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Detto e mangiato: sardonico

Cultura / -

sardonico

L’origine della parola sardonico deriva da un vegetale che in realtà sarebbe meglio non mangiare: l’erba sardonia.

Particolarità dell’erba sardonia è che se ingerita porta i muscoli facciali ad assumere una sorta di ghigno sprezzante, come di risata amara. Poi di solito si muore  e in effetti non c’è tanto da stare allegri.
Presso le popolazioni sarde del periodo nuragico era usanza sacrificare gli anziani al dio Kronos prima facendoli ridere con una pozione a base d’erba sardonica e poi spingendoli giù dal dirupo.
L’idea era che le vittime andassero incontro al loro destino con il sorriso sulle labbra... una beffa piuttosto lugubre.
Da qui l’uso della parola sardonico (dal greco sardánios) per indicare un riso tutt’altro che spensierato, ma piuttosto sarcastico e beffardo, con un vago sentore malevolo.
Il primo uso della parola lo fece Omero nell’Odissea, quando Clesippo, uno dei proci che attentavano alla virtù di Penelope, scagliò contro Ulisse una zampa di bue. Ulisse piegò un poco la testa da un lato, la schivò e sapendo che la vendetta è un piatto che va servito freddo
“rise in segreto di un suo riso sardonico”...
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 

Se cogli una pianta, devi piantarne due

Cultura / -

svamini per discorso 21 maggio imm rif

L'essere umano non è il centro, ma è parte dell'universo e deve contribuire con la sua opera al mantenimento del Pianeta e di tutte le creature. È questo che insegnano i testi sacri dell'Induismo.

Grazie a tutti per questo invito fatto per celebrare la diversità. L’induismo si basa sui Veda infatti dice che “Dio è uno, ma che i saggi lo chiamano in modi diversi”. La diversità fa parte della manifestazione, ma tutti noi, in modo diverso, aneliamo all’unità. Ecco perché è bello essere qui tutti insieme a celebrare la diversità. Dovete sapere che una delle parole con le quali gli induisti si definiscono non è indù, ma SanathanaDharma, un termine che deriva da il sanscrito, Dahrma, che è ciò che nutre e sostiene l’universo. L’indù deve sentire questa relazione con tutti gli esseri, questa interdipendenza. Il più alto grado del Dharma è la non violenza, nel senso di non nuocere a tutte le creature e tutti gli elementi che compongono l’universo, ma anche il nostro corpo. Da qui derivano tutta una serie di leggi etiche. L’uomo non è il centro dell’universo, l’uomo è il parte dell’universo e ha il dovere di sostenerlo. Vive insieme al tutto. La seconda legge è il dare, non si può prendere se prima non si è dato. Se cogli una pianta, devi piantarne altre due. L’induismo è un’ortoprassi e non è vero che noi induisti siamo tutti vegetariani, dipende dalla responsabilità personale che si ha nei confronti della vita.

Vi racconterò una storia. Dio padre ha creato il giorno e la notte, gli dei e i demoni. Un giorno i figli tornano dal padre e lo accusano di essere ingiusto. Allora lui gli propone una sfida. Li mette di fronte a una tavola imbandita di ogni bene e gli dà una unica regola: “Per mangiare, dovete utilizzare dei cucchiai lunghissimi che non permettono di piegare i gomiti”. I demoni non riescono a mangiare e hanno fame, mentre gli dei trovano subito la soluzione: si imboccano l’uno con l’altro. Questo per spiegare che la condivisione è fondamentale. La condivisione del cibo che fa bene è la medicina a tutti i mali, questo ci insegna l’ayurveda. A questo punto, ne approfitto per chiedere al Ministro Martina di darci la possibilità di acquistare del cibo sano e alimenti di cui conosciamo la provenienza per poter essere, con le nostre scelte, il cambiamento che vogliamo
 
 

Detto e mangiato: masticabrodo

Cultura / -

masticabrodo

Dicesi di chi parla biascicando o impiega il suo tempo in attività scarsamente utili.

Da che mondo è mondo il brodo si sorbisce e l’atto del masticarlo è sinonimo di stupidità non scevra da sciatteria, a meno che il soggetto in questione non sia sdentato e dunque il suo biascichio giustificato da una sorta di “nostalgia del morso”.
Il termine biascicare (dal latino blaesus, balbuziente) indica sia l’attività del mangiare muovendo viscidamente il cibo in bocca sia quella del parlare strascicando, ed è infatti tipico di chi non ha i denti in bocca. Proprio come il leggendario stregone Lauterfresser (detto appunto Masticabrodo) che nel XVII secolo si aggirava per i monti del Sudtirolo scroccando zuppe, vellutate e minestroni presso i contadini del circondario.
Essendo molto goloso Masticabrodo avrebbe forse voluto mangiare qualcosa di più sostanzioso, ma la sua bocca sdentata non glielo permetteva; in compenso poteva provocare uragani, diventare invisibile e trasformarsi in orso. Questo purtroppo non gli diede mai una dentiera e nemmeno gli impedì di essere bruciato sul rogo nel 1645 per stregoneria.
Come spesso succede, chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane è costretto a masticare il brodo.
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 
 
 

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