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El Salvador. Il piccolo e rigoglioso Paese che fu culla della grande civiltà Maya

Cultura / -

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© Juan Carlos:Corbis.jpg

Mare, cultura e folklore. Situato nella sottile lingua di terra che congiunge il Messico alla Colombia e all’America del Sud, questo Stato latino, pur nelle piccole dimensioni, concentra dentro i confini del suo territorio una grande varietà di bellezze naturali e di siti archeologici di notevole interesse culturale.

In età precolombiana El Salvador fu culla del grande impero Maya (e dei meno conosciuti Pipil) insieme ai territori che oggi chiamiamo Belize, Guatemala, Honduras e ad alcune zone del Messico come il Chapas e lo Yucatan. Di questa grande civiltà, rimane oggi un sito archeologico di grande pregio, inserito anche tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco: il Joya de Ceren, un insediamento umano raso al suolo in un attimo, come nel caso di Pompei, dall’eruzione di un vulcano. Nel Paese sono presenti anche gli interessanti resti della civiltà Pipil come Casa Blanca e Tazumal e innumerevoli parchi naturali dove immergersi in una natura affascinante e incontaminata.
 
Pesce, fagioli e mais, tra gli ingredienti principali della cucina
La cucina tradizionale di questo Paese, data la posizione strategica sull’Oceano, è basata largamente sulla pesca. Vengono utilizzati molto anche i legumi, come i fagioli e i cereali, soprattutto il riso e il mais.  Uno dei piatti più tipici è il pupusas, una tortilla a base di fagioli e formaggio accompagnata spesso da sottaceti e salsa piccante e il prelibato pan relleno, un piatto tradizionale che viene preparato tutti gli anni dalle famiglie salvadoregne per la notte di Natale. All’interno del pupusas vengono utilizzati i fiori del loroco, un vitigno che dà boccioli dal sapore particolare, molto amati dalla popolazione locale e che vengono tutelati anche dall’Arca del Gusto di Slow Food.
 
Caffè sostenibile? In El Salvador è possibile
El Salvador partecipa all’Esposizione Universale all’interno del Cluster dl Caffè insieme al Buruni, al Kenya, al Ruanda, all’Uganda, allo Yemen, all’Etiopia, alla Repubblica del Guatemala, alla Repubblica domenicana  e a Timor-Leste. All’interno dello spazio, sono in mostra alcune delle varietà di caffè più pregiate del Paese, che si distingue anche per le coltivazioni a certificazione biologica, sostenibile e Just Trade.
 
Scopri di più su El Salvador
 

Libano. Un mare di biodiversità al Mercato della Terra

Sostenibilità / -

Beirut e Tripoli. Se ci sono due vetrine della biodiversità libanese, queste sono senza ombra di dubbio i due Mercati della Terra promossi da Slow Food insieme al programma Ross (Ricostruzione, occupazione, servizi e sviluppo) della Cooperazione italiana (Ministero degli esteri) e all’Ong Fini.

Il Mercato della Terra di Beirut si trova nel distretto di Hamra, circondato da cemento e vetro, centri commerciali e un traffico opprimente. Qui in mezzo, una piccola oasi: una strada lunga meno di 100 metri, dove i contadini delle zone circostanti vendono i propri prodotti ogni martedì mattina. Al mercato è possibile trovare pane arabo, kechek (grano fermentato, profumato con erbe aromatiche e conservato in olio d'oliva), sumac (una spezia dal colore rosso scuro e dal gusto agrumato), mwaraka (un dolce sottile, presentato in forma di rotolo e ripieno di noci, mandorle e miele), miele di cedro ed erbe aromatiche. Il Mercato della Terra di Tripoli, invece, si trova nei pressi del porto e si tiene ogni giovedì mattina. I principali prodotti in vendita sono la frutta e la verdura di stagione, ma non mancano i trasformati tipici della gastronomia libanese: conserve vegetali, olio d'oliva, succhi di frutta, miele.
 
 
Tra i prodotti caratteristici valorizzati da Slow Food c’è il freekeh di Jabal Amel
È un caratteristico grano verde ottenuto raccogliendo il frumento prima della sua completa maturazione, quando le foglie delle piante cominciano a seccarsi sotto l’irruente forza del sole di aprile. Leggenda vuole che più di 2000 anni fa i soldati che assediavano un villaggio della zona, prima di ritirarsi sconfitti, avessero bruciato i campi di grano per distruggere il raccolto e condannare gli abitanti del luogo alla rovina. Allora la popolazione, cercando di salvare il salvabile, raccolse il grano bruciato dai campi e, dopo averlo ripulito, scoprì un grano tostato di colore verde dalle grandi proprietà nutritive.
 
Speciale la lavorazione del grano
Il freekeh è coltivato in piccole quantità in molte zone del Libano, ma è la regione meridionale del Jabal ‘Amel a essere da sempre rinomata per l’alta qualità delle sue produzioni. Qui, non è solo la peculiare tessitura del terreno a rendere speciale il freekeh, ma soprattutto la sua lavorazione. Il grano tenero, che le gente del posto chiama “italiano” ma le cui sementi sono tramandate di padre in figlio, dopo essere raccolto a mano è lasciato seccare per 24 ore sotto il sole; dunque viene disteso sulle pietre insieme ai rami di un particolare arbusto locale, il balan. Proprio il balan costituisce il combustibile che permette di ottenere una fiamma intensa ma breve. Così facendo, le glumelle del frumento si bruciano, mentre il grano subisce una tostatura rapida e uniforme che ne interrompe la maturazione, ne migliora la conservazione, e dona al freekeh un caratteristico aroma tostato.
 
Un altro Presidio Slow Food è il kechek el fouqara
È chiamato “formaggio dei poveri” poiché sulla costa meridionale del Libano, a una decina di chilometri dell’antica Tiro, lo si produce senza latte. L’antica ricetta di questo prodotto a base di grano fermentato in acqua e sale marino, infatti, si è modificata nel tempo, dando origine a numerose varianti, tra cui anche alcune che contemplano l’uso di yogurt o di latte di capra.
Per realizzarlo, il grano appena raccolto è lavato per eliminare le impurità, quindi si lascia fermentare nell’acqua per almeno otto ore, fino a quando inizia a germogliare. Poi si fa cuocere per 4 o 5 ore in un grosso calderone posto su fuoco a legna, e quindi viene essiccato al sole su grandi lenzuoli bianchi. A questo punto si porta al mulino e si trasforma in burghul (grano fermentato e frantumato). Al burghul si aggiungono acqua e sale e si lascia fermentare da due a quattro settimane, a seconda delle stagioni. Poi si macina, si ripone a fermentare ancora per una settimana e infine si impasta a mano fino a ottenere una pasta omogenea ed elastica. Al termine, l’impasto può essere profumato con timo, cumino, fiori d’arancio, semi di sesamo, pepe rosso o nero. Con la pasta ancora umida, si modellano delle palline che sono poste in barattoli di vetro e coperte con olio extravergine di oliva per esaltarne il sapore e conservarlo per un anno o più.

È possibile scoprire la biodiversità messicana attraverso i Presìdi Slow Food e i prodotti dell’Arca del Gusto.
 
Il padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover. 
 
 

Iran. L'incanto e la meraviglia dei suoi giardini

Cultura / -

 
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© Harpur Garden Library/Corbis
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Lussureggianti e riccamente decorati, sono un simbolo di cui il Paese è orgoglioso.

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