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“L’altra metà della Terra - Women’s Weeks ”: l'energia delle donne per nutrire il Pianeta. Il calendario

Cultura / -

We
Daniele Mascolo © Expo 2015

Dal 29 giugno al 10 luglio Expo Milano 2015 ospita “L’altra metà della Terra - Women’s Weeks” promosso da Women for Expo, un ricco programma di eventi internazionali dedicati alle donne che si svolgono all’interno del Sito Espositivo.

Al centro dell’attenzione una riflessione trasversale, che interseca discipline, saperi, Paesi, conoscenze sul tema dell’ empowerment femminile.
A presentare il programma a Expo Milano 2015 è stata Emma Bonino, Presidente di WE - Women for Expo. All’incontro hanno preso parte il Presidente Esecutivo del progetto WE-Women for Expo Marta Dassù e il Commissario Generale di Sezione per il Padiglione Italia Diana Bracco. Sono intervenuti Albina Assis Africano, Presidente dello Steering Committee di Expo e Commissario del Padiglione Angola, Jaqueline Franjou, CEO Women Forum for the Economy and Society, Claudia Parzani, Presidente Valore D, Giovanna Melandri, Presidente Human Foundation, Orietta Maria Varnelli, Presidente ActionAid Italia, Monica Barzanti, Responsabile delle Relazioni Internazionali di San Patrignano, Stefano Bologna, Direttore di UNIDO, Anilda Ibrahimi, scrittrice albanese, una delle 104 autrici del Novel of the World di Women for Expo.
Anche le donne - Commissario Generale di alcuni Padiglioni dei Paesi partecipanti a Expo Milano 2015, sono state invitate a ideare conferenze, dibattiti e spettacoli per dare il proprio contributo alle Women’s Weeks.

Women’s Weeks: incontri e eventi sul nutrimento al femminile
Le Women’s Weeks dal 29 giugno al 10 luglio invitano a riflettere su quanto la dimensione femminile sia connaturata al tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, con due settimane di incontri ed eventi. Nel programma si alternano conferenze e dibattiti a momenti di intrattenimento – letture, incontri, spettacoli e performance - che interpretano il nutrimento come arricchimento della mente e dell’anima, coinvolgendo artiste, scrittrici, attrici, cantanti, provenienti da tutto il mondo. Come ha detto Emma Bonino: “Le Women’s Weeks vogliono garantire un dibattito aperto e innovativo sulle grandi sfide dell’alimentazione, senza sposare posizioni pregiudiziali”. Per WE-Women for Expo le donne sono le vere protagoniste del Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, grazie alla consapevolezza del ruolo che svolgono come prime agenti della nutrizione e protagoniste della sicurezza alimentare ad ogni latitudine. Da questa consapevolezza nascono i progetti di WE-Women for Expo, tra cui le due settimane di eventi, le Women's Weeks.

È stata inoltre colta l’occasione per raccontare Women for Expo Alliance, creata da Women for Expo International in collaborazione con FAO, World Food Program e il Board internazionale. Women for Expo Alliance è un manifesto di azioni concrete contro lo spreco alimentare.

Il programma di eventi delle Women’s Weeks è stato realizzato anche grazie alla collaborazione di FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) e WFP (World Food Programme).
 
 
Scarica il programma completo delle Women’s Weeks
 
 
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La malnutrizione delle gestanti causa il 50% delle morti infantili

Economia / -

Saraswoti, una ragazza nepalese di 18 anni, alla seconda gravidanza
© Bijai Gajmer per Save the Children

Un’alimentazione povera durante il concepimento, la gravidanza e l’allattamento accresce la possibilità di ritardi nello sviluppo del neonato. Per questo, agendo sul benessere delle mamme, Save the Children preserva anche i loro bambini.

“Saraswoti ha solo 15 anni e ha già portato a termine la sua seconda gravidanza. È sposata con Galiram (di 35 anni) ed è mamma di una bellissima bambina nata però prematura, con un peso di 1,9 kg. Ecco perché durante la sua seconda gravidanza, questa mamma giovanissima aveva bisogno della massima assistenza. La sua prima gravidanza, a soli 13 anni, l’aveva vista soffrire molto di dolori addominali dal sesto mese in poi. Partorì naturalmente e precocemente il suo bambino che, dopo pochi colpi di tosse, morì immediatamente. Tra i vari fattori che non hanno permesso al bambino di sviluppare gli organi durante la gestazione, c’era la scarsa alimentazione della mamma, fatta solo di riso e lenticchie”.
Il racconto di Sandesh, operatrice di Save the Children in Nepal, è una situazione molto comune in tante parti del mondo. La malnutrizione è infatti la concausa di almeno il 50% delle morti infantili entro i cinque anni. È quindi possibile migliorare la salute del bambino anche indirettamente, intervenendo sul benessere fisico della mamma. Se la madre sta bene, le possibilità che la gravidanza proceda nel miglior modo possibile aumentano. “Con la seconda gravidanza, Saraswoti ha potuto cambiare decisamente direzione – prosegue il suo racconto Sandesh -. La ragazza aveva imparato a prendersi il giusto riposo e ad aver cura di sé e della propria alimentazione per non rischiare più la sua vita e quella del suo bambino”.
 
 
La malnutrizione e il suo costo
Ma non è sempre così. Nella maggior parte dei Paesi in cui Save the Children opera, la malnutrizione è un fenomeno molto diffuso.
Una nutrizione povera durante il concepimento, la gravidanza e l’allattamento può accrescere la possibilità di ritardi nella crescita fetale già in fase uterina, provocando danni che si estendono poi per l’intero ciclo vitale. Tra questi lo stunting, un processo di ritardo o blocco della crescita che inizia proprio nell’utero e continua per i primi due anni di vita del piccolo. In Stati come lo Zambia, dove la percentuale di malnutrizione è molto alta (si attesta attorno al 48%) e le donne hanno poco accesso alle cure prenatali, i casi di stunting nei bambini sono altissimi (45%), così come i dati relativi alla mortalità infantile. Nel Paese, solo lo scorso anno, si registravano circa 87 morti ogni 1.000 nati vivi.
Ci sono poi le conseguenze di lungo periodo, alla base di un grave circolo vizioso. I problemi nello sviluppo cognitivo, frequenti nei bambini affetti da stunting, compromettono l’istruzione dei piccoli in età scolare e generano una futura perdita di forza lavoro, di capacità produttiva, perpetuando uno stato di povertà in genere già molto diffuso in Paesi che vivono queste condizioni. Si stima che i costi legati alla malnutrizione ammontino, globalmente, a circa 30 miliardi di dollari l’anno.
 
 
 

Stefano Marras. Lo street food del futuro sarà di qualità, biologico e a chilometro zero

Lifestyle / -

CF intervista Roberto Marras

Lo afferma Stefano Marras, assegnista di ricerca del Dipartimento di Economia e Sociologia dell’Università Milano Bicocca, che nel 2010 è stato incaricato dal suo Ateneo e da Expo Milano 2015 di condurre una ricerca sul cibo di strada per garantire all’Esposizione Universale dei contenuti di spessore su questa particolare tendenza.

Nel 2011, Stefano Marras ha iniziato la sua ricerca in accordo con un team di Expo Milano 2015. Per tre mesi e mezzo ha girato tutte le principali Capitali del sud America, fermandosi circa due settimane in ognuna, accompagnato dagli esperti delle Università locali o, a volte, da solo.
 
Compiendo la sua ricerca in giro per l’America del sud e l’Italia, ha parlato con molti venditori di cibo di strada che sono i protagonisti del documentario Esta es mi comida. È stato difficile entrare in contatto con queste persone?
Sono entrato in contatto con questi venditori da solo o tramite i contatti dell’Università. Mi soffermavo a parlare con loro, chiedevo loro se erano disponibili a essere seguiti per tutto il giorno con la telecamera, addirittura alcuni di loro mi hanno invitato a casa loro dalla mattina, li filmavo mentre cucinavano, preparavano il carretto e lo portavano nel luogo preposto alla vendita. Nessuno di loro è stato restio, anzi. Da un lato perché vedevano la mia presenza come una pubblicità oltreoceano in vista di Expo Milano 2015, dall’altro lato il loro era un semplice approccio cortese.
 
C’è una storia di vita che l’ha colpita particolarmente?
Ce ne sono diverse. Nel documentario, tutti hanno una storia da raccontare. Tutte erano profonde, a volte commoventi. Vendendo il pane una donna si è comprata la cucina a gas nuova, un venditore che faceva pasta italiana e sughi fatti la lui, aveva vissuto in strada. Ora è famoso, va in televisione. Spesso i venditori sono contrastati dalle autorità locali, ma quando diventano celebri, vengono lasciati stare. Un altro venditore che veniva chiamato Pelado vendeva un panino buonissimo con la carne, l’ho conosciuto perché gli ho fatto una foto al suo chioschetto trasandato e lui mi ha tenuto tre giorni a parlare della storia dell’Argentina. Tenga conto che quello dello street food in America latina è un fenomeno importante dal punto di vista culturale ed economico, ma anche politico. Pensi che una decina di anni fa, la giunta comunale di Bogotà è cambiata, passando da una giunta di cento destra a una di centro sinistra e quelli di centrosinistra hanno vinto proprio grazie all’appoggio dei venditori ambulanti che laggiù hanno un grosso peso politico.
 
Molte persone evitano questo tipo di prodotti per paura che siano sporchi, che non siano controllati. È un timore legittimo?
A mio avviso, c’è da distinguere tra la qualità dei prodotti e la sicurezza igienico sanitaria degli alimenti. Se parliamo della qualità, sta alla coscienza dei singoli venditori vendere alimenti freschi, comprati al mercato, magari biologici. Dal punto di vista igienico sanitario, invece, nei Paesi in via di sviluppo la preoccupazione può essere fondata. La maggior parte dei venditori ambulanti prepara i cibi a casa propria, proviene da classi sociali poveri o molto povere, vivono nelle baraccopoli dove magari non c’è acqua potabile e questo naturalmente può essere un fattore di rischio. Sono stati fatti precedenti studi su campioni di cibo di strada in sud America, Asia e Africa con dei tassi di contaminazione microbiologica elevati, ma non ci sono studi che dimostrino che questi tassi di contaminazione elevati provochino la malattia. C’è da dire però che nella vendita ambulante tutto è a vista e che tantissimi piatti sono fritti. Sappiamo tutti che la frittura uccide qualsiasi batterio. Poi è vero che sono persone povere, ma non ho mai visto tanta cura nel vendere, tanta cura nel pulire il loro piano di lavoro. Per loro, quella è l’unica fonte di sostentamento quindi hanno tutto l’interesse a fare in modo che i loro clienti siano contenti.

Lei afferma che questi prodotti siano sostenibili. Ce ne può spiegare le ragioni?
Sono tre i fattori da tenere in considerazione: il commercio avviene su piccola scala, tutti i venditori si specializzano su pochi piatti e la flessibilità spazio-temporale del furgoncino che si può muovere dove c’è mercato. Quindi i venditori possono calcolare in maniera molto più precisa, minuziosa, la quantità di alimenti che devono avere ogni giorno senza sprechi o scarti. È vantaggioso anche dal punto di vista dell’igiene, perché i cibi devono essere necessariamente freschi.
 
Nei Paesi in via di sviluppo, i venditori di strada sono in genere “gli esclusi” dal mercato formale, mentre in Occidente la crisi ha prodotto dei nuovi imprenditori dello street food tra cui professionisti di lunga data o giovani che si sono inventati un lavoro investendo in un truck. Perché oggi questo settore è così allettante? Può darci qualche dato?
Questo nuovo movimento dei food trucks nato negli Stati Uniti ha delle caratteristiche ben precise. Prima di tutto propongono dei piatti gourmet, fusion, fatti con alimenti biologici, locali, poi utilizzano dei social media per farsi pubblicità, il logo, la personalizzazione dei truck. Negli Stati Uniti questo fenomeno è scaturito dalla grande crisi del 2008-2009 e ha dato subito dei risultati importanti a molti venditori. Nella infografica animata che ho fatto vedere durante l’incontro di domenica a Slow Food c’è la storia originale di Koghi bbq che ha guadagnato 2 milioni di dollari il primo anno, ha 137 mila follower su Twitter oggi, è stato il eletto tra i dieci migliori chef della città di Los Angeles. Una storia di successo che sicuramente ha ispirato gli altri venditori, ma anche un film, il recente “Chef. La ricetta perfetta” che racconta letteralmente di quel caso: uno chef famoso perde il lavoro perché insulta un critico gastronomico, apre un furgoncino e diventa famoso grazie a Twitter. In Italia, mangiare per strada è meno comune, diciamo però che i Festival che sono stati fatti hanno richiamato tra i 500 e i 750 mila clienti in un anno e mezzo, con una spesa di 15 euro a visitatore. Questi Festival muovono un giro di soldi e di guadagni importante. Oggi in Italia sono 8500 le licenze per cibo e bevande rllasciate, con una crescita annua media del 7% dal 2009. Quindi è una crescita importante, inoltre c’è una crescita esponenziale negli articoli di giornale che parlano di street food. La dinamica secondo me è stata questa: a un certo punto si è diffusa la moda dei Food Gourmet che hanno attirato l’attenzione dei giornalisti, da lì è nato il boom. Tenga conto che sugli 8500 licenze in Italia, non più di 100 sono Food Gourmet.
 
Come sarà lo street food del futuro? Come se lo immagina?
Sicuramente questo nuovo modo di proporre il cibo di strada in versione gourmet trainerà verso l’alto la qualità dello street food. Sarà biologico, di qualità e a chilometro zero. Pian piano, il palato delle persone si raffinerà e anche chi vende la salamella davanti alle discoteche pian piano dovrà adeguarsi ai nuovi gusti raffinati dei clienti. Così come successe al gusto pistacchio del gelato che negli anni ottanta era insapore, innaturale e verde fluorescente. Ora, se una gelateria si azzardasse a venderci un gelato simile, chiuderebbe dopo un mese.
 
In quale Paese ha trovato l’esempio di street food più stravagante?
In Sudamerica mi sembrava tutto molto stravagante, soprattutto in Bolivia dove sono rimasto affascinato dalla storia degli anticuchos, degli spiedini con cuore di manzo e patata, una patata piccola, andina, cotta con delle griglie che fanno delle fiamme altissime e venduto da queste donne tipiche, con il cappello e gli scialli colorati. La storia di questo cibo rimanda alla storia degli Inca che cucinavano lo stesso piatto, ma anche all’epoca della tratta degli schiavi dove il cuore di manzo fu sostituito da parti più pregiate per gli europei, mentre gli schiavi continuavano a cucinarlo nel modo tradizionale. In italia, è stato interessante assaggiare per la prima volta il lampredotto fiorentino, il pane con la milza che fanno a Palermo o l’intestino arrotolato su uno spiedino e cotto sulla griglia.
 
E quello più buono?
L'acarajè a Salvador Bahia in Brasile, una specie di felafel molto grosso, fatto di fagioli occhio nero tritati, fritti nell’olio di palma e con dentro dei gamberetti e una salsina a base vegetale di consistenza gelatinosa.
 
Quello più ecologico?
Tutti gli street food che ho assaggiato erano fatti con ingredienti locali.
 
A Expo Milano 2015 ha assaggiato un esempio di street food particolarmente degno di nota?
Ho assaggiato degli ottimi panini al formaggio nel Padiglione dei Paesi Bassi.
 
 

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