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Benin, il coraggio di affrontare grandi sfide

Cultura / -

©-Emilie-CHAIX-PhotononstopCorbis

Piccolo Paese dell’Africa Occidentale affacciato sul Golfo di Guinea, il Benin è impegnato a rafforzare la propria sicurezza alimentare. Presente a Expo Milano 2015 nel Cluster Frutta e Legumi, il Benin celebra il suo National Day venerdì 11 settembre.

Il Benin è un piccolo Paese dell’Africa Occidentale, riconosciuto a livello internazionale per il suo alto livello di democrazia e la natura incontaminata. Affacciato sul Golfo di Guinea a sud, a nord è toccato dal grande fiume Niger. Grande poco più di un terzo dell’Italia, il suo territorio comprende estensioni di savana e boscaglia e spiagge spazzate dal vento dell’Atlantico. L’economia è ancora fortemente agricola, caratterizzata dalla coltivazione del cotone, ma soprattutto da un’agricoltura ancora largamente di sussistenza. La sua fragilità economica e in particolare agricola pone al Benin una grande sfida: riuscire a sfamare adeguatamente una popolazione in forte crescita, che dagli anni Novanta ad oggi è passata da 6 a oltre 10 milioni di abitanti, contando al suo interno una quarantina di etnie e identità diverse. Per dare a tutti loro un’alimentazione adeguata, il Paese sta puntando sul sostegno all’istruzione, sul turismo e soprattutto sull’incremento della produzione di cibo.
 
Democrazia e sicurezza alimentare
In un’area del Pianeta non facile, il Benin ha il merito di avere sviluppato una democrazia solida. Parte dell’Africa Occidentale Francese dalla fine dell’Ottocento, il Paese conquistò l’indipendenza nel 1960, ma fino al 1975 fu teatro di colpi di stato e successivamente seguì il modello socialista a partito unico. Dalla fine della Guerra Fredda ha intrapreso una fase politica nuova, basata su libere elezioni lodate dalla comunità internazionale. Se a livello istituzionale la situazione è positiva, più complicata rimane sul piano economico, poiché il Benin non ha fonti energetiche né materie prime e tantomeno un tessuto industriale. L’economia è ancora largamente agricola e praticata con metodi di sussistenza. Oltre al cotone, di cui è esportatore, i prodotti sono quelli tipici dell’Africa Occidentale e cioè igname, cassava, riso, miglio e mais, insieme ad arachidi e frutta tropicale, in particolare ananas. La produzione alimentare del Paese è fortemente aumentata negli ultimi anni, ma una parte importante della sua popolazione ancora non ha cibo a sufficienza. Per ridurre la malnutrizione infantile, con la collaborazione del WFP, il Benin sta realizzando programmi di distribuzione di pasti completi a tutti i bambini che vanno a scuola.
 
Le radici antiche del Dahomey
Il Benin ha una storia antica, poiché dal 1620 al 1900 fu parte del Dahomey, regno guerriero fondato dall’etnia Fon e basato sul commercio degli schiavi. Dal loro sontuoso palazzo nella capitale Abomey, oggi patrimonio Unesco, i sovrani vendevano i loro prigionieri di guerra ai negrieri europei, ricevendone in cambio armi da fuoco. Principale fonte di ricchezza del Dahomey, il traffico di esseri umani terminò solo con la conquista francese a fine secolo. Fu all’epoca del Regno del Dahomey e ai contatti con mercanti e negrieri portoghesi e brasiliani che si stabilì quel forte legame tra il Benin e il Brasile che è fortissimo ancora oggi. Se l’elemento africano è una componente fondante dell’identità brasiliana, uno dei suoi filoni più vitali è proprio la cultura ancestrale del Benin. A partire dai riti vudù, originari del Benin e arrivati in Brasile e nelle Americhe con gli schiavi, per fondersi con altre influenze e in particolare con la venerazione dei santi cristiani. Viceversa, in Benin è ancora presente una comunità di discendenti dai primi brasiliani, sia i mercanti d’uomini che gli schiavi liberati e tornati in patria. Molti di loro ricoprono posizioni importanti nella società del Benin e hanno giocato un ruolo chiave nella transizione verso la democrazia.
 
 

Cinque domande a Cipsi. L’amaranto ritorna attuale in Argentina

Innovazione / -

Coltivazione di Amaranto in Argentina

Il progetto di riscoperta dell’antica coltivazione ha avuto un riscontro tale che l’iniziativa sarà presto esportata anche in alcuni Paesi africani. La rete nazionale di 28 ONG, attive nella solidarietà e cooperazione internazionale, risponde alle nostre domande sul progetto da lei promosso.

A Expo Milano 2015, i visitatori conosceranno il progetto di Cipsi grazie alla foto-story esposta nel Padiglione Zero. Che messaggio vi piacerebbe trasmettere del vostro approccio al tema della sicurezza alimentare?
La Terra ha abbastanza cibo per nutrire tutti, ma non per l'avidità di poche persone. Questo progetto per migliorare la nutrizione dei bambini e delle donne con la coltivazione dell’Amaranto a livello familiare e locale, testimonia che, per raggiungere la sicurezza alimentare, sono indispensabili alcuni elementi. Tra questi: democrazia, tutela della biodiversità, difesa degli interessi degli agricoltori, delle singole famiglie e di coloro che, senza speculazione, portano il cibo in tavola per la sopravvivenza quotidiana.
 
Quali difficoltà avete incontrato nel vostro percorso?
A rendere difficile l’avvio e la realizzazione delle attività sono state: la scarsa formazione scolastica e professionale della popolazione e la frammentazione politica e sociale, con un tasso d’inflazione che ha superato il 30 per cento. I risultati sono stati raggiunti solo grazie al paziente lavoro fatto dal personale italiano e locale, nel coinvolgere direttamente le famiglie, le scuole, le mamme e i bambini. Le strutture pubbliche, come l’ospedale e il carcere, sono state trasformate in punti di riferimento per il territorio.
 
Quali nuovi risultati avete raggiunto?
I risultati ottenuti superano ogni più rosea aspettativa iniziale: 84 tecnici agricoli formati; 49 campi dimostrativi realizzati all’ospedale, nelle scuole, presso piccoli produttori agricoli e in 36 famiglie; 133 seminari con 3.638 presenze; sei specie di amaranto messe a coltura; 90 ettari di terreno agricolo; 15 piccoli produttori agricoli; un impianto di trasformazione; un centro di formazione; oltre 2.300 alunni coltivano amaranto e lo utilizzano nelle mense scolastiche; iscrizione al Registro Nazionale (Renspa) del Servizio Nazionale di Sanità e Qualità Agroalimentare (Senesa).
Quali sono le prossime tappe?
Gli studi fatti sulla redditività economica nella coltivazione di Amaranto hanno mostrato una percentuale molto elevata di possibili ricavi che cambierebbero radicalmente la vita di migliaia di famiglie, donne e bambini malnutriti a rischio di morte per fame. Stiamo quindi cercando imprenditori e investitori interessati a potenziare le coltivazioni, ampliando i terreni coltivabili, rafforzando la fabbrica di trasformazione dell’amaranto, sviluppando la formazione e investendo in nuovi progetti, anche in altri Paesi.
 
Intendete replicare il progetto in altri Paesi o in altri contesti?
La particolare facilità di coltivazione dell’Amaranto e la sua elevata capacità nutrizionale, fa sì che questo progetto possa costituire una concreta risposta alle necessità nutrizionali di molti Paesi e soprattutto per bambini e persone svantaggiate e a rischio di morte per fame. Abbiamo avviato verifiche di nuovi progetti in Etiopia, Mozambico e altri Paesi africani. Anche in Italia ci sarebbe interesse. 
 

Zimbabwe, una terra senza sbocco sul mare, ma ricca d’acqua

Cultura / -

 
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© Paul Joynson Hicks/JAI/Corbis
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© Peter Adams/JAI/Corbis
© Ralph A. Clevenger/CORBIS
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© Ralph A. Clevenger/CORBIS

Un ambiente naturale ricco, che si articola tra il fiume Zambesi e il Limpopo. Tra le meraviglie dello Zimbabwe, colpisce il Hwange National Park, le cascate Vittoria, e il Mosi-oa-tunya, la spaccatura nell’altopiano in cui lo Zambesi si inabissa per oltre cento metri sollevando una nebbia che rende la vegetazione circostante quasi pluviale.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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