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L’Adda di Leonardo, tra canyon selvaggi e meraviglie dell’archeologia industriale

Cultura / -

L’Adda, armonia tra storia e natura
© Visitadda.com/Spin360

Il tratto dell’Adda che va da Paderno a Trezzo è un museo a cielo aperto. Uno scenario naturale mozzafiato che si integra perfettamente con alcuni degli edifici di archeologia industriale più belli d’Italia. Leonardo da Vinci, frequentatore di questi luoghi, ne venne ispirato per uno dei suoi dipinti più celebri.

Centrali elettriche di fine Ottocento, chiuse, dighe, castelli e deliziose chiesette: tutto in 25 chilometri di fiume. Le testimonianze di secoli di storia sono ovunque, senza che il paesaggio ne risulti in alcun modo deturpato. L’Adda è lungo 313 chilometri, e questo è il suo tratto più affascinante, un canyon che scende tra pareti ripide, ricoperte di boschi, che si riflettono nelle sue acque.  La visita può svolgersi molto agevolmente lungo il percorso ciclopedonale che costeggia il fiume. Che partiate da Paderno o da Trezzo, a piedi o in bici (consigliatissima), nella mappa interattiva in fondo dell’articolo sono segnati tutti i luoghi di interesse. Noi ve lo raccontiamo da Paderno, da nord verso sud.
 
Da Paderno, seguendo il corso dell’acqua
Scendendo al fiume a Paderno d’Adda (parcheggio sul fiume), verso monte si vede la diga di Robbiate, con la centrale Elettrica Semenza (1917). Quando il fiume è in piena lo spettacolo del vapore acqueo che si alza dalla diga è ipnotico. Nella direzione opposta, verso valle, si intravede la forma inconfondibile del ponte di Paderno, un capolavoro di ingegneria completato nel 1889 e ancora percorso ogni giorno da auto e treni. Da qui parte il Naviglio di Paderno, completato nel 1777, che rese possibile, collegandosi a quello della Martesana, la navigazione tra il Lago di Como e Milano.
 
Leonardo, le rapide, i disegni
Dopo qualche centinaio di metri, sulla vostra sinistra, una ripida scaletta conduce al santuario della Madonna della Rocchetta, posto su un’altura che domina il fiume. Nel “Codice Atlantico” di Leonardo ci sono molti disegni che raffigurano le rapide di questo tratto dell’Adda. Il genio fiorentino frequentava abitualmente questi luoghi, durante il suo lungo soggiorno milanese, e qui trovò ispirazione per lo sfondo de “La vergine delle Rocce”. Da questo punto la vista è indimenticabile.
Riprendendo il percorso, le prossime tappe sono le centrali elettriche Bertini (1898) ed Esterle (1906), entrambe ancora attive. La Bertini fu una delle prime d’Europa: con le sue potenti turbine, ancora in funzione, alimentava la prima rete tramviaria elettrificata di Milano, nei primi anni del Novecento. Dopo la centrale Esterle il fiume diviene più placido e le sponde meno ripide. Per qualche chilometro è natura quasi incontaminata, regno di uccelli acquatici, canoe, pescatori.
Centrale elettrica o castello?
Se avete voglia di camminare, o se siete in bicicletta, l’arrivo a Trezzo d’Adda è spettacolare. La centrale Taccani, costruita nel 1906, è un monumento di archeologia industriale unico nel suo genere. Opera di Gaetano Moretti, famoso architetto del modernismo, fu voluta dalla famiglia Crespi per fornire energia al proprio cotonificio. La particolarità di questa centrale è il richiamo al castello medioevale di Trezzo d’Adda, del quale si distinguono, subito dietro, mura e torrione: colore, nervature della facciata e merlata sono un evidente riferimento al famoso maniero.
Il castello di Trezzo è una delle tante fortificazioni dislocate lungo l’Adda, che segnò a lungo il confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Qui venne tenuto prigioniero fino alla morte Bernabò Visconti, zio di Gian Galeazzo, vittima delle lotte spietate con le quali i membri della signoria milanese si contesero il potere del ducato.
 
Fino a Crespi d’Adda, sito UNESCO
Da Trezzo, guardando verso sud, sull’altra sponda del fiume, è ben riconoscibile la torre del castello neomedievale di Crespi d’Adda. È il famoso villaggio operaio realizzato dalla famiglia Crespi, tra il 1878 e il 1925, per ospitare le maestranze che lavoravano nella propria fabbrica. La sua complessità e la sua integrità sono tali che, dal 1995, è stato riconosciuto dall’UNESCO come Sito Patrimonio dell’Umanità. È il luogo ideale per concludere la visita: potete raggiungerlo tramite una passerella che attraversa il fiume.
 
Informazioni pratiche
Se utilizzate l’automobile, non avrete problemi a raggiungere sia Paderno che Trezzo. Paderno è facilmente raggiungibile da Milano con il treno dalla stazione Porta Garibaldi e, se optate per la soluzione treno + bici, potete rientrare dalla stazione di Cassano d’Adda, a poca distanza dal  fiume, effettuando un percorso ad anello.
 
MAPPA DELL’ITINERARIO:
 
 
 

Come sono nate le uova di cioccolato. Una lunga storia di gusto e invenzioni

Gusto / -

Uova di cioccolato

Già 5.000 anni fa ci si scambiava uova, in primavera. Però, erano di gallina. Poi cominciammo a decorarle, anche con gemme e oro, come Fabergé. Infine, le facemmo di cioccolato. Ecco quando e come.

L’usanza di scambiarsi uova come regalo è molto antica. Forse già 5.000 anni fa i Persiani lo facevano come segno di benvenuto alla primavera, gioendo per il rinnovamento della natura e le feste per la fecondità. Gli antichi romani usavano seppellire un uovo nei campi o nei riti propiziatori, e anche in occasione della Pasqua cristiana l’uovo è rimasto come dono augurale.
 
L'usanza di donare uova decorate
A partire dal Medioevo nella letteratura e nelle cronache ci sono molte testimonianze dell’uso di uova come dono tra innamorati, come pegno, come trofeo al centro di giochi e palii. Decorarle è anche un’antica tradizione balcanica, dove le uova sode si coloravano di rosso. Nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra del XIV secolo risulta segnata una spesa per 450 uova rivestite a foglia d'oro da donare proprio come regalo di Pasqua. Fu Peter Carl Fabergé, orafo alla corte dei Romanov, a raggiungere l’apice della raffinatezza cogliendo l’ispirazione dalle decorazioni - anche preziose - con cui da sempre si adornavano le uova e, su ordine dello zar Alessandro III di Russia nel 1887, creo le sue celebri uova con smalti, platino, pietre preziose incastonate e un gioiello all’interno.
 
Le prima uova di cioccolato
Riguardo alla nascita dell’uovo di cioccolato, c’è chi dice che fu Luigi XIV il primo a farle realizzare, ai primi del ’700. Potrebbe essere plausibile perché fu lui a concedere a David Chaillou - il primo “chocolatier” francese - il diritto esclusivo di vendere cioccolato a Parigi, che esercitò per trent'anni creando costosissimi biscotti e torte: presumibilmente anche a forma di uovo durante il periodo pasquale. Altri, invece, sostengono che l’idea provenga dall’America, donde peraltro la pianta del xocoatl, il cacao, è originaria. Di sicuro l’usanza è già attestata tra Germania e Francia ai primi dell’800. Però le uova erano di cioccolato pieno.
 
Le tappe verso il moderno cioccolato
Se sono incerti i veri inizi dell’attuale tradizione dell’uovo di cioccolato, sono certe le tappe compiute da chi, nella storia dell'industria, con genio e inventiva ne ha reso possibile la produzione, oggi.
 
Il cioccolato solido
I primi assaggi di cioccolato solido (che dal ‘600 si sorbiva in Spagna, Italia, Germania, Austria e Svizzera come bevanda) avvennero a Londra nel 1674, anche se probabilmente già in Spagna mangiavano qualcosa di simile.
 
Il cacao in pasta
François Louis Cailler fondò nel 1819 a Vevey il primo stabilimento svizzero per la produzione di cioccolato dove, grazie a un particolare macchinario, il cacao veniva trasformato in pasta manipolabile. La sua cioccolata fu la prima a essere commercializzata in forma di tavolette.
 
La pressa idraulica e il dutching
Fu l’olandese Coenraad van Houte, figlio del celebre produttore Casparus van Houten, a coronare tra il 1825 e il 1828 gli innumerevoli tentativi compiuti dappertutto per separare i grassi (il burro) dalla polvere di cacao, con l’impiego di una pressa idraulica. Perfezionò inoltre il trattamento della massa di cacao con sale alcalino che ha preso il nome di dutching, per raffinare colore e sapore. La materia così trattata diventò una preziosa risorsa per i maestri cioccolatieri europei e mitteleuropei, che poterono approfittare della nuova consistenza assunta dal cioccolato, dandogli nuove forme, dalle pasticche alle tavolette, fino proprio alle uova.
 
Il cioccolato al latte
Chi ama le uova di cioccolato al latte deve invece ringraziare Daniel Peter, che sposò la figlia di Cailler. È lui l’inventore del cioccolato al latte. Il problema di come unire il latte all’impasto di cioccolato era parecchio sentito, in Svizzera, dove l’abbondanza dei pascoli e la qualità del latte avrebbe dato particolare valore all’abbinata, sia per ragioni di gusto che commerciali. La difficoltà stava nel fatto che il latte è liquido. Il Peter pensò quindi di sfruttare il principio di due recenti scoperte, il latte condensato, da poco lanciato negli Stati Uniti, e la “farina di latte” prodotta invece in Svizzera da Henry Nestlé dal 1867. ll suo procedimento, sfruttato in seguito da tutti i produttori, è tutt’oggi valido.
 
Il conciaggio
Fu Rodolphe Lindt, cui si deve la consacrazione del cioccolato come prodotto svizzero, a inventare infine nel 1879 il conciaggio, il processo di lavorazione che rende il cioccolato vellutato e particolarmente morbido al palato rispetto a quello granuloso prodotto fino ad allora.
 
La commercializzazione delle uova di cioccolato
L’avvio della produzione in serie di uova di cioccolato di John Cadbury è datata 1875, pochi anni dopo l’avvio della vendita di massa di scatole di cioccolatini (1868).
 
Il Cluster Cacao e Cioccolato celebra l’epopea del cioccolato con le migliori produzioni da tutti i Paesi del mondo. Eurochocolate è Official Content Provider del Cluster Cacao e Cioccolato.
 

Il primo Master Internazionale in Food Innovation: così ci prepariamo alle sfide del cibo

Innovazione / -

Master Internazionale in Food Innovation
© Tomas Rodriguez/Corbis

Alimentazione, tecnologia e innovazione: questi i contenuti del Master promosso da Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Institute For The Future di Palo Alto e Future Food Institute. Per studiare il cibo e ripensarlo, anche in Expo Milano 2015 e con le aziende della filiera.

Il cibo sostiene, nutre e collega gli uni agli altri. È un mezzo per costruire relazioni, connette le persone attraverso gli oceani, le culture e le economie in modi sempre più complessi. Ma l’abbondanza nella rete alimentare globale coesiste con un sistema pericolosamente squilibrato in cui il numero di persone che soffrono la fame e le persone con gravi problemi d’obesità convivono. Potenziali problemi poi, come la prospettiva di scarsità di acqua e di energia, minacciano di erodere ulteriormente la sicurezza alimentare e la sostenibilità sociale e ambientale del sistema.
Questa complessità è una delle maggiori sfide per l’umanità. Una complessità che viene da sempre affrontata attraverso l’innovazione, dai primi esperimenti col fuoco per la cottura all’evoluzione dei metodi agricoli, dagli impianti più recenti di refrigerazione fino agli sforzi per creare strumenti e tecnologie altamente innovative.
 
Una sfida che richiede figure professionali nuove e preparate.
 
Master Internazionale in Food Innovation: chi lo organizza
Il primo Master Internazionale in Food Innovation è promosso da Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Institute For The Future di Palo Alto, Stati Uniti, e Future Food Institute di Bologna. È dedicato a studenti italiani e internazionali e prende il via nel marzo 2015 per finire a novembre. Tanti i partner internazionali coinvolti, a partire dal Google Food Team, Feastly, Food Tech Connect e Aretè knowledge partner del progetto, Food Tank, Food-X e Youth Food Movement Australia, oltre a numerose aziende della filiera alimentare.
Master Internazionale in Food Innovation: come si svolge
Partendo da marzo per arrivare fino a novembre 2015, è richiesto un impegno full time agli studenti. Il Master prevede una parte teorica realizzata al Food Innovation Space nel cuore di Reggio Emilia con il contributo di docenti di fama internazionale come Caleb Harper, founder del progetto MITCityFarm, opinion leader e imprenditori di successo provenienti da tutto il mondo.
La seconda fase del master si basa su laboratori della durata di 5 mesi sviluppati nell’”officucina”, un maker space creato ad hoc per il Food Innovation Program. In questa fase verranno creati prototipi innovativi di prodotti o servizi sulla base di challenge lanciate dalle aziende partners. Foresight engine e hackathon coinvolgeranno gli studenti, la cittadinanza e le imprese in esperienze formative durante tutto il periodo di Expo Milano 2015. È questa fase la più articolata: cinque mesi di laboratorio incubati all’Esposizione Universale in cui gli studenti potranno contribuire allo studio dei grandi temi proposti.
Oltre alle docenze curricolari sono pianificate lecture tenute da imprenditori di fama internazionale, thought leaders, policy makers e social entrepreneurs che al percorso “tech” aggiungono contenuti “human” e “social”.
 
Master Internazionale in Food Innovation: le coordinate
Il periodo di svolgimento è da marzo 2015 al novembre 2015, più dicembre per tesi a distanza. Impegno full time: circa 6- 8 ore al giorno (percentuale di frequenza obbligatoria 80%). Le iscrizioni sono aperte fino al 6 febbraio 2015. La sede di svolgimento delle attività è il Food Innovation Space di Reggio Emilia, via Spallanzani 1, 42122 Reggio Emilia. La Sede amministrativa/organizzativa del corso è il Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria - Unimore, via Amendola 2 - Pad. Morselli Tel: 0522-522094 - Fax: 0522-522609.
Comitato Scientifico: prof. Matteo Vignoli (Direttore scientifico del Food Innovation Program), prof. Diego Maria Macrì (Unimore), dott.ssa Sara Roversi (Future Food Institute), dott. Francesco Bombardi (REI - FabLab), Ms. Marina Gorbis (Institute For The Future), prof. Nicoletta Cavazza (Unimore).
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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