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The other half of the Planet. The challenges, messages and proposals from the Women's Weeks

Economia / -

 
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Emma Bonino
Marta Dassù
Vicente Loscertales
Michelle Bachelet
Ada Lucia de Cesaris
Albina Assis Africano
Ana Maria Baiardi
Anilda ibrahimi
Anita Nair
Arancha Gonzalez
Camilla Baresani
Catia Bastioli
Clara Sanchez
Claudia Parzani
Claudia Sorlini
Cristiana Capotondi
Cristina Alberini
Danielle Gould
Danielle Nierenberg
Diana Bracco
Diane Hatz
Giovanna Melandri
Ertharin Cousin
Fanni Weisz
Fiona May
Gunter Pauli
Ilaria Capua
Jacqueline Franjou
Janet Maro
Khalida Brohi
Kristalina Georgieva
Lidia Bastianich
Laura Safer Espinoza
Lella Costa
Letizia Moratti
Marcela Villareal
Maria Elena Boschi
Maurizia Cacciatori
Muhammed Yunus
Nina Luzzato Gardner
Orietta Maria Varnelli
Patrizia Fracassi
Rose Sakala
Serena Dandini
Simonetta Agnello Hornby
Sonia Massari
Troum Yikpende
Vandana Shiva

The Women's Weeks were two intense, constructive and exciting weeks at Expo Milano 2015. Strong messages, clear proposals and concrete testimonies were given by the women and men who participated in over 50 international events, debates, concerts, readings and performances. Here is the story in words and pictures of what took place between June 29 to July 10 and the significance of this great legacy for the future.

"The alliance that was born in Milan is also, perhaps above all, a shared effort to increase awareness of the costs of excluding women." This is how Emma Bonino and Marta Dassù opened the Women's Weeks, two intense, exciting, and important weeks due to the messages they conveyed, the caliber of the guests, and the significant legacy that they leave for the next Universal Expositions. Starting from Dubai in 2020.

Luca Bressan. Contro la globalizzazione dell'indifferenza, globalizziamo l'amore

Cultura / -

CF Bressan imm cover
© Andrea Nuzzi

Il cibo può diventare un potente strumento di condivisione e rispetto tra i popoli e oggi più che mai è necessario, per la sopravvivenza del Pianeta, tornare a parlare di ecologia e di tutela dei prodotti alimentari. Lo afferma il Vicario Episcopale della Diocesi di Milano, coordinatore del tavolo tematico sul dialogo interreligioso “Il cibo dello spirito” per la costituzione della Carta di Milano.

Qual è la definizione di felicità per il cattolicesimo e qual è la dieta che contribuisce a nutrirla?
La definizione di felicità la rubiamo, tra virgolette, agli ebrei perché la prendiamo dall’Antico Testamento, cioè dalle scritture ebraiche. La rubiamo al profeta Isaia che Gesù cita poco primo di morire nell’ultima cena, nel grande banchetto di comunione che Dio indice e dove raduna tutti i popoli. La felicità è la grande comunione che vede delle persone che si riuniscono insieme senza paura e che riconoscono la diversità come differenza. La gioia è legata a questa pienezza dei popoli capaci di nutrirsi l’un l’altro.
 
Quindi la dieta metaforica per la felicità è la condivisione con l’Altro?
In questo senso, il concetto tecnico di cattolico è che “tutti vengono radunati”. Inoltre, a proposito di dieta, dobbiamo dire che il cristianesimo non vieta più nessun cibo, a differenza di tutte le altre religioni. Noi la dieta ce l’abbiamo più sulla quantità, non sulla qualità.
 
Qual è il significato del digiuno della religione cattolica?
Innanzi tutto dobbiamo fare autocritica. Negli ultimi 40-50 anni, soprattutto in seguito alla crisi culturale del 1968 e a tutto il processo di secolarizzazione, abbiamo perso quello che era un processo fondamentale per scrivere la fede nel corpo, cioè il digiuno e l’astinenza. L’idea di rinunciare alla carne o a tutto il cibo in alcuni momenti della Quaresima, serviva per ribadire che c’è qualcosa di più importante del cibo. Il digiuno serve per arrivare concentrati alla memoria della morte di Dio e della sua resurrezione.
 
Come viene rappresentato il cibo nella sua religione e quali sono le sue caratteristiche salienti?
Ci sono vari livelli di rappresentazione. Innanzi tutto, il pane e il vino sono il segno della presenza di Dio tra di noi. Gesù si è consegnato dicendo “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” per cui gli alimenti quotidiani manifestano questa presenza. Allo stesso tempo, il cibo ci permette il pellegrinaggio verso il regno di Dio, quindi è anche un grande strumento di viaggio. Il cibo è condivisione, pensiamo alla manna del deserto, ma è anche il mezzo per dire che Dio ci ama. Gesù moltiplicava il pane, ma rassicurava anche i suoi discepoli affamati dicendo loro di non preoccuparsi della fame, ma del lievito dei farisei. Con lievito, Gesù intendeva la rabbia dei farisei che montava. Il cibo, da questo punto di vista, diventa anche un grande mediatore delle emozioni.
 
Ha delle particolari curiosità da raccontare riferite ad una specifica tradizione o un aneddoto riguardante un alimento particolare?
Durante Expo Milano 2015, vorremmo riprendere e far conoscere l’esperienza, la capacità e la saggezza che hanno avuto i monaci nel vivere il rapporto con la natura e con l’agricoltura. Prima ancora dei canali di Leonardo da Vinci, la pianura padana è stata bonificata dai canali costruiti dai monaci a Sud di Milano. I monaci benedettini hanno creato una regola che metteva insieme, con equilibrio, contemplazione, conoscenza, custodia, lavoro e amore per cibo.
 
Il cibo, nella religione cattolica, rappresenta temi importanti come il legame con la famiglia, la gioia e la condivisione. Ho dimenticato qualche concetto saliente?
Il cibo rappresenta sicuramente il nostro rapporto con Dio, tanto è vero che il demonio tenta Gesù dopo il suo digiuno dicendogli: “Trasforma le pietre in pane”. Lui ricorda che l’uomo non vive di solo pane, che è anche il titolo della presenza della Santa Sede in Expo Milano 2015. Il rapporto con il cibo, che è importante, ci ricorda che il rapporto con Dio è ancora più fondamentale.
 
Oggi il sistema agricolo di produzione del cibo sta rovinando il Pianeta. Quanto è importante la modalità di produzione del cibo per la religione cattolica?
Il cristianesimo è cresciuto con lo sviluppo dell’Occidente. Non ci ponevamo questo problema perché non lo si vedeva. Ma man mano che si è sviluppato, la stessa fede cristiana ha sviluppato una riflessione sull’ecologia. Benedetto XVI e Papa Francesco continuano a parlare di un’ecologia dell’essere umano nella sua interezza che sia al centro di tutto il processo produttivo. In questa ottica, alla Chiesa cattolica piacerebbe che Expo Milano 2015 fosse il luogo in cui organizzare una riflessione sugli organismi geneticamente modificati, un dibattito serio, capace di superare le tensioni e le unilateralizzazioni ideolgiche che si possono notare in molte prese di posizione sulla questione. La nostra fede ci dice che il creato ci è stato consegnato perché lo coltivassimo e lo custodissimo. Se alcune scoperte possono servirci, è gusto usarle, ma devono servire alle persone e al creato, non alimentare gli interessi di pochi. Dobbiamo accorgerci del paradosso che viviamo a livello di cibo, ovvero del fatto che siamo capaci di produrre cibo per tutti, e al tempo stesso abbiamo un mondo in cui molti muoiono ancora di fame.
 
Nel suo libro condanna il consumismo e lo spreco di cibo.
Dall’inizio, la Chiesa ha sempre condannato il consumismo. Dobbiamo imparare a usare quello che ci regala il creato come fosse un dono; tutto deve essere visto come uno strumento che ci conduce verso Dio. Abbiamo una capacità produttiva che potrebbe sfamare il mondo, ma in realtà c’è ancora tanta fame e questo ci dice che non siamo ancora maturi come esseri umani. Come dice il Papa, la questione della fame nel mondo non è solo una questione morale, etico, di ingiusta distribuzione, ma è un problema antropologico. Lui dice: se ci venisse in mente che chi muore di fame è un essere umano come noi, non rimarremmo indifferenti. Come possiamo guardare negli occhi uno che sta morendo di fame e rimanere indifferenti? A quello che Papa Francesco definisce “la globalizzazione dell’ indifferenza”, noi dobbiamo contrapporre la globalizzazione dell'amore.
 
 

Gary Gardner. Acqua e terra, risorse a rischio

Economia / -

Gary Gardner, senior fellow di Worldwatch Institute

L’autorevole studioso, senior fellow del Worldwatch Institute – che ha contribuito all’edizione 2014 del volume “State of the world” - mette in guardia: le risorse agricole scarseggiano o sono mal sfruttate. Per garantire l’accesso al cibo reclamato dalla FAO serve quindi una governance etica dell’agricoltura, che preservi il sistema alimentare dalle mere leggi di mercato.

Perché la perdita delle risorse agricole  di cui si parla nello State of the World 2014 edito dal Worldwatch Institute  è una minaccia globale?
Perché compromette la capacità di generare il più importante prodotto dell’economia globale: il nostro cibo. Accresce inoltre le possibilità che alcuni Paesi debbano dipendere dai mercati internazionali per nutrirsi, mettendo queste nazioni in posizione di crescente vulnerabilità.
 
Un caso emblematico di perdita delle risorse naturali è la regione in cui lei vive, la California, che sta soffrendo una siccità particolarmente grave. Qui – come in molte altre aree del mondo  alla scarsità d’acqua si sommano il degrado dei terreni agricoli e il cambiamento climatico. Quali sono le conseguenze economiche di questo fenomeno?
In California, la peggior siccità degli ultimi cent’anni ha messo in ginocchio gli agricoltori. Tre anni di piogge scarse hanno ridotto del 36% la disponibilità di acque di superficie a uso agricolo, costringendo a ricorrere alla falda. Ma anche l'acqua di falda aggiuntiva non è bastata. Così 173mila ettari di terra irrigata, circa il 5% del territorio agricolo, è stato lasciato a maggese. Il costo economico è stimabile in 2,2 miliardi di dollari e 17mila posti di lavoro persi.
 
L’irrigazione impiega il 16% dell’acqua per produrre il 44% del cibo del mondo. Il cambiamento climatico, però, sta compromettendo le riserve idriche. Quali sono i principali fattori che causano la scarsità d'acqua?
Si possono riscontrare quattro fattori principali.
Un driver della scarsità idrica è la crescita demografica. 
L’acqua è una risorsa rinnovabile, ma la disponibilità di acqua dolce è generalmente predefinita nella maggior parte dei Paesi. Quando le popolazioni crescono, l’ammontare pro capite diminuisce. 
Ma ci sono anche fattori economici. Se alcuni Paesi esportano merci che richiedono un consumo idrico intensivo - come i prodotti agricoli – questi Paesi stanno sostanzialmente esportando acqua, e questo può mettere sotto pressione le scorte di quella nazione. 
Anche i fattori fisici hanno un ruolo nel determinare la scarsità idrica. Se l’acqua di falda è sovrasfruttata (ovvero ne viene estratta più di quella compensata dalle piogge) si riduce o addirittura si elimina una riserva importante. Al momento, circa il 20% delle falde mondiali è sovrasfruttato. Attraverso l’uso di satelliti, è stato rilevato per esempio che, tra il 2003 e il 2011, il Tigri e l’Eufrate hanno perso tanta acqua quanta ne può contenere il Mar Morto e il 60% di questo calo è dovuto al sovrasfruttamento. 
In ultima analisi, il cambiamento climatico può produrre scarsità idrica, sia generando siccità, sia riducendo il manto nevoso, una riserva naturale il cui scioglimento in primavera ed estate è una fonte d’acqua in molte regioni. In California, si prevede che il manto nevoso si ridurrà di una percentuale tra il 12 e il 40% entro la metà del secolo, e del 90% nel 2100. Uno studio condotto nel 2012 su 405 bacini fluviali, che garantiscono il 75% dell’irrigazione globale, riscontrava una grave carenza idrica almeno per un mese l’anno in circa 200 di questi bacini, per sei mesi l’anno in 35 bacini.
 
La domanda di cibo è destinata ad aumentare del 60% entro il 2050, ma lo stesso Ipcc stima che ci sarà un calo delle rese agricole nette a livello globale dello 0,2% ogni dieci anni (quindi del 2% ogni secolo). Dal 15 al 24% dei terreni globali sono soggetti a degrado, ma la domanda dovrebbe aumentare del 14% per ogni decennio. Come affrontare queste sfide?
Il sistema agricolo globale avrebbe tre grandi ‘riserve’ di cibo alle quali poter attingere in caso di scarsità: i raccolti attualmente destinati agli allevamenti, quelli utilizzati per I biocombustibili, e gli sprechi di cibo. 
Più di un terzo dei raccolti di cereali nel mondo è stato utilizzato per produrre carne nel 2014. La produzione di biocarburanti ‘si mangia’ circa il 40% dei farinacei negli Stati Uniti, il 50% della barbabietola da zucchero in Brasile, e l’80% della produzione di olio di semi nell’Unione Europea. 
Nel frattempo, circa un terzo del cibo prodotto nel mondo è sprecato: negli allevamenti, in produzione, nella distribuzione o nei consumi domestici. 
Tra queste tre grandi riserve di cibo, c’è ampio spazio per recuperare le perdite di produzione dovute al degrado del suolo.
Ma è quello che si sta facendo? I consumatori dei Paesi ricchi sono preparati a ridurre i propri consumi di carne? I programmi di biocarburante saranno ridimensionati, anche via via che le fonti fossili diventano più scarse? E come persuadere produttori e consumatori a ridurre lo spreco di cibo? Anche se queste riserve sono ampie, il loro uso può essere limitato da considerazioni di tipo politico.
 
Lei ha dichiarato che negli ultimi 25 anni gli Stati Uniti hanno perso una superficie agricola pari allo Stato dell’Indiana e solo in California, tra il 2008 e il 2010, è stata persa un'area corrispondente ai tre quarti di San Francisco. Molte zone agricole vengono destinate allo sviluppo urbano. Quali risposte sono proponibili?
Si possono portare avanti alcune soluzioni tecniche ed economiche. Riguardo alla scarsità idrica, per esempio, l’irrigazione a goccia può produrre grande efficienza, e anche gli agricoltori possono essere spinti a scegliere colture che richiedono meno acqua. Ma più in generale, bisognerebbe considerare le risorse agricole come strategiche, invece di trattarle come commodity a condizioni di mercato, così da creare incentivi per la loro conservazione. Facilitazioni alle fattorie di proprietà privata, per esempio, potrebbero assicurare che non venga venduto terreno produttivo per l’urbanizzazione o per altri sviluppi non agricoli. Allo stesso modo, il cibo non dovrebbe essere una mera commodity di mercato. Dovrebbero essere previste misure di protezione per assicurare forniture  adeguate e per evitare oscillazioni di prezzo eccessivamente altalenanti. 
 
Che tipo di governance serve per garantire l’accesso al cibo?
In tempi recenti, un interessante sviluppo è stata l’enunciazione del ‘diritto al cibo’. La FAO ha introdotto questo concetto nel 2004 con l’adozione delle Linee Guida sul Diritto al Cibo, e almeno 28 nazioni ne fanno esplicita menzione  nelle proprie carte costituzionali. Potrebbe essere necessario codificare la food security anche negli accordi commerciali internazionali, in modo che il cibo non possa essere trattenuto per ragioni politiche.
 
 

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