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Cosa mangiavano gli antichi Greci

Cultura / -

cosa mangiavano antichi greci
© National Geographic Society/Corbis_Herbert M. Herget. / A merchant ship leaves the port of Delos laden with fruits.

Il pantheon alimentare della Grecia classica è dominato dalla triade grano, vigna, olivo. Ecco le zuppe d'orzo, l’acqua tagliata con aceto e i paesaggi del Mediterraneo nelle parole di Ippocrate e di Galeno.

Il pane, il vino e l'olio (e i vegetali dai quali sono estratti) simboleggiano la civiltà, ovverosia ciò che separa l'uomo dal barbaro. Per gli antichi Greci la triade grano-vigna-olivo è molto di più di una semplice base alimentare.
 
Nel giuramento di fedeltà alla patria che i giovani ateniesi pronunciavano nel santuario di Pan Agraupos, quando varcavano la soglia delI'età adulta, la patria era definita, secondo Plutarco, come la terra in cui "crescono il grano, la vite e l'olivo". In effetti i Greci piantarono tali colture in tutti i loro insediamenti. Uno spuntino di buon pane, vino, olio d'oliva, fichi e miele rappresenterebbe anche oggi un buon pasto.
 
L'antica Grecia è la civiltà del grano
I cereali coprivano all'incirca l'80 per cento del fabbisogno calorico degli Ellenici, mentre grassi e proteine erano forniti da legumi e olio. A partire dall'età del bronzo, al grano si affianca l'orzo. Lo storico greco Ateneo di Nausicratis ebbe modo di censire sessantadue varietà di pane, con o senza lievito, con farine dei più svariati cereali, bianchi o integrali, cotti sotto la cenere o al forno. C'erano focacce unte, condite, aromatizzate con miele e sesamo o col vino. Ma è la maza, consumata in tutto il mondo ellenico, l'alimento nazionale. Si tratta di farina d'orzo addizionata ad acqua, miele o latte consumata sia fresca, come pappina, sia secca, sia sotto forma di galletta, o come piatto di portata.
L'alimentazione si basava quindi su zuppe di cereali e di pane, accompagnate da olio d 'oliva, ortaggi, vino e qualche pezzetto di formaggio di pecora o di capra. le rive del mare o dei fiumi, s'aggiungono al menù pesci o crostacei. Selvaggina o carne durante le cene più sontuose ele  festività, forse anche nell'ambito dei sacrifici animali dedicati alle svariate divinità. È ipotizzabile che di carne, comunque, non se ne consumassero in genere più di uno o due chilogrammi a persona all'anno. Un trattatello di G. J. Barthélemy del 1788 conferma la presenza, nei banchetti, di ostriche, selvaggina, uccelli, uova, pesci e crostacei, olive, uve di vari tipi e tutti i condimenti ancora oggi in uso: sale, pepe, olio, erbe, aceto, miele.
 
La dieta di Ippocrate
Per i Greci era dunque impossibile fare a meno del grano, dell'orzo o delle verdure: sono queste peraltro le derrate alimentari che nelle città venivano anche accantonante per far fronte all'eventualità di un assedio. Si deve a un medico greco, Ippocrate, l'importanza del concetto di dieta e alimentazione all'interno della dottrina degli umori, nonché un'analisi completa dell'alimentazione dei suoi contemporanei. Nel trattato Della dieta nel Corpus hippocraticum che comprende una settantina di scritti composti tra la metà del V sec. e la metà del IV a.C. il padre della medicina cita in prima battuta l'orzo e il pane d'orzo, assieme alle zuppe che avevano come base tale cereale, come la maza (farina d'orzo stemperata con acqua, olio, miele o latte) e il cyceon, la bevanda sacra del santuario di Eleusi, a base di farina d'orzo precotto con aggiunta d'acqua, di miele o di latte di mucca, capra, pecora, asina o giumenta e profumata con della menta. Seguono il grano e il pane di grano, cotto al forno, sotto la cenere o alla griglia, poi il farro e l'avena. Poi ancora le fave, gli altri legumi (piselli, ceci, lenticchie o vecce), i semi (miglio, lino, sesamo, cartamo, papavero). Poste in tal modo le basi dell'alimentazione, Ippocrate parla dei contorni: carni (non mancando comunque di sottolineare quanto sia indigesta quella di bue), pesce, uova, formaggio e miele. Passa poi al vino, a suo avviso il migliore tra i beveraggi, mentre invece l'acqua non è raccomandabile. La si dovrebbe addizionare con un po' d'aceto per renderla più "digeribile". Si tratta comunque di diffidenza verso condizioni igieniche presumibilmente non impeccabili. Vengono poi gli ortaggi, fra cui al primo posto troviamo l'aglio e la cipolla, e per finire le piante aromatiche.
 
L'olivo, il fico e il melograno
Si può accostare quest'elenco alla descrizione fatta da Plinio il Vecchio della regione di Tacarpa (l'attuale città di Gabes, in Tunisia): "All'ombra della fiera palma spunta l'olivo, sotto l'olivo il fico, sotto il fico il melograno, sotto quest'ultimo la vite, sotto la vite il grano, poi legumi, infine le insalate" (Storia naturale, Libro XVIII, 118).  Un testo risalente al IV secolo a.C. precisa che la città di Delfi deve fornire ai pellegrini ivi giunti per effettuare le loro devozioni il giorno stesso del loro arrivo "maza (alimento d'orzo), nonché carne e vino a piacimento".
 
L'attenzione degli antichi studiosi per la dieta è testimoniata da Galeno, che nel trattato dal modernissimo titolo La dieta dimagrante (Peri leptynouses diaites) pubblicato intorno al 180 d.C. offre suggerimenti che appaiono ancora oggi ragionevoli: meglio le verdure dei cereali; non eccedere con la carne, specie quella di maiale; limitare i latticini. D'altronde, scriveva Galeno, "la dieta è l'arma più potente della medicina". Un’intuizione modernissima, che si potrà confrontare in Expo Milano 2015 con la ricchissima varietà degli stili alimentari attuali.
 

Un mondo utopico: alimentazione e benessere nella Città del Sole

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© Cameron Davidson Corbis
© Cameron Davidson Corbis

Le pagine di questo ebook portano in un mondo lontano, nell’utopia di un ordine desiderato, di un’organizzazione perfetta dove tutto è rigidamente regolato, anche il pasto.

L'ebook Alimentazione e benessere nella Città del Sole è uno spaccato di vita nella Città del Sole, l’opera di Tommaso Campanella, scritta in una prima redazione in italiano nel 1602 e pubblicata in versione latina nel 1623 a Francoforte. Si tratta della città utopica che viene delineata in un dialogo tra due personaggi, l’Ospitalario, un cavaliere dell'ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, e il Genovese, ammiraglio al seguito di Cristoforo Colombo. Scoperta dal Genovese nell’isola di Taprobana durante uno dei suoi viaggi, la città si trova su un colle ed costituita da sette mura che la dividono in sette gironi che rappresentano ognuno una sfera del sapere.
 
In questo estratto Tommaso Campanella illustra come si nutrono gli abitanti della Città del Sole,  i “solari”: la loro alimentazione segue minuziosamente regole dietetiche, è regolata in base all’età e all’ “esercizio”  con pasti a base di carne, erbe, frutta e minestre.  In questa città, governata in modo del tutto razionale, gli “offiziali” vigilano sull’ordine: a loro è riservato  il cibo più prelibato e a loro piacimento decidono di offrirlo a chi, durante la giornata, si è distinto in gare di armi o di scienze.
 
Tommaso Campanella, filosofo dell'utopia
Tommaso Campanella fu un filosofo, poeta, teologo e frate domenicano. Nel 1599 tramò contro il governo spagnolo una congiura: i cieli e le profezie gli indicavano che era giunto il momento di una riforma religiosa e politica che instaurasse una forma di governo repubblicano fondata su principi filosofici. La sua congiura fu scoperta e così fallirono i suoi tentativi di rinnovamento sociale e di reazione all'oppressione spagnola e alla disciplina ecclesiastica. Fu arrestato e portato a Napoli, dove nel 1602 fu condannato al carcere perpetuo. Restò in prigione per ventisette anni, periodo in cui lavorò a gran parte delle sue opere maggiori, tra cui La Città del Sole.
 
Ordine e disciplina nei piatti della Città del Sole
Or essi mangiano carne, butiri, mele, cascio, dattili, erbe diverse, e prima non volean uccidere gli animali, parendo crudeltà; ma poi vedendo che era crudeltà ammazzar l'erbe, che han senso, onde bisognava morire, consideraro che le cose ignobili son fatte per le nobili, e magnano ogni cosa. Non però uccidono volontieri l'animali fruttuosi, come bovi e cavalli. Hanno però distinti li cibi utili dalli disutili, e secondo la medicina si serveno; una fiata mangiano carne, una pesce ed una erbe, e poi tornano alla carne per circolo, per non gravare né estenuare la natura. Li vecchi han cibi più digestibili, e mangiano tre volte il giorno e poco, li fanciulli quattro, la communità due. Vivono almeno cento anni, al più centosettanta o ducento al rarissimo. Mangiano, secondo la stagione dell'anno, quel che è più utile e proprio, secondo provisto viene dal capo medico, che ha cura. Usano assai l'odori: la mattina, quando si levano, si pettinano e lavano con acqua fresca tutti; poi masticano maiorana e petroselino o menta, e se la frecano nelle mani, e li vecchi usano incenso; e fanno l'orazione brevissima a levante come il Pater noster; ed escono e vanno chi a servire i vecchi, chi in coro, chi ad apparecchiare le cose del commune; e poi si riducono alle prime lezioni, poi al tempio, poi escono all'esercizio, poi riposano poco, sedendo, e vanno a magnare.
 
L'ebook Alimentazione e benessere nella Città del Sole è offerto in lettura e download gratuito nell'ambito di Laboratorio Expo, il progetto di Expo Milano 2015 e Fondazione Giangiacomo Feltrinelli curato da Salvatore Veca, che promuove la ricerca scientifica sul Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Su Laboratorio Expo è possibile trovare, oltre a tutti i titoli della collana, anche appuntamenti, convegni, iniziative di alto profilo culturale sui temi della sostenibilità ambientale ed etica, sulla cultura del cibo, lo sviluppo sostenibile e sul rapporto città-cittadini. Un progetto che anima e fa dialogare aspetti culturali, scientifici, antropologici, economici e sociali.
 

È la festa dei ciliegi in fiore, dall'hanami in Giappone un messaggio di gioia al mondo

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Una tradizione millenaria si rinnova ogni anno, tra fine marzo e i primi di aprile, in Giappone. In tutto il Paese la fioritura dei ciliegi è una grande festa, si balla, si canta sotto gli alberi, ritrovandosi nei parchi e nei luoghi più ricchi di suggestione per godersi insieme agli altri il magnifico spettacolo della rinascita primaverile. L'hanami è un rito di gioia, ma anche di devozione, di rispetto per la natura, di riflessione sulla fragilità della bellezza. E i ciliegi fioriscono in tutto il mondo...

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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