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Maurizio Riva. Pangea, the table that brings the whole world together at Expo Milano 2015

Sustainability / -

It sends out a powerful symbolic message, but is also the tangible materialization of rare artistic beauty, created using very valuable yet sustainable materials. The placing of Riva1920’s Pangea table right at the center of the Universal Exhibition, at the crossroads between the Cardo and the Decumano, gives Maurizio Riva the chance to explain the values it represents, the materials used and tell us some more interesting facts about it.

Pangea, the table designed by architect Michele De Lucchi and created by Riva 1920 for Expo Milano 2015, is on display in the wonderful and very central Piazza Italia area, at the crossroads between the Cardo and the Decumanus. The project was inspired by and takes its name from Pangaea, as the supercontinent was called, comprising all land above sea-level  250 million years ago, eventually drifting apart to give rise to the continents as we know them today.
 
The table top measures about 80 square meters and is made of kauri, a wood which is 48,000 years old and extracted from swamp subsoil in New Zealand. It weighs about 24,000-29,000 pounds and its making required the work of at least ten people for two months. The table is made up of 19 contoured pieces supported by 271 legs made from “briccole”, as the oak marker posts retrieved from the lagoon of Venice are called. The unusual feature of this wood is that it presents natural “lace patterns”, as it has been bored into by shipworms.
 
The advantage of reuse 
Reuse is a word which comes up again and again in this interview: “The wood dug up in New Zealand is being reused”, Maurizio Riva explained to us, “and the legs and supports come from poles which marked out the channels in the Venice lagoon: all the material is reused.  It was very important not to use any wood that required trees to be cut down”. Central to the realization of this project were the respect for the environment and the safeguarding of our arboreal heritage through their choice of wood, which have always been distinguishing traits of the company.
 
Pangea was used for the Bread Festival  at Expo Milano 2015, but what happens after the Universal Exhibition? “It will come back to Cantù”, Riva tells us, “where it was built, to be put in our museum. Anyone can come and see it, and can sit down on Brazil, or on Australia… And in front of it we will have a 1:5 scale model of Pavilion Zero”.
 
 

Settimana dell’amicizia italoamericana. Vi presentiamo stromboli, muffaletta e pasta fazool

Lifestyle / -

Un eccezionale sguardo dall'interno sulla cucina che gli italiani hanno portato e impiantato in America: ce lo offrono questi divertentissimi approfondimenti di Food Republic.

“Are you ready to mangia?” Si apre così l’invitante speciale pubblicato da Food Republic, un hub americano di news e informazioni sulle nuove culture del cibo. Nell’opera di esplorazione del nuovo lessico gastronomico mondiale, un’intera settimana è stata dedicata all’indagine sui piatti italiani negli Stati Uniti e sull’inevitabile commistione  dovuta alla fusione di culture e linguaggi. A volte, alla confusione.
 
Dalla little Italy di Manhattan alla pizza quadrata
Tra i molti approfondimenti realizzati c’è un reportage dalla Little Italy di Manhattan, il ristorante italoamericano di Jon e Vinny, il ricordo dei fusilli della nonna dello chef di Chicago Tony Mantuano, la pizza quadrata di New York, la curiosa evoluzione dell’Americano (sì, proprio il cocktail) e varie ricette (pasta al nero di seppia, zeppole, le immancabili fettuccine Bolognese di Ed Cotton).
 
Non solo stromboli, muffaletta e pasta fazool: cosa pensa Heinz Beck della parmigiana di pollo e del pane all'aglio
I due pezzi più gustosi sono il video che racconta in meno di un minuto la storia di tre dei più famosi piatti italoamericani - tutti storpiati, muffaletta per muffuletta, e la ripresa della canzone “That’s Amore” in cui Dean Martin cita la “pasta fazool” - e un’esilarante intervista a Heinz Beck che si intitola "Il celebre chef Heinz Beck non ha mai sentito nominare quasi nessuno dei piatti italo-americani". In effetti, in un menù in cui si leggesse “pane all’aglio”, “parmigiana di pollo”, “spaghetti e polpette”, nessun italiano vi ritroverebbe né nomi né sapori della madrepatria. Le risposte di Beck sono trancianti. “Ha mai mangiato una parmigiana di pollo?” “Mai, in Italia”. “Ma l’ha mai sentita nominare?” “No, no”. “E la salsa Alfredo?” “No. Salsa Alfredo? Ma vi piace la salsa Alfredo?”. “Che ci dice degli ziti?” “Ziti?” e così via.
 
L’intervista si conclude con il pane all’aglio molto diffuso per i sandwich in Usa ma assai meno - se non sconosciuto del tutto - qui da noi. “Pane all’aglio? - risponde Beck - Forse si trova da qualche parte, non è comune. Penso che lo sia più in America che in Italia. Ma comunque l’aglio non è cattivo, da mangiare. Il problema è il giorno dopo. Dipende con chi ti incontri”. 
 
 

Prodotto Interno Qualità, in Italia è il 46,9% del PIL

Economia / -

Il PIQ, Prodotto Interno Qualità, è stato elaborato da Fondazione Symbola per distillare la parte del PIL che rappresenta le eccellenze produttive a maggior valore aggiunto
© Tim Pannell/Corbis

L’ultima edizione del PIQ di Fondazione Symbola (riferita al 2010) conferma che, per reagire alla crisi, il sistema produttivo italiano sta rivedendo radicalmente tutti i propri parametri. Ora si attendono a breve i risultati dell’edizione 2015 e il focus sul settore olio.

Quanto pesano nell’economia nazionale le produzioni di beni e servizi di qualità? Sulla scia della riflessione per trovare nuovi indicatori da affiancare al PIL, Unioncamere e Fondazione Symbola per le Qualità Italiane hanno elaborato un nuovo strumento, il PIQ, il Prodotto Interno Qualità, formulato per analizzare meglio il livello di qualificazione dei sistemi produttivi. 
Nell’ultimo decennio, la progressiva globalizzazione dei mercati e l’emergere di Paesi di nuova industrializzazione hanno imposto un ripensamento del modello di sviluppo fino ad allora dominante. Questa riflessione ha coinvolto in primis i Paesi ad economia avanzata che, di fronte ad una concorrenza sempre più agguerrita delle nuove economie emergenti, basata su beni a basso valore aggiunto, hanno puntato su una progressiva qualificazione delle proprie produzioni. L’accendersi della concorrenza internazionale eleva così il ruolo della qualità ad unico driver che permette di sostenere i livelli di competitività sui mercati. Non si tratta solo di accrescere il contributo di qualità all’interno della produzione di ricchezza, ma di sostenerne la sua diffusione lungo tutto il sistema produttivo, per prmuovere processi di sviluppo che, soprattutto nel lungo periodo, sappiano anche favorire una crescita quantitativa dell’economia. Questa riflessione ha coinvolto in primis i Paesi cosiddetti “maturi” che, di fronte a una concorrenza sempre più agguerrita basata su beni a basso valore aggiunto, hanno puntato su una progressiva qualificazione delle proprie produzioni. Nelle economie avanzate, infatti, l’esigenza non è più tanto quella di aumentare il PIL, ma di elevarne la qualità. “Anche l’Italia, ovviamente - commenta Domenico Sturabotti, Direttore Generale di Fondazione Symbola - si inserisce in questo processo: per il nostro Paese, in realtà, si tratta di rinnovare quella vocazione alla qualità che da sempre è inscritta nel suo DNA. Una vocazione in grado di conciliare modernizzazione e produzione di ricchezza e coesione sociale. Sotto questa spinta, negli ultimi anni, la struttura dell’economia italiana ha subìto una significativa trasformazione: molte imprese incapaci di reggere l’urto della competizione globale sono, purtroppo, scomparse; altre, invece, si sono rafforzate proprio grazie alla produzione di beni ad alto valore aggiunto, intercettando la crescente domanda di beni di alta qualità proveniente, in parte, dagli stessi Paesi emergenti”. 
 
Quanto vale il nostro PIQ
Il PIQ nasce per leggere proprio questo processo di trasformazione nel segno della qualità. Per entrare nel merito, il PIQ si esprime in termini percentuali come quota del PIL riconducibile alla produzione di qualità a livello ambientale, di innovazione o di competitività, al netto di tutte le esternalità negative.  
L’ultima edizione, riferita al 2010, stimava nel 46,9% il valore aggiunto prodotto a livello complessivo dall’Italia. In termini assoluti, si tratta di 441.869 milioni di euro, cifra in crescita rispetto all’edizione precedente. Una conferma di come il sistema produttivo italiano abbia orientato le sue strategie di contrasto alla crisi economica intraprendendo profondi percorsi di ristrutturazione dei processi.
Insomma, il PIL non cresce, ma almeno sembrerebbe concentrarsi verso i settori più sani e trainanti, stando ai calcoli di Symbola.
Dall’analisi 2010, confermata da altri studi condotti dalla fondazione, emerge infatti una “convergenza di sistema” verso livelli di qualità sempre più elevati: attività industriali di rilievo come la chimica, la meccanica, l’elettronica e i mezzi di trasporto si distinguono per produzioni di qualità molto significative, in percentuali non lontane da quanto rilevato per le attività tradizionalmente più caratterizzanti del made in Italy, dall’alimentare alla moda fino all’arredamento. 
Nello specifico, partendo dall’individuazione di una serie di indicatori settoriali delle varie dimensioni della qualità (professionalità, innovatività, solidità, relazionalità, ecc.), si è arrivati a stimare per ciascuna attività economica la quota parte di valore aggiunto. La somma delle quote così ottenute è il PIQ dell’economia italiana. 
“La qualificazione delle competenze è un sinonimo di qualità e rientra nel calcolo del PIQ – esemplifica Sturabotti -. Viceversa, la scarsa o assente valorizzazione del capitale umano è tipica delle produzioni a basso costo e va quindi espunta”.
La metodologia ideata permette così di individuare un’ampia area di "non-qualità" o di qualità insufficiente (purtroppo ancora pari al 53,1%), alla quale si aggiunge tutto ciò che viene prodotto con l’utilizzo di lavoro irregolare o nell’ambito dell’economia sommersa, che danneggia i cittadini e le tante imprese che operano in modo corretto e nel rispetto delle regole.
 
Un metodo scientifico e modulabile
“Un aspetto a favore del PIQ è la sua applicabilità a singole regioni, come abbiamo fatto per Lazio e Toscana, e a singoli settori – assicura Sturabotti -. Restringendo per esempio il campo al comparto vitivinicolo, si rileva una grande capacità imprenditoriale, che ha saputo incorporare nella produzione sostenibilità, comunicazione, design. Se avessimo già formulato il PIQ nella metà degli anni Ottanta, tutti questi aspetti sarebbero risultati assenti o quasi. Naturalmente le variazioni del PIQ richiedono una dimensione temporale ampia, perché l’investimento sulla qualità porta frutto nel lungo periodo”.
E per dare sempre più sostanza al proprio metodo e confermare la bontà dei propri parametri, Fondazione Symbola, che sta elaborando l’edizione 2015, sta per pubblicare anche un’indagine settoriale, in collaborazione con INEA-Istituto nazionale di economia agraria, sul business olivicolo.
 

Over a million people are already #FoodConscious. What about you?

The ExpoNet Manifesto