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21 maggio, Giornata Onu per la diversità culturale. Qui c'è il menù della felicità

Cultura / -

21 maggio, Giornata Onu della Diversità Culturale
© Huy Lam/First Light/Corbis

Un inedito incontro tra i rappresentanti di diverse religioni sul tema dell’alimentazione e del rispetto dell’ambiente, chiamati a parlare di cibo, di ambiente, di rispetto. E a benedire il loro pasto.

Oggi si celebra in tutto il mondo il World Day For Cultural Diversity, Dialogue and development, la Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo proclamata dalle Nazioni Unite nel 2002, subito dopo l’adozione da parte dell’Unesco della Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale.
 
Expo Milano 2015 la celebra invitando le religioni a scegliere il proprio menù della felicità
In piena adesione con quanto riporta la Dichiarazione, Expo Milano 2015 conferma la sua candidatura come piattaforma internazionale di confronto sul tema dell’alimentazione celebrando questo 13° anniversario... a pranzo. L'evento è Il cibo dello spirito nella Carta di Milano.
 
Nell'inedito incontro tra i rappresentanti di diverse religioni sul tema dell’alimentazione e del rispetto dell’ambiente, ogni invitato è chiamato a illustrare le sue posizioni in merito alla sostenibilità della produzione e della distribuzione di cibo. Per rendere ancora più autentica la loro testimonianza, poi, i relatori sono invitati a benedire il cibo offerto con una preghiera, un piccolo rito, una formula che, promuovendo la consapevolezza sul valore del cibo quale fonte primaria di nutrimento, diviene in questo modo anche il primo grande strumento antispreco. Per dare il massimo risalto all’importanza e al valore che ha l’alimentazione per la vita umana e di tutti gli esseri viventi, celebrando al contempo la diversità come una ricchezza, la benedizione va a un menù vegetariano che mette d’accordo tutti, secondo le specifici fedi, dando vita a un pasto dal grande significato simbolico.
 
Alla tavola rotonda partecipano Mons. Luca Bressan (Vicario Episcopale della Chiesa Cattolica Ambrosiana), Hamid ad al-Qadir Distefano (Imam di Coreis, Comunità religiosa islamica Italiana), Giuseppe Platone (Parroco della Chiesa Evangelica Valdese), Elia Richetti (Rabbino della Comunità Ebraica di Milano), Vickie Sims (Cappellana della Chiesa Anglicana), Svamini Hamsananda Ghiri (Vice-Presidente dell’Unione Induista di Milano) e Tenzin Khenze (Monaco dell’Istituto Studi Buddhismo tibetano Ghe Pel Ling).
 
Il menù della felicità: ogni credo ha la sua ricetta e la sua benedizione
In un’ottica ecumenica, il tema “Il menù della felicità” nasce dal desiderio di far incontrare le religioni del Pianeta. Il cibo è anche fonte di prezioso nutrimento per l’anima, e sia le tradizioni gastronomiche che quelle spirituali possono aiutare le persone a sostenersi e ad evolvere, ognuna con la propria ricetta.
 
Proprio per rafforzare l’idea che le società debbano assicurare un’integrazione armoniosa dei gruppi culturali e la loro partecipazione alla vita civile, questo incontro si propone di avvicinare i partecipanti, stimolandoli alla discussione e alla condivisione delle esperienze di ciascuno, nel tentativo di individuare, come già accaduto durante l’incontro precedente del 23 aprile, i punti comuni e le somiglianze tra le fedi, soprattuto in rapporto al tema della salvaguardia del Pianeta e delle lotta allo spreco alimentare. Allora, tutti si sono trovati concordi nell’affermare che l’ambiente è un giardino divino, da curare con amore e rispetto.
 
L’incontro con la diversità arricchisce culturalmente e umanamente
L’iniziativa è nata nell'ambito dell'evento Le Idee di Expo verso la Carta di Milano del 7 febbraio 2015 all'Hangar Bicocca. Lì, tra tanti tavoli tematici preparatori alla Carta di Milano, era presente anche quello relativo a “Cibo e Spirito”, coordinato da Monsignor Luca Bressan, allestito per creare una significativa occasione di confronto sul significato che l’alimentazione e il rispetto per l’ambiente hanno per ogni religione: “La diversità culturale è patrimonio comune dell’Umanità”.
 
Lo sancisce anche il primo dei dodici articoli contenuti all’interno della Dichiarazione Universale dell’Unesco: le differenze culturali, anche quelle religiose, non sono da combattere, ma da salvaguardare, come recita l’articolo, “tanto quanto la biodiversità di qualsiasi forma di vita”.
 

Cuba. Freschi frullati di frutta a chilometro zero rappresentano la biodiversità locale

Sostenibilità / -

Si chiamano canistel, cainetta e maranon. Sono alcuni dei deliziosi frutti esotici caratteristici dell’isola caraibica utilizzati dalla popolazione per farne squisiti dolci, budini e, soprattutto, frullati. Senza dimenticare il pru dell’est, una dissetante bevanda fermentata che risale al 1800.

Qualche tempo fa, il Magazine di Expo Milano 2015 ha pubblicato una storia bellissima firmata Slow Food, quella degli orti urbani di Cuba protagonisti di un vero e proprio miracolo: un’agricoltura a chilometro zero e senza l’uso di petrolio (pesticidi, fertilizzanti eccetera), in grado di fornire contemporaneamente buone prospettive lavorative ai giovani e un’alimentazione sana, pulita, agli abitanti dei diversi quartieri. Oggi Slow Food racconta la storia dell’isola di Cuba e dei suoi prodotti  che ben rappresentano la biodiversità locale.
 
Tutti i frutti maturano tra settembre e febbraio, anche il polposo canistel
A Cuba la maggior parte degli alberi fiorisce ad aprile e maggio, e la raccolta dei frutti maturi avviene da settembre a febbraio, fornendo una fonte alimentare quando pochi altri frutti tropicali sono disponibili. Il frutto canistel può essere sferico, ovale o fusiforme, con un’estremità più stretta dell’altra. La lunghezza dei frutti va da 5 a 15 cm con una buccia sottile giallo-arancio, talvolta con sfumature di verde. La polpa è di un acceso giallo arancio ed è piuttosto asciutta, con consistenza farinosa e a volte cremosa, che ricorda quella del tuorlo bollito di un uovo (non a caso il canistel è anche chiamato “frutto uovo”). Questo frutto può essere consumato fresco, ma è principalmente utilizzato sotto forma di dolce, come nei budini, frullati e gelati. In alcune zone è utilizzato per preparare le tanto apprezzate tortine di canistel e noci pecan.
 
Sembrano pere, ma sono cainette
La cainetta è anche nota come caimito e cresce su alberi alti 5 metri con foglie sempreverdi che per prosperare richiedono temperature alte, un elevato livello di umidità e terreni ben drenati. I frutti sono rotondi o a forma di pera e la polpa è organizzata in 6- 11 celle individuali, di consistenza piuttosto gelatinosa. Se tagliate il caimito a metà noterete che il centro assume la forma di una stella attorno ai semi. Ne esistono due diverse, che possono essere di colore rosso violaceo scuro o con sfumature di verde. Oggi il caimito non è più molto comune a Cuba: il frutto maturo è consumato fresco, diviso a metà e mangiato con un cucchiaio. La corteccia e i semi in polvere sono anche utilizzati per realizzare dei tonici medicinali.
 
Il frutto da cui si ricava una noce famosa: l’anacardo
Il marañon è un albero che produce un frutto consumato fresco e una noce che si fa essiccare e prende il nome di noce di anacardo. I frutti dell’albero hanno un gusto astringente e presentano un colore rosso o giallo. Nel complesso il mercato guarda con maggiore favore alla varietà rossa, considerata più gustosa e facile da lavorare. Gli alberi coltivati dalla comunità di Perelejo, però, danno frutti gialli, quelli che la gente della zona preferisce, considerandoli succulenti e dolci. La polpa si usa per preparare succhi, caramelle e bevande fermentate, ma si può anche consumare fresca. La noce si può mangiare direttamente o utilizzare come ingrediente in tutta una serie di preparazioni.
 
Il pru dell’est, una gustosa bevanda fermentata
È una bevanda fermentata fresca e tonificante molto comune nella parte orientale di Cuba, in particolare nella provincia di Granma. La sua storia può essere fatta risalire al 1800, dopo la rivoluzione haitiana, quando i coloni francesi, i loro schiavi e gli schiavi liberati si insediarono nelle terre a est di Isla Mayor portando con sé i loro usi e costumi. Secondo le tradizioni orali degli haitiani che vivono a Cuba oggi, la pru è una bevanda molto rinfrescante che ha proprietà medicinali. Secondo la maggior parte dei produttori, la pru ha quattro ingredienti di base: il Cissus sicyoides della famiglia delle vitacee, lo Smilax domingensis della famiglia delle smilacacee, la Gouania polygama delle ramnacee e il pepe giamaicano (Pimenta dioica). A questi ingredienti si aggiungono zucchero, altre spezie e un po’ di bevanda a fare da “madre” per avviare la fermentazione. La bevanda è spesso preparata in famiglia e venduta per le strade nella parte orientale dell’isola. Si trova anche in alcune parti dell’Avana, mentre a Satiago de Cuba c’è una piccola fabbrica che imbottiglia la bevanda.

Scopri la biodiversità cubana attraverso i prodotti dell’Arca del Gusto.
Il Padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover.
 

Livia Pomodoro. Milano resterà capitale mondiale dell’alimentazione anche negli anni a venire

Economia / -

livia pomodoro

Presidente del Milan Center for Food Law and Policy, ha come obiettivo quello di sviluppare una delle eredità dell’Esposizione Universale milanese. Attraverso una rete di esperti, il centro si occupa di raccogliere e monitorare le migliori pratiche a difesa del diritto al cibo per tutti.

“Expo rappresenta una piattaforma per il futuro, e il Milan Center dovrà creare un ponte anche con la prossima Expo di Dubai”. Livia Pomodoro racconta la sua idea sul Milan Center e sul ruolo delle donne, “che attraverso Women for Expo avranno la capacità di agire fino in fondo a difesa dei propri diritti”.
 
State per fare un accordo con l’Università della California per proseguire nella creazione di una rete internazionale di esperti. Ci può spiegare meglio questa collaborazione?
Il Milan Center for Food Law and Policy nasce come un’iniziativa volta a lasciare una legacy immateriale che valga nel tempo, fondata sulle idee e soprattutto sul diritto, e che possa dare lustro alla città di Milano e all’Italia. Noi siamo in contatto con moltissime università, comprese quelle milanesi e altre straniere, che come noi stanno lavorando sul diritto al cibo. In particolare l’Università della California di Los Angeles (UCLA) sta collaborando con noi sugli Urban Center. Con la professoressa Kessler e il professor Roberts è già iniziata la collaborazione e stiamo formalizzando gli accordi per continuare a lavorare insieme e anche con altre università straniere. Noi sotto l’aspetto del diritto per tutti al cibo e il diritto alla sopravvivenza lavoreremo per costruire una piattaforma di regole comuni. Inoltre utilizzeremo anche il materiale fornito da Feeding Knowledge e dallo stesso comune di Milano.
 
Qual è il rapporto del Milan Center con le agenzie delle Nazioni Unite FAO e WFP, nonché con istituti di ricerca come l’IFPRI di Washington? In che contesto si inserisce il centro da lei presieduto?
Noi siamo in contatto con tutte queste agenzie, e stiamo cercando di formalizzare il lavoro comune che riguarda anche il programma al termine dell’Esposizione Universale. Cercheremo di raccogliere tutte le esperienze che in questo periodo hanno germinato e dato i primi frutti qui in Expo Milano 2015. Collaboriamo con le agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di alimentazione e anche con l’IDLO (International Development Law Organization), e con loro organizzeremo un evento il primo ottobre per promuovere un’ attività di studio. Siamo anche in costante contatto con la signora Hilal Elver, Special Rapporteur di Ban Ki-moon per il diritto al cibo, e con le Nazioni Unite stiamo costruendo il nostro lavoro in riferimento ai nuovi Millennium Development Goals che verranno discussi a settembre, dove noi saremo presenti.
 
L’obiettivo di rimanere come legacy immateriale dopo Expo Milano 2015, può essere vista anche in una prospettiva che arriva fino a Dubai 2020? Volete creare una connessione tra questa Esposizione Universale e la prossima?
Questa sarà la prima Esposizione Universale che dovrà necessariamente continuare dopo il 2015. Il nostro impegno sarà con Astana 2017 per l’Esposizione Internazionale sull’energia, e con Dubai 2020, dove dovremo capire come essere presenti non solo nell’Esposizione ma nella costruzione della stessa. La prossima Expo sarà indirizzata alla tecnologia e all'innovazione, ma questi di per sé sono soltanto strumenti che possono essere utilizzati a difesa del Pianeta.
 
Lei fa parte delle ambasciatrici di Women for Expo. Un’alleanza fra donne può produrre un valore aggiunto su temi come la malnutrizione e il diritto al cibo?
Un’alleanza tra donne può essere molto importante, ma bisogna fare un passo indietro. Questa speranza di portare avanti una legacy per il diritto al cibo, significa soprattutto ritrovare insieme delle regole, capaci di proporre un sistema armonico e universale che serva a Nutrire il Pianeta. In questo schema, le donne sono fondamentali, perché non sono solo le “schiave invisibili” dell’agricoltura, come le definisco io, ma sono capaci di costruire una propria autonomia. Le donne fino a oggi non hanno avuto possibilità di agire fino in fondo a difesa dei propri diritti.
 
 
 

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