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Chi dice cibo dice donna. Le donne, nutrici del pianeta

Cultura / -

chi dice cibo dice donna
© Marc Dozier/Corbis

Sono le donne a nutrire e crescere i piccoli di homo sapiens sapiens in tutte le culture, a preparare i pasti a casa ogni giorno in tutto il pianeta. A loro, probabilmente, si deve la nascita dell'agricoltura.

Chi dice cibo dice donna. Questo perché, a dispetto del fatto che la maggior parte degli chef è di sesso maschile, sono le donne a far da mangiare tutti i giorni in tutto il pianeta. Immaginate più di un miliardo di donne che ogni giorno cucina per se stessa e la propria famiglia, in ogni angolo del mondo, praticamente ad ogni ora: avrete un'idea dell'importanza del ruolo familiare e domestico dell'altra metà del cielo.
E ancora sono loro ad occuparsi prevalentemente dell'orticoltura, dell'allevamento degli animali da cortile, della raccolta di erbe e frutti spontanei un po' in tutto il mondo. 
 
Il ruolo atavico delle donne
Sin dal Paleolitico il genere umano ha riconosciuto alle donne il ruolo indiscusso di datrici di vita, simboleggiato anche dalle cosiddette Veneri paleolitiche, opulenti statuine femminili che attraverso le loro forme generose rappresentavano la maternità e il loro ruolo di nutrici. 
 
Molti studiosi, tra cui alcuni archeologi, sostengono che siano state le donne, da sempre impegnate nella raccolta di erbe, fiori e frutti, a capire  i meccanismi della nascita e crescita delle piante, e che dunque si debba al loro sguardo profondo e materno la nascita dell'agricoltura e l'addomesticamento dei vegetali. 
 
Le donne hanno il ruolo pressoché esclusivo di nutrire i neonati e di svezzarli, accompagnando i bambini dall'assunzione del latte materno all'assunzione dei primi cibi solidi, e facendo sì che i piccoli acquisiscano preferenze alimentari proprie della loro cultura.  Si sa che i nostri gusti, le nostre idiosincrasie alimentari, le nostre preferenze si formano nei primi anni di vita, e tutto ciò dipende dalle donne della famiglia in cui siamo nati e cresciuti, in primis dalle mamme. 
 
L'agrobiodiversità e il lavoro nelle filiere alimentari
Sono soprattutto le donne in tutto il mondo, nei loro piccoli orti e frutteti familiari, a preservare le cultivar locali di ortaggi, legumi e frutta, preziose per mantenere le pratiche alimentari tradizionali, e la sovranità alimentare, ossia la possibilità di nutrirsi con derrate autoprodotte. 
 
Infine lavorano nelle principali filiere alimentari a livello mondiale, nei campi e nei pascoli, ma anche nelle aziende di trasformazione dei prodotti e nelle cucine delle strutture ristorative, dalle caffetterie ai ristoranti, sino ai self service e alle mense. Spesso sono addette alla vendita dei prodotti nei mercati rurali. Il lavoro di cura che le contraddistingue si concretizza anche nel dare forma, aroma e sapore al cibo, quotidianamente. Il 2014 è stato scelto dalle Nazioni Unite come International Year of Family Farming; Expo Milano 2015 dedica alle donne l'intero programma We; numerosi enti e associazioni non governative hanno varato programmi di sostegno alle donne rurali riconoscendo loro questo fondamentale ruolo di nutrici senza il quale oggi l'umanità non sarebbe giunta sin qui. 
 

Padre Luigi Paggi. A volte, disobbedire ai genitori può salvarti la vita

Cultura / -

In Bangladesh, il 50% delle bambine si sposa sotto i 15 anni. L’associazione Per un sari rosa accoglie le giovani bengalesi che sarebbero costrette dalle famiglie a un matrimonio forzato troppo precoce, salvandole così a una probabile morte di parto.

“Il primo bambino, se lo prendono gli spiriti”. Questo si dice nella tribù Munda del Sunderban, nel Sud-Ovest del Bangladesh, per giustificare le frequenti morti dei neonati. Purtroppo, con il bambino, spesso gli spiriti sembra si portino via anche la madre, magari 15enne, costretta a sposarsi prematuramente. Contro questa piaga, che in Bangladesh interessa il 50% delle bambine, opera la onlus Per una sari rosa, guidata dal missionario saveriano Luigi Paggi.
Padre Luigi ha visitato Expo Milano 2015 in occasione del convegno sull’Agricoltura Sociale che si è tenuto a Palazzo Italia lo scorso 21 settembre. Con lui, una giovane delegazione di tre ragazze bengalesi, guidate dalla più grande, Nilma Munda, di 22 anni, che sono riuscite a raggiungere la maggiore età per poi decidere che strada intraprendere nella vita. Questo viaggio in Italia era il loro premio per avercela fatta.
 
Qual è lo scopo della sua associazione Per un sari rosa?
La popolazione del Bangladesh è tra le pochissime al mondo che conta più maschi che femmine. La principale causa è l’altissima mortalità femminile dovuta a gravidanze precoci, conseguenza di matrimoni in giovanissima età. Ormai da diversi decenni il governo ha stabilito per legge che le ragazze devono sposarsi non prima dei 18 anni e i ragazzi non prima dei 21. Però la maggior parte dei bengalesi non conosce neanche l’esistenza di questa legge, resta lettera morta.
Per questo, nella mia comunità di 4 mila persone, dislocata vicino alla foresta del Bengala, una delle mie attività è cercare di arginare questa grossa piaga incoraggiando le bambine a ribellarsi e se necessario a fuggire da casa e a rifugiarsi lì da noi. Qui le facciamo studiare in attesa che compiano 17-18 anni, dopodiché, quando sono mature fisicamente, le rimandiamo in famiglia.
In dieci anni ne abbiamo accolte una trentina, delle quali sei o sette hanno già trovato un proprio indirizzo, chi ha fatto un corso da infermiera, due-tre si sono sposate, però sopra i 20 anni, a 22-23 anni.
 
E le famiglie come le accolgono?
All’inizio le famiglie ci hanno fatto un po’ di guerra, perché mandavamo all’aria i matrimoni che avevano organizzato, poi gradualmente hanno iniziato a capire che le ragazze tornano migliorate: imparano un po’ di inglese, un lavoro, spesso continuano a studiare.
Chiaramente non abbiamo vinto la guerra, ma qualche battaglia…
 
Qual è il messaggio che vorrebbe comunicare qui in Expo Milano 2015?
Noi sogniamo il giorno in cui le nostre ragazze in Bangladesh avranno la libertà che hanno qui. Ci vorranno generazioni, ma se non si comincia non si arriva. Io addito le nostre ragazze a modello: bisogna guardare al nostro mondo femminile come esempio, perché è più dinamico, libero, autonomo.
 
 
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Droni, GPS e mappe smart nell’agricoltura di precisione

Innovazione / -

I droni sono una delle innovazioni tecnologiche più interessanti nell'agricoltura del nostro tempo.

Tecnologie informatiche e robotica trovano nell’agricoltura di precisione un nuovo ambito d’applicazione: i dati acquisiti sui terreni vengono sistematizzati per automatizzare i processi e controllare da remoto le pratiche colturali. Opportunità o rischio per il Nuovo Millennio?

L’agricoltura di precisione è sinonimo di avanzamento tecnologico e gestionale in un comparto per troppo tempo concepito in modo arcaico e statico. Un universo in fermento, la campagna del Terzo Millennio, tutt’altro che bucolico.
Ricevitori GPS e sistemi di guida assistita su trattori, seminatrici o trebbiatrici, sono già prassi nelle monocolture intensive del Nord America e consentono di evitare sovrapposizioni di percorso nell’aratura, semina o mietitura e di elaborare in tempo reale mappe delle rese e dell’umidità del suolo. Si riducono i tempi di lavorazione, il consumo di carburante e lo stress dell’operatore. Dal Giappone alla California nuovi apparati aeromobili per la concimazione o la disinfestazione consentono il rilascio variabile delle sostanze in base alle aree di fertilità o ai gradi di contaminazione, limitando l’uso di agenti chimici. A partire dal 2011, oltre il 30% delle attività di spraying con diserbanti e fertilizzanti sulle risaie giapponesi viene effettuato da piccoli serbatoi impiantati su aeromobili a pilotaggio remoto (APR o “droni”) e nella Napa Valley l’applicazione si estende ai vigneti grazie a un progetto di collaborazione tra Yamaha Motor Corporations e University of California.
 
Una delle tecnologie più significative del nostro secolo: gli agro-droni
Il dibattito sull’utilizzo dei droni in agricoltura è quanto mai vivace. In Italia è stato affrontato nella Roma Drone Conference (ottobre 2014-gennaio 2015). Tra gli interventi del convegno è stato presentato Agrodron, un quadricottero di 5,5 kg che, sorvolando le coltivazioni, può trattare fino a 10 ettari di terreno in un’ora, per attività di rilevamento, spargimento di concimi o fitofarmaci. I droni “contadini” si affiancano alle macchine agricole tradizionali e sono tra le dieci tecnologie applicate emergenti che più avranno impatto sull’economia del futuro, secondo la Mit Technology Review (“10 Breakthrough Technologies”, MIT 2014 ).
 
Reti wireless di sensori ambientali e mappe digitali dei vigneti
Architetture di reti wireless per il monitoraggio ambientale si sperimentano nel settore vitivinicolo australiano, francese, italiano. Avvalendosi di cofinanziamenti europei per lo sviluppo rurale, nelle Langhe piemontesi, sono avviati dal 2009 i progetti ViniVeri e SiGeVi per la gestione automatica del vigneto, promossi da Regione Piemonte con la partnership tecnologica di istituti universitari e società ICT. Stazioni di rilevamento sul campo trasmettono i dati raccolti dai sensori a un centro di elaborazione; i parametri rilevati guidano le decisioni di agronomi ed enologi, attraverso piattaforme informative dotate di interfacce user-friendly o applicazioni per dispositivi mobili. Infine, aerofotogrammetrie, mappe 3d effettuate da satellite e immagini multispettrali ad alta risoluzione riprese dai droni, restituiscono in tempo reale la topografia dei luoghi, la composizione biochimica e fisica dei terreni, gli indici di vigore vegetativo, lo stress idrico delle piantumazioni.
 
I pro e i contro
I contadini non pensano più alle campagne come entità unitarie e omogenee, ma come a siti variabili da analizzare in micro scala, per unità discrete che richiedono interventi mirati. L’uso integrato degli strumenti digitali può generare un vantaggio competitivo in un ambito fortemente penalizzato dall’incertezza climatica e dal rischio ambientale ed è finalmente possibile capitalizzare le esperienze annuali ed elaborare stime predittive. Pochi imprenditori agricoli dispongono però delle competenze e risorse necessarie per gestire cambiamenti così dirompenti: i costi dei nuovi dispositivi high tech possono ammortizzarsi su ampie estensioni o monocolture, mentre gravano pesantemente su piccoli coltivatori che lavorano in proprietà frammentate e colture di nicchia. Il tema socialmente più critico rimane il binomio automazione-occupazione: come già la meccanizzazione a inizio Novecento, anche l’automazione può contribuire a ridurre il numero di addetti nel settore. La vera sfida culturale è quindi che formazione, ricerca e sperimentazione viaggino veloci quanto la tecnologia e che alla scomparsa progressiva di manodopera non qualificata si affianchino opportunità nuove per figure professionali più creative.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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