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Elisabetta Lattanzio Illy: Ho fatto una promessa, ora racconto la bellezza delle terre lontane

Cultura / -

Elisabetta Illy

Forse tutto sta nel riconoscere che, nel mondo, ogni cosa possiede un’Anima. Ecco perché non è più possibile prescindere da quel “genius loci”, l’entità naturale e soprannaturale legata a quel luogo, che lo contrassegna e lo rende così unico ed esclusivo.

Da questa considerazione, miscelata alle mie passioni, viaggio e scrittura, nasce un sogno: svelare quella correlazione diretta fra il territorio, con la sua morfologia, le sue montagne, le genti, con i loro volti, i loro costumi, e il prodotto, espressione di quell’angolo di mondo.
Un percorso che negli anni si è delineato in maniera sempre più chiara: uno  storytelling attraverso immagini.

Immergendomi in territori incontaminati, in città ancestrali sono riuscita ad entrare in contatto con realtà ancora sconosciute sia perché non ancora scoperte, sia perché scomode da accettare. Come quando nel mezzo alla foresta etiope i locali mi hanno vestita da loro regina per dimostrare la loro felicita di avermi lì, o quando nello Sri Lanka un gruppo di agricoltori ricoperti di fango perchè impegnati ad arare un campo di riso, forse i incuriositi dalla mia presenza inconsueta, mi hanno invitata a condividere il loro piccolo e piccantissimo pasto.

Durante questi viaggi in Paesi disagiati, ma anche in via di sviluppo, come alcuni stati dell’Africa tra cui Madagascar, India, Asia, Cina, America Centrale e altri ancora, sono sempre rimasta fortemente colpita dal rapporto così intimo della gente con la propria terra ed i suoi frutti.

Entrare nella vita di questi popoli, come è accaduto a me mentre sbirciavo nelle loro faccende, nelle loro case, nella loro intimità, mi ha fatto comprendere il valore intrinseco del prodotto della terra. Ed ora lo voglio raccontare, si perche l’ho promesso a Zoundi, capo del villaggio Ouilaidon in Costa d’Avorio dove si coltiva il cacao, ad Alem, il  bimbo etiope che  raccoglieva le ciliegie di caffè, alla mamma Anila raccoglitrice di tè che, con un sorriso che assomiglia più allo schema di un cruciverba  racconta orgogliosa di come non accetti più quell’ingiustificata sottomissione all’uomo.
 
Manus Loci, l’Onlus che ho sentito di dover costituire, nasce dal mio desiderio di far conoscere la bellezza dei territori lontani produttori delle materie prime protagoniste della nostra quotidianità.
Ho avuto la fortuna di scoprire quella dote intangibile: la preziosità del valore umano che vive dentro un manufatto; ed ora, attraverso la divulgazione di questa conoscenza, vorrei cercare di restituire dignità e orgoglio a questi popoli.

Exposing a World è solo uno dei progetti dell’associazione, che si dedicherà di volta in volta, a Paesi e prodotti diversi per condurre ad una nuova percezione del bello, inteso come espressione dello spirito della natura e dei suoi luoghi, in cui l’arte costituisce un punto fermo per il territorio.
Una ricetta molto semplice la mia, dove l’ingrediente fondamentale è l’Amore, così nessuno potrà dirmi che dalle sue parti non…cresce!
 

Samuel Marchese. Da Siracusa a Expo Milano 2015 in handbike: la disabilità è solo negli occhi di chi la vede

Cultura / -

Samuel Marchese ha 15 anni ed è partito dalla Sicilia con la sua handbike per arrivare a Expo Milano 2015 insieme ai suoi compagni, il gruppo di persone con disabilità Freedom Angels. Samuel è disabile motorio ed è un atleta. Insieme al suo gruppo ha deciso di compiere questo viaggio per dimostrare che le difficoltà si possono superare grazie a tenacia, entusiasmo e la collaborazione di gruppo.

Nelle parole di Samuel il senso della sua impresa: “La vita può sempre essere una gioia anche se si deve affrontare con qualche difficoltà in più: la diversità è davvero l’unica cosa che ci accomuna tutti. Ognuno nella sua diversità può e deve interagire nella società, ma affinché ciò possa realizzarsi è necessario abbattere le barriere (sia architettoniche che mentali), che sono le sole a creare il muro d’isolamento fra noi e gli altri”.

Messico. Cacao, amaranto e vaniglia, tre eccellenze protette da Slow Food

Sostenibilità / -

SF National Day Messico

Nella regione di Chontalpa, l’economia e le tradizioni ruotano intorno alla produzione del cacao fin dal tempo della civiltà olmeca. Nella Valle di Tehuacán, da poco è stata rintrodotta la coltivazione dell’amaranto, mentre la Chinantla è l’unica regione del mondo in cui la vaniglia cresce in forma selvatica. Tutto questo nel Paese che è stato culla di molteciviltà pre-colombiane.

Gli indios di varie etnie lo chiamavano kakaw, prendendo a prestito un termine olmeco. Parliamo di un seme che i golosi di tutto il mondo conoscono bene, il cacao, e di una terra antica che è stata la culla di molte tra le più grandi civiltà pre-colombiane del continente americano: il Messico.
 
 
Circa l’80% della produzione messicana di cacao proviene da Chontalpa
In questa regione, una delle cinque in cui è suddiviso lo Stato del Tabasco, l’economia e le tradizioni ruotano intorno alla produzione del cacao fin dal tempo della civiltà olmeca: si pensa addirittura che il primo uomo nella storia ad assaggiare il cacao sia stato un olmeco vissuto 3000 anni, fra le giungle acquitrinose del Messico sudorientale.
Circa l’80% della produzione messicana di cacao proviene da quest’area del Paese, ma i piccoli coltivatori fanno i conti tutti i giorni con le difficoltà di accesso al credito e con la distanza dal mercato nazionale: per questo Slow Food ha creato il Presidio del cacao della Chontalpa, individuando un gruppo di produttori che coltivano cacao biologico e lo lavorano con tecniche tradizionali. Dal 2014, grazie alla collaborazione tra il Presidio e la ditta Guido Gobino, è in commercio il primo cioccolato a marchio Slow Food. Quello del cacao di Chontalpa è uno dei cinque Presìdi attivi sul territorio messicano, ai quali si aggiungono i 33 prodotti annoverati tra quelli dell’Arca del Gusto della Fondazione Slow Food.
 
Amaranto. Lo pseudo-cereale che gli Aztechi utilizzavano durante i sacrifici
Se la coltivazione del cacao è giunta fino a noi dalle epoche più remote della storia, quella dell’amaranto della Valle di Tehuacán, nello Stato di Puebla, fu invece abbandonata dopo l’arrivo dei missionari cristiani. Questo pseudo-cereale dai fiori color rosso vivo, che insieme a mais e fagioli costituiva il prodotto fondamentale nell’alimentazione dei popoli preispanici, era infatti conosciuto presso gli Aztechi come “grano degli dèi” e utilizzato in molte celebrazioni e riti religiosi, compresi i sacrifici. Solo dopo 500 anni è ricominciato un lavoro di recupero e reintroduzione delle sue varietà, apprezzate per le proprietà nutritive (adatte anche ai celiaci, dato che al pari del grano saraceno non contiene glutine) e per la capacità di sopravvivere ai climi aridi. Il Presidio dell’amaranto di Tehuacán lavora in particolare per valorizzare un dolce tradizionale che lo contiene come ingrediente principale: l’alegría.
 
Chinantla. La regione del Messico dove la vaniglia cresce selvatica
Terminiamo il nostro viaggio poco più a sud di Puebla, tra le foreste della Chinantla, una delle 16 regioni che compongono lo Stato di Oaxaca: la Chinantla è l’unica regione del mondo in cui la vaniglia cresce in forma selvatica ed è inoltre l’area della sua maggiore diversità genetica. Ne sono state individuate almeno cinque o sei varietà, non ancora catalogate scientificamente, dal che si può dedurre che si tratti del suo vero luogo di origine. Nel XV secolo, questa preziosa bacca nota era annoverata fra i tributi pagati all’imperatore azteco Montezuma, sebbene il suo uso tradizionale non fosse gastronomico, ma cosmetico: le donne profumavano con la vaniglia l’olio di semi di mamey, utilizzato per ungere i capelli a scopo estetico. Abbandonata nel XIX secolo, la coltivazione di questa orchidea rampicante è stata ripresa solo negli anni Novanta del Novecento come alternativa al caffè, su cui tuttora si basa il sostentamento di gran parte delle famiglie chinanteche. Il Presidio della vaniglia di Chinantla è partito dalla comunità di Rancho Grande, un’unione di circa 200 agricoltori che già nel 2000 aveva ricevuto il Premio Slow Food per la Biodiversità, puntando su produzioni agricole di qualità. Ora Rancho Grande è diventato un esempio per molte altre realtà e coinvolge nel Presidio numerose comunità della regione, coprendo tutti i passaggi della filiera. Un primo nucleo di produttori, ribattezzatisi “Guardiani della selva”, si è anche dotato di un regolamento che garantisce insieme la qualità della vaniglia e la preservazione della biodiversità della foresta.
 
È possibile scoprire la biodiversità messicana attraverso i Presìdi Slow Food e i prodotti dell’Arca del Gusto.
 
Il Padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover.
 
 

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