Gli Indiani d’America non potevano cibarsi degli animali sacri raffigurati nei totem a cui la loro tribù era consacrata, ma anche oggi adottiamo autolimitazioni che sopravvivono in nuove vesti. Entro la sfera dell’affettività familiare rientrano ad esempio cani, gatti, cavalli, conigli che nel lessico anglosassone trovano la denominazione specifica di pets ed è socialmente rifiutato lo scenario di cibarsene, in alcuni casi fino a considerarlo orrore. Non è così in tutti i contesti culturali e per le medesime specie animali in tutto il mondo.
 
Tabù alimentari nelle religioni
Il mondo dei tabù alimentari intreccia religioni, società ed economia. Sul binomio animale vs vegetale si condensano metafore del sacro: Ebraismo, Cristianesimo e Islam fanno riferimento a immagini del mondo animale; Induismo o filosofia Buddista richiamano il mondo vegetale. Ebrei e musulmani non si nutrono di carne suina, mentre dalla dieta induista è esclusa la carne bovina; non sembrano esistere invece tabù alimentari legati alle piante. Esiste un fondamento pratico ed economico a questi divieti? In una fase storica di spirale demografica crescente, in un contesto di popolazione seminomadi e un clima desertico con scarsità d’acqua il maiale aveva due grandi difetti: un continuo bisogno di idratazione a causa dell’elevata temperatura corporea e l’essere onnivoro (mangia quello che mangiamo noi). Potremmo dire che in una situazione di risorse limitate il maiale era un competitor alimentare degli esseri umani; la razionalità imponeva di non allevarlo. Anche il divieto di consumare bovini tra gli induisti è frutto di condizioni storicamente determinate. I bramini, la più alta casta della società tradizionale indiana, prima del V secolo offrivano al popolo banchetti di carne bovina una o due volte all'anno; in seguito nelle antiche cronache non ne viene più menzionato il consumo. Contribuiscono a questa omissione il diffondersi dell'aratro in India (che aumenta la produttività dei campi e necessita di un traino di buoi), la rapida adesione al Buddismo (al quale si lega la cultura del vegetarianesimo) tra le caste popolari: la casta dei bramini indù prende un pilastro della nuova filosofia e lo fa proprio, lo istituzionalizza, poiché la crescita demografica rendeva politicamente più opportuno coltivare i terreni invece che usarli come pascoli. Millenni dopo, Gandhi dirà che la vacca è il più grande dono di Dio all'India.
 
La globalizzazione cancella i tabù alimentari?
Che sarà di questi tabù nell'era della globalizzazione? I brand del fast food in India offrono comprensibilmente una vasta gamma di menù vegetariani e in Israele le locandine precisano che le carni sono macellate con il metodo kosher e non esiste nei panini l'accostamento carne e formaggio, che sarebbe considerato impuro nella simbologia ebraica. Le strategie economiche si adattano con flessibilità ai contesti culturali e a volte li orientano, da millenni. I cibi sono quello che noi interpretiamo e siamo in grado di metabolizzare culturalmente. Un giorno tutti ci ciberemo anche di insetti? Chissà. Per chi nasce in una campagna cinese dove le migrazioni di locuste si abbattono stagionalmente sui campi forse è una scelta secolare di riequilibrio ambientale che fornisce anche un ottimo apporto proteico!
 
Globalizzazione ed evoluzione
La globalizzazione ha portato il gelato a Pechino in una società in cui il latte, a parte quello materno, è considerato una secrezione, non un cibo. Anche in questo caso siamo di fronte a un bilancio, cristallizzatosi nei millenni, tra biologia e società: molti individui del continente asiatico non riescono effettivamente a digerirlo, poiché difettano dell'enzima lattasi. Una premessa va rintracciata nelle grandi migrazioni umane. Studi paleontologici dimostrano che i primi uomini migranti dall'Africa soffrivano di rachitismo, trovandosi rapidamente a vivere a latitudini di minore esposizione solare (che è noto contribuisca alla calcificazione ossea) e qualcuno ha iniziato a nutrirsi di latte animale e ha sviluppato l'enzima nei millenni, sconfiggendo il rachitismo. È un caso di adattamento darwiniano al nuovo ambiente naturale. Consideriamo comunque, conclude l'antropologo, che noi oggi mangiamo una gamma di alimenti selezionata principalmente nel Neolitico con l'addomesticamento del mondo vegetale e animale; fino ad allora l’uomo si nutriva da cacciatore. Dal punto di vista evoluzionistico siamo dunque solo agli inizi della nuova storia alimentare dell’umanità.
 
 
 
 

La poesia di Imru’ Al-Qays per il Padiglione Zero: fermiamoci

Cultura / -

Ecco un branco di antilopi a noi venne, femmine vergini che il giro di rito fanno intorno a un idolo.

Non si può ripercorrere la storia dell’umanità senza prendere in considerazione la parola scritta: circondato dalla natura e dalle sue risorse, l’uomo rende permanente ciò che gli accade scrivendo. Per ricordare, per emozionarsi, per emozionare. La realtà filtra attraverso l’io, che la trasforma in lirica: l’editore Nicola Crocetti ha realizzato per Expo Milano 2015 Le opere dell’uomo – I frutti della Terra, l’antologia di poesie sulle arti con cui l’uomo dalla notte dei tempi si è procurato il nutrimento, ovvero caccia, agricoltura, pesca, allevamento. Così come l’uomo ha trasformato in arte le attività con cui si procurava il cibo, i poeti hanno trasformato in arte le attività con cui l’uomo si è procurato il cibo: ecco l’esempio dei versi di Imru’ Al-Qays.
 
La bellezza delle parole nel tempo: la ritualità della caccia
Imru’ Al-Qays è un grande scrittore del VI secolo ed è considerato dalla tradizione araba uno dei principali poeti dell'epoca preislamica. Gli arabi non praticarono la pesca, l’allevamento e l’agricoltura, ma prevalentemente l’arte venatoria che è in effetti l’argomento centrale di questo componimento. Nei versi è ritratta una scena di caccia di un branco di antilopi, un quadro rituale, che partendo dall’inseguimento arriva alla preparazione e alla condivisione del pasto: “tante le prede, fra carne arrostita sul carbone e carne cotta in pentola o abbrustolita”.
Il Padiglione Zero, curato da Davide Rampello e progettato da Michele De Lucchi, introduce la visita del Sito Espositivo di Expo Milano 2015. Racconta il percorso di ciò che l’uomo ha prodotto dalla sua comparsa sulla Terra fino a oggi, le trasformazioni del paesaggio naturale, la cultura e i rituali del consumo.
 
 

Storia del frigo. Una corsa all’innovazione alla quale partecipò persino Einstein

Cultura / -

PG Storia del frigorifero imm
© H. Armstrong Roberts/Crobis

Ha poco meno di cento anni la preziosa dispensa elettrica che, grazie a continui miglioramenti, oggi preserva cibi e igiene, sapori e salute consumando meno di una lampadina.

Il frigorifero, inteso come macchina che crea il freddo, ha molti padri-inventori, a partire addirittura dal 1700. Ma occorre attendere il 1900 perché questa “utilitaria” domestica funzionante a elettricità, venga prodotta in serie e diventi accessibile alle famiglie. Intorno agli anni ‘20, infatti, negli Stati Uniti,  Kelvinator e Frigidaire mettono a punto i primissimi modelli con un immediato e crescente successo. Vennero presto imitate da altre aziende e General Electric nel 1927 aveva dovuto fabbricare oltre un  milione di frigoriferi per rispondere alle richieste del mercato. E tuttora, in qualche sperduta farm americana, ne rimane qualche ansimante esemplare ancora in funzione. Perché tanti studi e brevetti concentrati in poco più di un secolo?

Prima del frigo ci pensavano i gatti
Questa specie di gara, alla quale partecipò persino Einstein con un aggiornamento ovviamente geniale, era stata stimolata dalla rivoluzione industriale dell’ Ottocento, nel corso del quale si erano intensificati gli scambi commerciali tra i continenti e i consumi dei privati crescevano continuamente. E prima dell’arrivo del frigorifero? Sino all’Ottocento c’era solo il ghiaccio per far arrivare in buone condizioni ma su percorsi limitati,  i carichi di prodotti alimentari. Tra l’altro, le condizioni igieniche precarie attiravano, insieme al caldo, molti parassiti e voraci roditori. Tanto che ai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia, le navi venivano assicurate con le prime polizze solo se garantivano a bordo  la presenza di quattro robusti gatti (obbligatoriamente assistiti da un marinaio) contro l’assalto dei famelici topi.

Il nemico del frigo, la brina
Ma, topi e gatti a parte, con il 1900, navi e case possono finalmente contare su cibi sani grazie ai primi esemplari di frigoriferi che registreranno nei decenni successivi  un assai rapido progresso tecnologico a cominciare dall’abbandono dei primi tossici gas refrigeranti. E per la brina che incessantemente si formava all’interno, vennero usati piccoli timer applicati alle spine, che staccavano e riattaccavano il frigorifero e che, più avanti, saranno sostituiti da dispositivi elettronici interni che evitano il formarsi della brina allungando il tempo della conservazione. Dagli anni ’80, anche il sostituto dei primi gas tossici, il Cfc che tendeva a danneggiare la protettiva fascia di ozono, va in pensione.

Poi arriva il design
Il design trasforma la dispensa elettrica, prima tutta bianca e squadrata, in un complemento d’arredo che viene rivestito di colori, legni e di acciaio inossidabile, ma con scelte estetiche molto diverse secondo i paesi. E che nel frattempo si è arricchito del vano sottozero, il freezer. In Asia disegni  e decorazioni personalizzano il frigorifero mentre in Europa molte famiglie preferiscono addirittura nasconderlo dietro l’anta dei mobili  della cucina tra i quali viene incassato. Nelle case delle famiglie meno abbienti il frigorifero rappresenta invece uno status symbol da esibire. A metà del 2000, grazie alla politica europea che obbliga a ridurre i consumi elettrici, il frigo diventa virtuoso e consuma meno della metà dei primi ingombranti modelli. Ma conservando molto a lungo i cibi e con risultati migliori.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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