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Detto e mangiato: il buglione

Cultura / -

buglione
©Sabrina D'Alessandro/Ufficio Resurrezione

Il buglione, come il subbuglio, il garbuglio e il guazzabuglio, ha a che fare con quel che bolle in pentola.

La parola buglione, dal francese bouillon, brodo, che a sua volta deriva dal latino bullire, bollire, propriamente significa infatti brodo e alle caratteristiche di questa pietanza si ispirano le sue altre accezioni. Come il brodo è ottenuto dalla cottura di ingredienti vari, gettati nella pentola un po’ alla rinfusa, così il buglione indica in senso figurato una mescolanza di cose di diversa specie.
E in più ha a che vedere con il subbollimento e dunque con l’idea di scompiglio collegata al movimento disordinato del liquido in ebollizione.
Da qui l’uso spregiativo di buglione per denotare una folla scalpitante, costituita da un’accozzaglia eterogenea di persone. Anche se sottovalutare il buglione potrebbe rivelarsi un grave errore: di solito più gli ingredienti sono disparati, migliore è il brodo che ne viene fuori.
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 
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Quel sottile confine alcolico

Cultura / -

vino vs birra

Perché italiani, francesi e spagnoli sono amanti del vino, mentre tedeschi, inglesi e belgi sono grandi bevitori di birra? Alle radici di una differenza di gusti che per lungo tempo ha diviso in due l’Europa. Ma che sta lentamente scomparendo.

Autunno, tempo di vendemmia e di vino novello
Ma anche di Oktoberfest e di boccali schiumanti di birra. Due bevande che sono entrambe il risultato di una fermentazione alcolica (dell’uva in un caso, di un cereale nell’altro) e che tuttavia per secoli hanno contrapposto tra loro due “civiltà”: quella del vino, a sud, affacciata sul Mediterraneo, e quella della birra, a nord, oltre il fiume Danubio. Una separazione, apparentemente di natura solo etilica, che in realtà rispecchia le colture dominanti un tempo nelle rispettive fasce climatiche: la vite da una parte, l’orzo dall’altra.

Origini orientali
Eppure né il vino né la birra sono bibite nate in ambito europeo. La più antica giara di terracotta con residui di uva fermentata, risalente a 5 mila anni prima di Cristo, fu rinvenuta in un villaggio neolitico dell’Iran. Furono poi gli Egizi, tre millenni dopo, a fare della viticoltura un’attività su larga scala.

Anche la birra affonda le sue radici in Medio Oriente
Là i Sumeri avevano già scoperto, nel 3000 a.C., che combinando in proporzione diversa gli stessi ingredienti del pane (acqua, cereali e lievito) si otteneva una bevanda gradevole e leggermente inebriante. Dalla Mesopotamia la birra passò ancora una volta in Egitto, come testimoniamo le statuette in terracotta dipinta di donne intente a rimestarla negli otri.

Pane liquido
In effetti la birra degli antichi era molto più densa di quella che conosciamo oggi. E il suo sapore, prodotto dalla fermentazione degli zuccheri complessi dei cereali, tendeva all’agrodolce, non all’amaro. Né, d’altra parte, dobbiamo credere che il vino avesse lo stesso gusto di adesso: gradazione e resinosità erano così intense che era quasi impossibile berlo senza allungarlo con acqua o aggiungervi erbe, spezie, frutta o miele.
 
Fatto sta che per secoli i Romani snobbarono il «barbaro vino d’orzo», nelle parole di Tacito, ricambiati con uguale disprezzo verso il frutto della vite dalle popolazioni germaniche. Ancora nel XII secolo, in Inghilterra, il figlio di Enrico II Plantageneto si rifiutava di bere vino, considerandolo «una bevanda straniera».

Strade inverse
Col tempo la contrapposizione tra la cultura del vino e quella della birra assunse anche connotazioni religiose. Tanto il vino era bevanda sacra per la liturgia cristiana, quanto la birra lo era per i riti di molte popolazioni pagane. Così mentre questa penetrava dalle foreste nordiche e dalle steppe orientali verso il cuore dell’Impero romano sulla spinta delle invasioni barbariche, il vino compiva il percorso inverso al seguito dei monaci impegnati a predicare il Vangelo e a piantare vigne.
 
Nel contempo le due bevande andarono incontro a importanti trasformazioni organolettiche. Durante il Medioevo, qualcuno provò ad aggiungere alla birra in fermentazione delle infiorescenze di luppolo, ottenendo un duplice vantaggio. Da un lato il luppolo favoriva il depositarsi dei residui solidi, rendendo la birra più limpida e adatta ad accompagnare il pasto. Dall’altro le conferiva quel sapore amarognolo che, mescolato al dolce, incontrò subito grande favore.
 
Sul fronte avverso, anche il vino si fece meno brusco, più delicato. E si intervenne pure sul colore. Se il vino bianco non era sufficientemente limpido e chiaro, vi si aggiungeva albume d’uovo. Al contrario, quello rosso piaceva bello scuro: se non lo era abbastanza, lo si tingeva con uva selvatica o bacche nere.

Rimescolamenti
Finì che i confini tra le due civiltà del bere divennero col tempo sempre più permeabili, e le “contaminazioni” numerose e massicce. In tutta l’Europa del Nord non c’era più mensa signorile che non ostentasse in tavola del buon vino. Mentre a sud la birra entrava stabilmente nella cultura alimentare di un Paese come la Spagna, tradizionalmente enofilo. Certo qualche specificità locale è rimasta radicata negli usi. Così anche in Italia, se in pochi ormai disdegnano una birra come naturale abbinamento alla pizza, sono ancora in molti a preferirle un bicchiere di vino se devono accompagnare un piatto di pasta.

Nicola Crocetti. Tutti abbiamo bisogno di poesia, “dispensiera di lampi di luce al cieco mondo”

Cultura / -

Nicola Crocetti
Andrea Mariani © Expo 2015

La poesia è capace di illuminare il presente, di metterci in contatto con il nostro io più profondo, di esprimere sentimenti, ricordi, emozioni positive e anche negative. Ce ne parla Nicola Crocetti, editore e curatore del libro “Le opere dell’uomo, i frutti della Terra”.

La parola “poesia” (poiesis) viene dal verbo greco “poiéin”, che significa “inventare produrre, fare”. Cosa può fare la poesia per comunicare e approfondire grandi temi come la malnutrizione e lo spreco di cibo?
La poesia può fare solo una cosa fondamentale: dare testimonianza dei sentimenti e delle opere dell’uomo. Se si pensa a che cosa ci rimane delle civiltà antiche prima che fossero inventati il linguaggio e i disegni rupestri, ci restano le parole dei poeti. Il libro “Le opere dell’uomo, i frutti della Terra” ne è la testimonianza perché raccoglie opere da 4.000 anni a questa parte: il Canto del Nilo risale al 1500 a.C. circa, poi abbiamo poesie in sanscrito, che è la madre di tutte le lingue perché è la matrice della maggior parte delle lingue del mondo. Sono raccolti testi su argomenti legati a Expo Milano 2015, cioè le arti con cui l’uomo si è procurato il cibo nel corso dei secoli.

Dal gennaio 1988 lei pubblica la rivista mensile “Poesia”, la più diffusa pubblicazione di cultura poetica di tutta l’Europa: perché la poesia è così indispensabile per l’uomo secondo lei?
La poesia è la ricerca della parola esatta. La prosa può anche andare per approssimazione, mentre la poesia deve trovare la parola esatta per esprimere il sentimento più profondo e più giusto dell’uomo. La poesia è connaturata all’uomo perché esprime il sentimento, quello che si prova di fronte alla bellezza della natura, a un bel tramonto, a quello che l’uomo prova quando è innamorato o quello che prova quando vuole lasciare testimonianza dei suoi sentimenti più profondi.

Qual è la definizione che preferisce di poesia?
Ce ne sono migliaia, ma quelle che preferisco sono quella di un poeta italiano del quindicesimo secolo, Cesare Rinaldi, che la definiva “dispensiera di lampi di luce al cieco mondo” e una di un poeta contemporaneo greco, Ghiannis Ritsos, “la poesia è l’inconsolabile consolatrice del mondo”.

“Le opere dell’uomo, i frutti della Terra” è un’antologia di poesie sulle arti con cui l’uomo si è procurato il suo nutrimento nel corso dei secoli, di cui lei è editore e curatore: ci spiega come è avvenuta la selezione delle opere e a cosa ha voluto dare risalto nell’edizione?
Il primo approccio è stato quello dell’entusiasmo e il secondo quello del panico perché nessuno aveva mai tentato un’impresa di questo genere. Ho visto centinaia di antologie nella mia vita, ma nessuno ne aveva mai fatta una che partisse dalla notte dei tempi, da quando è stato inventato il linguaggio, che parlasse di questi temi particolari che sono la coltivazione della terra, l’allevamento degli animali, la caccia e la pesca. Di solito i poeti scrivono dei propri sentimenti, quindi andare a trovare poesie che parlassero delle opere dell’uomo è stata un’impresa difficilissima. L’approccio è stato quello di seguire il mandato di Davide Rampello, cioè di avere rappresentanza massima di tutti i continenti, di tutte le lingue e trovarne gli originali: è stata l’impresa più difficile, ma anche quella di cui vado più fiero.

“Le opere dell’uomo, i frutti della Terra” è stato voluto in occasione di Expo Milano 2015 da Davide Rampello, che ha concepito l’idea di realizzare un’antologia di poesie sulle arti con cui l’uomo si è procurato il nutrimento nel corso dei secoli. Il libro è stato stampato da Giorgio Lucini e sponsorizzato da Montblanc Italia.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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