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Gibuti. Un Paese dall’inaspettato fascino tra scenari che lasciano a bocca aperta

Cultura / -

©-Stephanie RabemiafaraArt in-All of UsCorbis

Pur dovendo fronteggiare il serio problema della desertificazione, il suo territorio possiede imprevedibili meraviglie naturali, come gli ampi laghi di acqua salata, i deserti in cui vivono zebre, facoceri e centinai di chilometri di costa abitati da pesci colorati e coralli. Anche la cucina stupisce, con le sue raffinate influenze francesi.

Ex colonia francese, Gibuti è un piccolo Stato cosmopolita dall’indiscussa bellezza e dal fascino arabeggiante, abitato da etnie di varia origine, come i nomadi afar, gli issa, gli arabi e gli europei. Il territorio, ricco di laghi salati e di spiagge bianche, è di origine vulcanica e la vegetazione quasi assente, anche se sugli altopiani e in montagna sono presenti foreste di acacia, palme, tamerici e ginepri. L’agricoltura di sussistenza concerne poche colture, mentre l’allevamento è prevalentemente costituito da ovini e caprini.
 
Raffinatezza e tante spezie per una cucina deliziosa
La cucina di Gibuti è tra le più rinomate di tutta l’Africa e risente delle influenze di numerose culture, tra cui quella francese e quella mediorientale. Tra i piatti più conosciuti, serviti con l’immancabile riso bianco, vi sono il capretto ripieno, l’agnello e molte pietanze a base di pesce. Molto diffuse le frittate e i pomodori con cipolla, il tutto accompagnato da salse speziate e piccanti.
 
Gibuti a Expo Milano 2015 per confrontarsi con gli altri Paesi
Nonostante sia un piccolo Paese, Gibuti è ricco di biodiversità marina e terreste, grazie alle fitte foreste di mangrovie e alla presenza della barriera corallina. Per affrontare con prontezza il cambiamento climatico e la crescente incertezza ambientale, Gibuti partecipare a Expo Milano 2015 all’interno del Cluster delle Zone Aride per confrontarsi con gli altri Paesi sui temi legati alle desertificazione, ma anche su equità sociale, integrità ecologica e sviluppo economico.
 
 

I samsa del Kazakhstan: la pasta ripiena dà il benvenuto all’ospite

Gusto / -

I samsa del Kazakhstan

I kazaki sono un popolo che ha come prima regola l’ospitalità e, infatti, a tavola, l’invitato ha sempre il pezzo migliore. I piatti sono sostanziosi, per lo più a base di carne, e il pasto inizia con una girandola di antipasti golosi, dai tortini di sfoglia con formaggio, spinaci o carne di agnello, fino alle paste ripiene fritte, come i samsa. Si possono assaggiare le specialità kazake al Padiglione del Kazakhstan a Expo Milano 2015.

La gastronomia kazaka è caratterizzata da sapori forti e decisi, e riassume in sé influenze dalla cucina russa, coreana, slava e mediorientale. I kazaki sono un popolo estremamente ospitale e la prima regola è che all’invitato si riserva sempre il pezzo migliore. Tra i piatti più conosciuti c’è il besbarmark, carne di cavallo bollita condita con prezzemolo e coriandolo fresco, accompagnato dal Tandyr nan, un pane cotto nel forno tandoori di terracotta.
 
Dai cheburek ai samsa: il pasto inizia all'insegna del gusto
L’inizio del pasto in Kazakhstan riserva belle sorprese. Tra gli antipasti più pregiati ci sono quelli a base di caviale nero di storione del Mar Caspio, servito al naturale o su vol-au-vents con burro o uova di quaglia, oppure i classici e buonissimi blinis con caviale, soffici focaccine di tradizione russa. I piatti di benvenuto di solito sono ricchi, composti da carne di cavallo, pane nero all’aglio tostato. Ci sono, poi, i cheburek, tortini di pasta sfoglia ripieni di spinaci, formaggio o carne di agnello. Tra gli antipasti spiccano i samsa, fagottini di pasta fritti che nascondono un ripieno saporito: si possono scegliere nelle varianti con formaggio fresco, macinato di manzo, verdure e ortaggi, per lo più dalla consistenza pastosa, come la zucca e le patate. La ricetta richiama i samosa indiani, fagottini speziati anch’essi di forma triangolare, di solito ripieni di patate lesse, piselli e verdure aromatizzate al curry.
 
Il latte fermentato del Kazakhstan: per iniziare la giornata o in accompagnamento del pasto
Le bevande in Kazakhstan sono anch’esse interessanti e inusuali per un palato occidentale. Tra le più diffuse c’è il katik, latte di mucca inacidito, il kumis, latte di cavalla fermentato in otri leggermente alcolico e lo shubat, a base di latte di cammello. Questi latti si possono prendere per iniziare la giornata o come pausa pomeridiana, ma è usanza berli anche durante il pasto, in accompagnamento ai piatti di carne. Molto amato anche il tè nero, da accompagnare ai twiglet, biscotti fritti non lievitati o al chak-chak, pasta fritta leggermente arricciata resa dolce da una colata di miele.
 
Puoi assaggiare i samsa ripieni di formaggio fresco, manzo o zucca e i cheburek al Padiglione del Kazakhstan a Expo Milano 2015
 
 

Francesco Santopolo. Nessuno lo dice, ma i trattamenti chimici mettono in ginocchio le piante

Sostenibilità / -

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"Le fragole trattate chimicamente, quando arriva metà maggio non producono più frutti, mentre quelle difese con gli insetti li producono fino a giugno". Lo sostiene l'agronomo calabrese che da vent'anni si occupa con successo di difesa biologica della piante, ma anche di formazione nelle scuole, dove insegna ai bambini come prendersi cura della natura.

Lei è un agronomo. Come ha cominciato a interessarsi alla difesa biologica?
Io vengo dalla difesa convenzionale, ma quando sono emersi i problemi perché gli insetti non morivano più e i funghi diventavano resistenti, ho cercato delle alternative e mi sono specializzato in difesa biologica, cioè nell’uso di antagonisti viventi nel controllo dei potenziali fitofagi. Da lì, il passaggio all’agricoltura biologica è stato logico perché nel momento in cui un problema importante si riesce a controllare con metodi soft e senza impiego di molecole chimiche, capisci che il processo sia possibile e quindi a partire dalla fine anni ‘80 ho deciso di cambiare completamente indirizzo.
 
Che differenza c’è tra lotta biologica e lotta integrata?
La lotta biologica usa metodi biologici per controllare organismi viventi come insetti, batteri o funghi, mentre la lotta integrata mette in atto tutti i metodi conosciuti per contrastare delle patologie, non escludendo del tutto la chimica, ma inserendola in un contesto più ampio. Detto questo, la lotta integrata dovrebbe essere obbligatoria, ma piuttosto che premiarla, bisognerebbe sanzionare chi non la fa. Comunque fa risparmiare dei soldi perché si fanno degli interventi ragionati.
 
Quanto costerebbe a un’azienda agricola utilizzare gli insetti per combattere gli organismi patogeni? È un cambiamento che conviene?
Assolutamente sì, perché consideri che nell’agricoltura convenzionale il danno di batteri, insetti e funghi ammonta ancora al 48% del prodotto lordo vendibile solo in Europa, mentre negli Stati Uniti al 42%. Sono danni ingenti, ma non ce ne accorgiamo perché abbiamo la percezione che con l’intervento chimico abbiamo protetto le culture, ma in realtà il danno è già iniziato. In agricoltura biologica, invece, questi danni non si hanno mai, anche perché l’inserimento di un insetto viene fatto per tempo. Io conosco l’ambiente, introduco degli insetti e metto le piante che potrebbero ospitarli. Ora mi trovo in uno di questi campi. Stiamo valutando quali piante lasciare o quali mettere perché l’insetto non se ne vada e rimanga a guardia permanente. Come vede quello biologico è tutto un altro approccio.
 
Quali sono i limiti della difesa biologica?
Non ne ha nessuno. I limiti, semmai, ce li ha quella tradizionale. Se i danni da insetti, negli ultimi 50 anni, sono aumentati del 6% nonostante siano aumentati in modo esponenziale anche gli insetti, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va, che il meccanismo si è inceppato. La gente non vuole rendersi conto che tra il 1942 e il 2000 i danni da insetti sono aumentati del 6,2% pur in presenza di un aumento esponenziale di molecole chimiche. Erano sei, ora sono 380. E come dire che con l’arma bianca vinco le battaglie, mentre con la mitragliatrice le perdo. Sembra un paradosso, ma è così.
 
Nella sua carriera, avrà osservato molte specie di insetti diversi. Ce n’è qualcuna che l’ha colpita per il comportamento o per qualche peculiarità che ci vuole raccontare?
Mah, per esempio le racconto che la gente ritiene assurdo fare lotta biologica su un fiore, perché non si mangia. Vige la solita cultura antropica, siccome è un fiore e non lo mangio, pazienza se è stato attaccato. Non è vero, fa male all’ambiente! Noi invece stiamo portando avanti la lotta biologica sulle gerbere! Ho dovuto fare un ragionamento molto complesso, quando mi hanno chiamato sul campo ho dovuto lanciare contemporaneamente quattro insetti diversi per avere un’azione immediata, una a medio e una a lungo termine. Sta di fatto che avevo previsto almeno due mesi di tempo per avere qualche risultato, invece il risultato l’ho avuto dopo venti giorni. Non lo si dice, ma il trattamento con molecole chimiche mette in ginocchio la pianta. Le fragole trattate chimicamente, quando arriva metà maggio non producono più, invece le fragole difese con insetti producono frutti fino a giugno e si estirpano solo perché è finito il mercato, altrimenti si potrebbero ancora mantenere. Guardi è tutto un approccio diverso!
 
“Orto in condotta”, “orto amico”, “le fattorie sociali” e “allevatori per un giorno” sono alcuni dei progetti che avete avviato in Calabria per sensibilizzare i bambini ad un corretto rapporto con la natura. Ci racconta come sono nati e come si sono sviluppati?
I primi orti sono nati negli anni ’90 a Berkeley, negli Stati Uniti, poi si sono diffusi nel mondo. L’approccio che utilizzo io è seguito da poche persone.. Io metto in atto tutte le mie competenze. Per esempio, domani c’è un convegno di Legambiente e una delle bambine di otto anni che è stata con me quest’anno parlerà al posto mio come relatrice.
 
Ha raccontato che i bambini capiscono concetti difficili come la riproduzione meristematica. La spiega anche a noi? Perché può essere utile in agricoltura?
La capiscono molto bene. La prima cosa che faccio con i bambini è fargli vedere come nasce una piantina attraverso la riproduzione meristematica. Utilizzo una provetta, nella provetta nasce la piantina con le radici, il fusticino e le foglie. Ogni bambino ha la sua provetta con il nome del bambino o della bambina che la alleva. In prima elementare! Una delle cose che mi ha reso più orgoglioso è che una di queste bambine, di sei anni, questo concetto è riuscita a spiegarlo durante un convegno a Santa Caterina sullo Jonio.
 
Come rispondono i bambini alle sue lezioni?
I bambini rispondono bene se sollecitati nel modo giusto. C’è stata un po’ di incomprensione con i docenti perché essendo adulti credono di poter stabilire a priori ciò che i bambini capiscono o non capiscono, ma non è così. I bambini possono scoprire le cose più complicate, se spiegate nel modo giusto.  Ammettere, per un docente, che non c’è nulla che un bambino non possa capire, ma che ci sono molte cose che io non so spiegare, può essere sconvolgente. Domani quella bambina di cui ho parlato prima parlerà di fotosintesi clorofilliana! Provi a chiedere a chiunque abbia fatto scienze biologiche o scienze naturali quante volte è stato bocciato in botanica perché non la sapeva!
 
Durante l’incontro sull’importanza degli orti sociali che si è svolto a Coldiretti la scorsa settimana, ha affermato che solo formando le nuove generazioni possiamo avere un futuro. Non crede che anche gli adulti possano imparare a prendersi cura del Pianeta?
Certo! Ma io spero che saranno gli adulti ad andare a scuola dai bambini. Il campo dove mi trovo io in questo momento è un orto familiare, sono quattro strisce da 100 metri trattate con metodo biologico e acquistate da adulti che poi vengono a raccoglierci la produzione. Adesso abbiamo deciso di organizzare dei convegni formativi perché vorremmo che le persone che hanno comprato l’orto sappiano anche come utilizzarlo.
 
In molti Paesi del mondo, per esempio in Angola, gli insetti vengono utilizzati anche in cucina. Lei li ha mai assaggiati?
No, non ho ancora avuto questa fortuna però ho scritto un saggio sul punteruolo rosso della palma che da noi distrugge una pianta ornamentale, mentre in Papua Nuova Guinea rappresentata un alimento che apporta il 30% delle proteine e minerali come lo zinco.
 
 

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