Messico

Tante opere d’arte in una pannocchia di mais

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Il Padiglione del Messico – progettato da Francisco López Guerra – era ben riconoscibile dall’esterno per la forma, una pannocchia che nasceva da un intreccio di foglie di granturco essiccate, chiaro riferimento a uno dei simboli della cultura gastronomica messicana. Il mais, infatti, è originario proprio di questo Paese e dal 2010 l’Unesco lo ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Le pareti a forma di totomoxtle (la foglia essiccata di mais in lingua nahuátl), realizzate in tessuto trasparente, filtravano la luce naturale, illuminando gli spazi. All’ingresso si trovava una grande magnolia da cui partiva un canale d’acqua che, insieme al giardino adiacente, evocava le chinampas, le isole artificiali che i toltechi creavano nei laghi e che diedero un forte impulso allo sviluppo dell’agricoltura. Sui tavolini intorno alla magnolia, un bar serviva da bere insieme agli antojitos, il tipico cibo di strada messicano.
Tante opere d’arte per un Padiglione – museo
Superata la rampa d’ingresso, nel cuore del Padiglione si trovava “Lluvia”, una fontana con una cascata alimentata da un flusso circolare di acqua realizzata dall’artista visuale Maria José de la Macorra. Questa era solo la prima delle numerose opere d’arte che il Messico ospitava nel proprio Padiglione a Expo Milano 2015. L’acqua scorreva innescando il movimento di collane simboleggianti i chicchi di mais, mentre il suono rimandava alla pioggia.
Al terzo piano si trovava un racconto per immagini della biodiversità del Messico, attraverso un gioco virtuale di schermi e colori, al quale faceva da contraltare Especies endémicas de México, l’opera di Alejandro Pintado rappresentante alcune specie endemiche di piante e animali.
Salendo di un piano, era di scena un dialogo tra un’opera caratteristica della cultura centroamericana (la statua di Macuilxochitl, il principe dei cinque fiori) e due sculture di ossidiana di artisti contemporanei, mentre sullo sfondo si alternavano due video: uno riguardante la nascita e la crescita del mais come fonte di vita e di energia spirituale, l’altro costituito da un collage di immagini sul tema dell’identità alimentare messicana tratte da spezzoni di classici film.
Cucchiai di legno e visioni inquietanti nell’ultima sala
Al livello superiore, la sala era sovrastata da un’installazione di Alejandro Machorro: 4.700 cucchiai di legno che ricoprivano il soffitto, facendo da cornice musicale ai due Alberi della Vita realizzati dai maestri artigiani di Metepec, e al quadro Árbol Nodriza. Seguiva una visione inquietante di Chichihuacuauhco, il mito nahuátl degli uomini che tornano bambini nutrendosi dei frutti di un albero sacro. Qui era previsto uno spazio in cui sei dei 32 Stati federali messicani esponevano – un mese per uno – mostre e installazioni temporanee dedicate alle specificità dei singoli territori.
Sul fondo della sala, nel set gastronomico virtuale e interattivo, gli chef del Paese guidavano il visitatore alla scoperta delle ricette e degli ingredienti che hanno reso la cucina messicana famosa nel mondo. La penultima rampa, immersa fra cactus e reguiletes (tipiche girandole colorate), portava sulla terrazza. Dopo un ampio giardino di piante native, si poteva gustare una cena al ristorante “Besame mucho”, che offriva la cucina messicana rivisitata dai migliori cuochi del Paese.