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Detto e mangiato: infinocchiare

Cultura / -

Travestire una sonora truffa da buon affare: voce del verbo infinocchiare. Il finocchio, foeniculum vulgare, è una pianta apprezzata fin dall’antichità per le sue spiccate qualità aromatiche e virtù medicamentose.

Il finocchio, foeniculum vulgare, è una pianta apprezzata fin dall’antichità per le sue spiccate qualità aromatiche e virtù medicamentose. Gli Assiri e i Babilonesi lo utilizzavano per allievare il mal di stomaco, Ippocrate ne raccomandava il consumo contro le coliche infantili, in cucina è usato da sempre per insaporire pane e dolci, ma anche carni, salumi e piatti a base pesce.
Un erbario del XVI secolo racconta che il finocchio fa ringiovanire e che, accompagnato al vino, commuove la lussuria. Su quest’ultima virtù non ci sono prove, ma certo è che il finocchio con il vino ci sta molto bene. Soprattutto se il vino non è di qualità.
Infatti gli osti poco onesti, che conoscevano il potere aromatizzante del finocchio, usavano servirlo insieme al vino prossimo all’acetificazione per camuffarne il sapore mediocre. Da qui l’espressione “infinocchiare” per condire e abbindolare, presentando come buona una cosa che buona non è.
Buon appetito.

Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.

 
 

Ibrahim Hagi Abdulkadir. Il profumo del cambiamento per la Somalia

Cultura / -

© Giulia Mazzoleni

Ibrahim Hagi Abdulkadir è Ambasciatore della Somalia presso le agenzie delle Nazioni Unite in Italia e Commissario Generale per Expo. Abdulkadir è un medico pediatra impegnato da anni nei progetti umanitari della Fao e dell’Ifad con lo scopo di restituire ai bambini i diritti inalienabili che la guerra e il terrorismo hanno sottratto loro.

La Somalia può vantare un Padiglione a Expo Milano 2015. Come si presenta il suo Paese all’Esposizione Universale di Milano?
La Somalia ha avuto l’opportunità di partecipare a Expo Milano 2015, all’interno del Cluster Zone Aride, con un Padiglione piccolo ma molto significativo che condividiamo con un altro Paese. A noi piace questa “convivenza” perché crediamo che condividendo lo spazio si riescano a condividere anche le idee. Questa Esposizione è molto importante per noi. Essere riusciti – anche se con un modestamente – a partecipare significa cambiare l’opinione comune e credere che la Somalia sia tornata nello scenario mondiale.
 
Quali aspettative da Expo Milano 2015 verso il suo Paese?
25 anni di guerra civile, di distruzione, di terrorismo e di piraterie hanno mostrato un volto della Somalia che lentamente stiamo superando. Oggi il nostro Paese ha tutte le potenzialità e possibilità per svilupparsi. Noi crediamo in questo, abbiamo un gran numero di prodotti tipici e artigianali provenienti dall’agricoltura, dall’allevamento e dall’itticoltura. Queste risorse e la nostra economia possono essere condivise con tutto il mondo, soprattutto con l’Italia, a cui ci lega una storia importante. Expo Milano 2015 rappresenta un’occasione per la Somalia, un’opportunità di riagganciare i rapporti economici e commerciali con gli altri Paesi.
 
Il Padiglione Somalia ospita fino al 31 ottobre una mostra pittorica sul tema dei diritti dell’infanzia. Perché questa scelta essendo stata la Somalia l’ultimo Stato ad aver ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza?
Con questa mostra, “Diritti dell’infanzia, energia per la vita”,  vogliamo dimostrare che il nostro Paese riconosce l’importanza dei diritti dell’infanzia per un’adeguata nutrizione, salute e istruzione. I bambini devono essere protetti dalle violenze e sono contento che la Somalia, un piccolo Paese ancora in difficoltà, abbia promosso una mostra che mette a nudo tutti gli aspetti critici della vita dei ragazzi somali. Così da dimostrare di esserne consapevoli e quindi di poterli affrontare e superare. La Somalia è stata l’ultimo paese firmatario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. A Expo Milano 2015 vogliamo mostrare il nostro cambiamento.
 
Rimanendo in tema di diritti dell’infanzia. Secondo lei qual è l’azione concreta più efficiente per restituire ai bambini una vita serena?
I bambini devono essere aiutati dando loro quello che hanno gli altri bambini del mondo. Si deve cominciare dall’alimentazione, dall’istruzione e dalla salute per garantire loro un futuro e un’identità. Il mondo cambierebbe moltissimo se ciò avvenisse: se i bambini, ma anche gli adulti, venissero aiutati nel loro Paese non ci sarebbe il problema massiccio dell’immigrazione. Aiutare un bambino significa dargli la possibilità di vivere in serenità e in pace. I bambini che vengono arruolati nelle fazioni terroristiche sono quelli che hanno perso la loro opportunità. Lo sviluppo può avvenire solo attraverso la pace.
 
Lei ricopre il ruolo di Ambasciatore delle Somalia presso le Nazioni Unite in Italia e Commissario generale per Expo. Qual è il suo sogno per futuro della Somalia?
Il mio sogno è vedere la Somalia crescere, voltare pagina con il passato e ritornare sulla scena come un Paese normale che partecipa allo sviluppo economico e sociale del mondo. Il nostro slogan è “Scent of Change”, profumo di cambiamento, e questo è il mio sogno: sentire il profumo del cambiamento che la Somalia sta intraprendendo.
 
Ci può raccontare cos’è la Somalia oggi e come potrebbe essere possibile intrattenere delle relazioni internazionali, per il commercio o per il turismo nel suo Paese?
La Somalia è molto bella, ha la costa più lunga tra i Paesi africani (3.300 km) in una zona tropicale. Quindi è perfetta per il turismo, offre molte opportunità economiche. Per questo credo che l’Italia o le altre nazioni possano cominciare a collaborare con noi e con i nostri mercati, affinché si sviluppi un commercio e uno scambio come avvenuto in passato. La Somalia ancora non può avere un vero e proprio turismo, non si può dire “venite a vedere”, ma si può dire “venite a credere”, a partecipare alla trasformazione della società somala che vuole tornare un Paese libero e in pace.
 

 
 

Roberto Brazzale. Vi spiego perché l’Italian Sounding può aiutare il Made in Italy

Economia / -

imm rif Roberto Brazzale

Roberto Brazzale è un italiano fuori dagli schemi e un agricoltore globale. Discendente di un’antica famiglia di allevatori veneti e imprenditore agricolo all’estero, produce formaggi DOP in Italia, ma allo stesso tempo grana in Repubblica Ceca e carne di manzo in Brasile. Secondo la sua visione, il cosiddetto Italian Sounding non danneggia il Made in Italy, ma anzi è un grande volano per l’agroalimentare italiano.

Dottor Brazzale, ci parli di lei: chi è Roberto Brazzale e cosa fa?
Appartengo alla settima generazione di famiglia. Dal settecento almeno, produciamo burro e formaggi, oggi con i marchi Burro delle Alpi, Gran Moravia, Alpilatte, Zogi e molti altri. Siamo originari dell’altopiano di Asiago da dove, oltre un secolo fa, i nostri antenati si sono trasferiti a Zanè, presso Thiene, per realizzare il primo impianto industriale. Oggi l’azienda ha impianti in Italia, Republica Ceca, Brasile. Abbiamo aperto un caseificio anche in Cina per produrre i formaggi freschi per quel mercato. Continuiamo a fare i prodotti della nostra tradizione, evolvendoli sia nelle ricette sia nella loro allocazione nelle regioni più vocate del mondo, specie attraverso filiere produttive all’avanguardia negli standard ecologici, fuori ed oltre i sistemi delle DOP. Abbiamo sviluppato una nostra catena al dettaglio in Repubblica Ceca e Cina, che conta diciotto negozi, in aumento costante, per oltre un milione e mezzo di clienti all’anno, dove vendiamo la stragrande maggioranza di prodotti realizzati in Italia. Il nostro principio è quello di fare le cose dove riescono meglio, per dare al consumatore prodotti più buoni e più convenienti.

C’è chi la accusa di Italian Sounding, lei come risponde?
Il concetto di Italian Sounding è l’ultima, disperata spiaggia dei richiedenti protezione. Viene presentato come fosse un illecito quando quel concetto sta semplicemente ad indicare l’uso della lingua italiana per prodotti che hanno già la loro denominazione universale nella lingua italiana o ad essa si ispirano, o l’uso di richiami all’Italia ed alla sua tradizione. Il cosiddetto Italian Sounding non viola né norme di tutela della DOP né fattispecie penali ingannevoli, altrimenti si attiverebbero gli appropriati e doverosi sistemi di repressione. È un normale fenomeno commerciale che interessa tutto il mondo, da sempre: si pensi all’uso universale di termini come hamburger o würstel, è forse german sounding? O chewing gum o hot dog, è american sounding? O vodka, russian sounding? E questi sono solo i primi che mi vengono in mente. Nessuno si è mai sognato di vietarne l’uso nel mondo. Quando non sconfina nell’illecito, l’Italian Sounding è una prassi obbligata e validissima per spiegare al consumatore che prodotto ha davanti, a quale tradizione appartiene, pur non provenendo necessariamente da una certa nazione. Un würstel non è altrimenti definibile con efficacia di fronte al consumatore, anche se prodotto a Varese. L’ostilità verso l’Italian Sounding è ridicola se pensiamo come l’uso di nomi e richiami italiani nel mondo aiuti a mantenere vivo l’interesse per la nostra nazione ed i suoi prodotti originali, a farla conoscere, evitandone l’oblio o l’irrilevanza. In realtà l’Italian Sounding è un grande volano che traina il commercio di tutti i nostri prodotti originali. Il problema nasce quando questi non possiedono qualità distintive rispetto a quelli stranieri, pregi ulteriori che ne giustificano il maggior prezzo. E’ qui che casca l’asino e le corporazioni dei produttori che non riescono a stare sul mercato senza il supporto ed i favori dello stato e della politica, chiedono di essere protette per legge dalla concorrenza, non dagli illeciti, a danno della varietà dell’offerta e contro il consumatore. Nel caso del nostro Gran Moravia [il formaggio grana prodotto da Brazzale SpA in Repubblica Ceca ndr] usiamo l’italiano e ci mancherebbe! Usiamo l’italiano in quanto nostra lingua madre, assieme al veneto, e lingua del maggior numero dei nostri consumatori.  Non mi risulta ancora che il Devoto Oli e la lingua di Manzoni siano stati regalati in via esclusiva a qualche Consorzio di Tutela. Dovrei usare il ceco? E come capirebbero gli italiani che il nostro grana è fatto in Moravia se non lo dico loro in italiano?
 
Lei afferma che il Made in Italy agroalimentare non può espandersi oltre perché, anche volendo, il territorio agricolo italiano oggettivamente non riuscirebbe a produrre abbastanza da soddisfare le richieste del mercato globale, ci può spiegare meglio questo concetto?
Il territorio coltivabile in Italia è metà di quello spagnolo o francese; solo 2,9 ettari per abitante contro i 4,7 della media europea. La nostra agricoltura, in termini di quantità, non può più crescere, a fronte di una domanda mondiale prevista in aumento per decenni e a un deficit interno generalizzato che nel latte supera il 30%. L’unico modo per farlo è importare dall’estero materie prime dei processi zootecnici, come cereali, oleaginose o foraggi, oppure andare a gestire all’estero processi produttivi, dove ci sono terra e risorse ideali. Noi lo abbiamo fatto in Brasile per il bestiame da carne e in Repubblica Ceca per il latte. Il prodotto lì realizzato dai nostri tecnici è fantastico e gli standard ambientali e di sostenibilità all’avanguardia mondiale.
 
Parlando della sua attività di imprenditore agricolo all’estero, lei sostiene che sono più italiani i suoi prodotti rispetto a tanti altri realizzati in Italia, cosa intende esattamente?
Cosa significa Made in Italy? Significa fatto sul territorio italiano? Sì, ma che cosa? Il prodotto finale, ad esempio il latte, o le materie prime di partenza? E se le materie prime provengono in gran parte dall’estero come soia, mais e foraggi, come la mettiamo? E se il lavoro è prestato in maggioranza da stranieri? Noi sosteniamo che il cosiddetto Made in Italy non esiste, o almeno non nel senso che gli si attribuisce normalmente, perché andrebbe valutato ogni singolo caso separatamente. Ogni processo produttivo agricolo ed agroindustriale è il risultato di una somma di fattori dall’origine più disparata. Piuttosto, quello che andrebbe valutato è quanta “italianità” c’è in un prodotto. Italianità intesa come combinazione di territorio, fattore umano, cultura. Quando questi fattori ricorrono in modo ragionevolmente significativo, il prodotto deve essere definito “italiano”, perché apporta una quota significativa di valore aggiunto agli italiani e all’Italia, anche se alcune fasi della sua catena produttiva sono realizzate all’estero o con prodotti nati all’estero. In questo senso, il Gran Moravia si può definire “italiano” perché è un formaggio grana della nostra tradizione, fatto in un caseificio totalmente italiano come tecnologia e proprietà, pur sito in Moravia, con processi governati da personale italiano, usando un latte prodotto in Moravia secondo disciplinari studiati e verificati da tecnici italiani. Successivamente, le fasi di stagionatura, confezionamento e commercializzazione sia interna che nel mondo sono completamenti realizzate in Italia da personale italiano. E il prodotto stesso è destinato a consumatori di cucina italiana. Per questo noi pensiamo che il concetto di Made in Italy dovrebbe essere superato o abbinato a quello di “prodotto italiano”, in questo senso. Preso alla lettera, come si usa fare, il concetto corrente di Made in Italy è spesso ingannevole, perché allude a caratteristiche che frequentemente non ricorrono o ricorrono in misura non significativa. Oggi si definisce senza esitazione Made in Italy un formaggio DOP fatto a Brescia con latte proveniente da vacche che a suo tempo furono acquistate come manze gravide in Baviera, nutrite con soia brasiliana, mais americano ed erba medica disidratata spagnola, inseminate artificialmente con tori canadesi, controllate da un podometro israeliano, in una sala di mungitura tedesca, un latte munto da ottimi bergamini pakistani o albanesi, trasportato da un autista bosniaco, cagliato da un casaro moldavo che ha per scottone un ghanese ed usa un caglio danese, formaggio conservato in magazzino da un bangladese. Il tutto sopra un podere concimato con potassio canadese e concimi tedeschi, arato con trattori americani e seminato con ibridi francesi. Mi dica lei, perché un formaggio così dovrebbe essere più italiano del Gran Moravia?

Lei ha detto che l’Italian Made, ovvero l’imprenditoria agroalimentare italiana all’estero, può dare lavoro a molti giovani italiani e al tempo stesso aiutare lo stesso Made in Italy: in che modo?
Dati i limiti strutturali dell’agricoltura italiana, le imprese di trasformazione, che detengono il vero saper fare che ci distingue nel mondo, possono sviluppare valore aggiunto e occupazione solo se manipolano in Italia materie prime prodotte all’estero da stranieri o realizzate in processi governati dagli stessi italiani, oppure se sviluppano propri stabilimenti all’estero per trasformarvi materia prima locale, come è il nostro caso. Questa opportunità non dovrebbe essere boicottata ma riconosciuta e apprezzata apertamente, anche dalla politica e dalla cittadinanza, perché apre delle prospettive di sviluppo illimitate per il Paese. Gli italiani le cose buone le sanno fare ovunque, non solo nelle zone tipiche, non solo in Italia e non solo con materie prime italiane. Anzi, molto spesso le materie prime realizzate all’estero sono molto più appropriate per produrre prodotti della tradizione italiana, che ne risultano più buoni, più sani, più convenienti. Un incremento complessivo dei volumi delle imprese di trasformazione potrebbe portare beneficio anche agli agricoltori italiani perché le industrie a cui forniscono oggi la loro materia prima diventerebbero più competitive ed efficienti, più forti nell’export che traina i loro prodotti, più concorrenziali anche sul mercato interno dove si contendono le materie prime italiane, alle quali nessuno rinuncerà mai. Non parliamo, poi, dei benefici che avrebbero i disoccupati italiani, il consumatore e l’intero sistema economico. Rinunciarvi significa regalare questo grande mercato agli stranieri e non, invece, proteggere i prodotti Made in Italy, come qualcuno pensa. Oggi manca totalmente il riconoscimento di questi dati di fatto, il riconoscimento cioè che il Made in Italy è anche quello realizzato dall’industria italiana con materia prima prodotta fuori dai confini. Se ciò non avviene è perché l’Italia è condizionata da una cultura retrograda e corporativa che risponde solo ai supposti interessi sindacali di chi possiede la terra. Questa distorsione ci sta costando molto caro e ci sta facendo perdere posizioni che non recupereremo più. E sta costando molto caro agli stessi agricoltori.
 
Secondo lei quali sono i problemi dell’agricoltura italiana? Quali le strategie per affrontarli?
Il problema cruciale è quello della insostenibilità per il settore primario a causa dell’entrata nell’Euro senza aver prima riformato il sistema e ridotte le sue inefficienze, traguardo a mio parere illusorio che rende impossibile nel lungo termine la tenuta della moneta unica. Oltre a questo, l’Italia ha commesso l’errore di chiudersi in un grottesco protezionismo auto celebrativo. Ha costruito nel tempo un sistema inefficiente, corporativo e consociativo, dominato da sindacati, consorzi e politica, che reclama  protezionismo, ottiene la legalizzazione dei cartelli, rifiuta l’evoluzione tecnologica e il confronto concorrenziale, disinforma e spaventa sistematicamente il consumatore denigrando immotivatamente la concorrenza estera; un sistema che sta lentamente portando l’agricoltura ad una insostenibile arretratezza, molto pericolosa, che viene confusa con la tradizione.  Le ricette? Sempre le solite: più concorrenza, meno interferenza della politica, più tecnologia, più apertura al mondo, più coraggio imprenditoriale.
 
 

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