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28 luglio 1804. Ludwig Feuerbach: siamo ciò che mangiamo

Cultura / -

Feuerbach

Filosofo tedesco, critico del pensiero religioso, polemico contro il dualismo di anima e corpo, ispiratore di Engels e Marx, è oggi celebre per la frase “L’uomo è ciò che mangia”

Ludwig Feuerbach (1804 – 1872) nasce in Baviera in una famiglia protestante. Libero docente dal 1829 al 1832, in seguito alla pubblicazione dei suoi primi scritti è costretto ad abbandonare l’insegnamento. Pone le basi di una filosofia fondata su un integrale umanesimo, affermandosi come uno dei più autorevoli rappresentanti della sinistra hegeliana. Del 1841 è la sua opera più celebre, L’essenza del cristianesimo, che solleva ardenti polemiche negli ambienti culturali per le ardite tesi sulla natura della religione. Il libro ha un clamoroso successo e fa di lui, per alcuni anni, non solo il leader della sinistra hegeliana ma punto di riferimento del movimento radicale politico tedesco. Le idee di Feuerbach influenzano Engels e Marx, che da lui prendono le mosse per costruire una filosofia capace di comprendere l’uomo nella sua concreta realtà storica e sociale. Muore il 13 settembre 1872 e viene sepolto a Norimberga, dopo grandiosi funerali ai quali partecipano migliaia di operai.
 
Anima e corpo, nuova filosofia e alimentazione
Nel 1850, già celebre, Feuerbach recensisce favorevolmente uno scritto sull’alimentazione di Jakob Moleschott, Lehre der Nahrungsmittel für das Volk (Dell’alimentazione: trattato popolare), con un pamphlet intitolato “La scienza della natura e la rivoluzione”. L’alimentazione viene interpretata come la base che rende possibile il costituirsi e perfezionarsi della cultura umana: un popolo può migliorare migliorando il proprio sostentamento alimentare. Come arriva il nostro filosofo a questa conclusione? Da sempre critico del pensiero religioso, Feuerbach polemizza contro il dualismo di anima e corpo. Crede nell’unità psicofisica dell’individuo. E si schiera contro ogni forma di filosofia che non tiene in conto la dimensione corporea, a partire dal neoplatonismo.
La vecchia filosofia partiva da questo assioma: «Io sono un’essenza soltanto pensante, astratta; il corpo non è costitutivo della mia essenza». La nuova filosofia comincia invece con l’assioma: «Io sono un essenza reale, sensibile: il corpo è costituivo della mia essenza; anzi, il corpo nella sua totalità è il mio io, la mia essenza stessa»”.
(Principi della filosofia dell’avvenire, 1843)
 
L’uomo è ciò che mangia
Significativo è il titolo di una famosa opera del 1862: Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia; L’obiettivo di Feuerbach è quello di sostenere un materialismo radicale e anti-idealistico. A tal punto da portarlo a sostenere che noi coincidiamo precisamente con ciò che ingeriamo…
Nella sua affermazione risuonano richiami etico-politici. Feuerbach insiste sulla necessità di risolvere gli urgenti problemi dell’epoca concernenti la sussistenza umana, invece di appagarsi di una cultura meramente speculativa: «La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza». L’idea che lo guida è chiara. Se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna anzitutto migliorarne le condizioni materiali. Dato che esiste, per il filosofo, un'unità inscindibile fra psiche e corpo, ne consegue che per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio:
La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia”.
(Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, 1862)
L’espressione “l’uomo è ciò che mangia” in lingua tedesca (“der Mensch ist was er isst”) è un brillante gioco di parole, data la somiglianza tra “ist” (terza persona singolare del verbo “essere”) e “isst” (terza persona singolare del verbo “mangiare”).
 
Eredità e attualità del suo pensiero
“Siamo ciò che mangiamo”, dunque. La celeberrima espressione sintetizza brutalmente -sia nella storia della filosofia sia nella vulgata popolare- l’approccio di Feuerbach al rapporto dell’essere umano col cibo, ed è spesso diventata il leitmotiv a cui è stato relegato il suo pensiero. La riflessione sulla corporeità, in realtà, è assai più ricca e variegata, e ricopre l’intero arco della sua produzione filosofica. Tuttavia, così come è sbagliato condannare Feuerbach a una lettura troppo superficiale di questa paradossale affermazione e farne un luogo comune, altrettanto errato sarebbe minimizzarla, perché ha comunque fatto epoca. In effetti, sebbene la sua fosse una visione filosofica più che scientifica, l’educazione alimentare e le regole di una dieta corretta e misurata oggi stanno sempre più penetrando nel comune tessuto sociale…
 
Nel Padiglione Zero a Expo Milano 2015 viene raccontata la storia dell’uomo sulla Terra attraverso il suo rapporto con la natura e con il cibo: il visitatore è immerso in un percorso nelle trasformazioni del paesaggio naturale, nella cultura e nei rituali del consumo nella storia.
 

Fermin Vezquez. Il Padiglione Spagna, la semplicità che abbraccia l’innovazione

Innovazione / -

Il Padiglione della Spagna esalta la propria tradizione e l’innovazione in un edificio modesto, che interpreta il messaggio di Expo Milano 2015 in un gioco di materiali e colori tutti spagnoli.

Il Politecnico di Milano ospita, durante il ciclo di conferenze “Expo 2015 Self-Built Pavilions. I progettisti raccontano”, Fermin Vezquez, l’architetto del Padiglione della Spagna. Vezquez spiega come nel Padiglione la cultura spagnola sia rappresentata in ogni minimo dettaglio. L’accoglienza e la condivisione vengono rappresentati dalle forme modeste del Padiglione spagnolo, l’identità iberica si scopre all’ombra degli alberi d’arancio e all’interno dell’edificio dove sfilano i prodotti tipici di questa terra. La tradizione e l’innovazione sono sempre a confronto, a iniziare dalla doppia struttura l’una in legno, a rappresentare le radici, l’altra in acciaio per guardare al futuro a finire nelle sale tematiche dell’esposizione.

In che modo ha scelto di rappresentare il suo Paese all’interno del Padiglione della Spagna?
In primo luogo, per il Padiglione non volevamo nessuna forma bizzarra, né un edificio "usa e getta". Così abbiamo scelto un forma semplice per un Padiglione che potesse essere completamente riciclato. In secondo luogo, questo edificio rappresenta, in chiave architettonica, la risposta spagnola al tema cibo. Una risposta che coinvolge tutti gli aspetti tradizionali e l’innovazione.
 
A cosa si è ispirato per comporre il suo Padiglione e quali legami ci sono con la tradizione del Paese?
Per Expo Milano 2015 non volevamo costruire un edificio appariscente, com’è nelle Esposizioni Universali precedenti, abbiamo cercato di trasmettere una sensazione di moderazione. In questo momento di crisi universale, abbiamo voluto riflettere sul modo con cui utilizziamo le risorse. Abbiamo guardato la forma degli edifici storici per la produzione di cibo e abbiamo scelto una forma semplice, che ogni bambino potesse riconoscere. La forma del Padiglione della Spagna riprende gli hórreo che da centinaia di anni si trovano in Galizia o una delle case tipiche dell’Almería.
 
Qual è il concept del Padiglione della Spagna? Quale tipo di esperienza può vivere il visitatore?
Quando abbiamo iniziato a lavorare il committente, lo Stato spagnolo, ci ha dato delle direttive precise, come la necessità di un ristorante, per le quali abbiamo dovuto confrontarci con molti vincoli.
Il nostro Padiglione è molto aperto, abbiamo abolito le porte d’entrata. Al livello superiore i visitatori possono vivere l’esperienza di un viaggio attraverso i luoghi, i prodotti e le cucine tipiche della Spagna. Poi, uscendo dalle sale espositive ci si ritrova in un patio, un elemento tipico spagnolo, con alberi di arancio e chioschi dove comprare qualcosa da mangiare e da bere. Questa è la vera atmosfera mediterranea, un sentimento di condivisione e di stare insieme all'aria aperta, all'ombra degli alberi.
Devo sottolineare che, sebbene la forma sia molto semplice, abbiamo cercato divertire i visitatori con i colori del cibo tradizionale, il vino, l’olio, le olive, e i materiali usati per gli strumenti, per esempio per spremere le olive o per conservare il vino. Il Padiglione ha una gran varietà di texture, materiali e colori che creano un ambiente divertente per il visitatore.

Qual è l’elemento che le piace di più all’interno del Padiglione?
Uno dei miei elementi preferiti è l'installazione artistica di Antoni Miralda, un artista che ha condotto per molti anni un’interessante ricerca sul rapporto tra arte e cibo. L'installazione si riferisce alle questioni che, in tutto il mondo e in tutti i secoli, hanno interessato il cibo e la cultura del cibo, per i quali la Spagna ha giocato un ruolo fondamentale. Consiglio vivamente di soffermarsi su questa istallazione, perché contiene molti messaggi importanti da scoprire.
 

 
 

Yichen Lu. Sulla terra della speranza nasce il Padiglione della Cina

Innovazione / -

Un tetto fluttuante di bambù e legno protegge il messaggio di speranza racchiuso nel Padiglione della Cina. Yichen Lu svela il significato del suo lavoro per Expo Milano 2015.

Il Padiglione cinese, dal titolo “Terra di speranza, cibo per la vita”, è uno dei protagonisti dell’evento “Expo 2015 Self-Built Pavilions. I progettisti raccontano” organizzato dal Politecnico di Milano. In questa occasione, Yichen Lu, l’architetto del Padiglione della Cina, ha spiegato come il suo edificio rappresenti la ricerca di un equilibrio tra le azioni dell’uomo e la natura. I tre temi principali, “il dono della natura”, “cibo per la vita” e “tecnologia e futuro”, raccontano proprio questa ricerca ripercorrendo la storia dell’agricoltura e dell’alimentazione cinese.
 
A cosa si è ispirato per comporre il suo Padiglione?
Per la forma del Padiglione abbiamo dovuto riflettere su cosa significasse la Cina per noi, quello che abbiamo realizzato è un’espressione contemporanea della cultura tradizionale. I principali materiali, legno e bambù, sono stati portati dalla Cina e poi lavorati in Italia. Il Padiglione è nato dalla collaborazione di diversi Paesi: il design è stato pensato a New York e in Cina, il lavoro strutturale in Italia e poi per gli interni, gli allestimenti e la progettazione del paesaggio di nuovo a Pechino. Questo lo rende un progetto molto complesso, interessante e stimolante, nonostante i tempi siano stati brevi. In soli sette mesi abbiamo completato l’intero Padiglione, compreso il ristorante e l’auditorium.

Qual è il messaggio che il suo Paese vuole trasmettere durante Expo Milano 2015?
Il tema del Padiglione è "Land of Hope", la terra della speranza. Nel 1980, una canzone con questo titolo ha aperto il nostro Paese al mondo, a tantissimi cambiamenti. Il nostro Padiglione non parla in modo autoreferenziale, ma rappresenta ciò che il mondo vede della Cina, è l’interpretazione di tutto il mondo. Il mio studio è molto internazionale, così quando ho ricevuto questo incarico, ho chiesto ai miei collaboratori cosa significasse per loro il tema della terra di speranza. Così è nato un progetto che definisse univocamente e in modo molto preciso questo messaggio.

Qual è la caratteristica principale del Padiglione della Cina dal punto di vista estetico?
Per il Padiglione abbiamo cercato di richiamare lo skyline della città di Pechino e il contorno di una catena montuosa cinese. Questi due elementi sono uniti da un tetto in legno e pannelli di bambù galleggiante sulla terra della .

Quale potrebbe essere la parola chiave del Padiglione Cina?
Penso che la parola più giusta sia proprio “speranza”.

 
 

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