Ungheria

Il giardino della vita custodisce anche la cultura

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Era difficile resistere all’intenso profumo di cannella proveniente dal Padiglione dell’Ungheria, che incuriosiva i visitatori con un dolce tipico della tradizione, il kürtőskalács, e li accoglieva in un grande giardino che ospitava la “Vita”. L’edificio intitolato appunto “Il Giardino della Vita”, ideato da Sándor Sárkány, si sviluppava su tre piani e conteneva elementi simbolici legati all’architettura organica. La parte anteriore e posteriore dell’edificio aveva forma circolare e riprendeva quella di un gigantesco tamburo sciamanico, mentre la parte centrale era ispirata all’Arca di Noè. Tante tipologie di frutta, verdura, erbe aromatiche e piante medicinali provenienti direttamente dall’Ungheria e tutte rigorosamente no OGM, circondavano esternamente l’intero Padiglione e gli conferivano la linfa vitale.

I tamburi sciamanici aprivano e chiudevano il percorso di visita
I tamburi sciamanici presenti all’entrata e all’uscita accompagnavano i visitatori e simboleggiavano un rapporto mistico con la natura: gli sciamani sanno bene come prendersi cura dell’ambiente e rappresentano un tramite con la vita spirituale. La facciata del tamburo riproponeva il simbolo antico e universale dell’albero della vita, all’interno del quale scorre la preziosa acqua ungherese e l’uccellino della paprika che sottolineava l’importanza di questo ingrediente coltivato in Ungheria ed esportato all’estero.

All’interno del tamburo l’Ungheria si raccontava
Erede di una sofisticata cultura dell’acqua, l’Ungheria è famosa per le sue numerose sorgenti fonti termali che la rendono unica in Europa. Nel tamburo d’ingresso, sulla destra, era presente una fontana, mentre la parte sinistra era dedicata alle attrazioni turistiche: alcuni monitor interattivi permettevano di scoprire le spa più belle e di prenotare direttamente una camera, oppure di conoscere le diverse tipologie di vino ungherese, prodotto da ben ventidue regioni. Alzando lo sguardo, si notavano alcuni manufatti artistici donati per l’occasione da differenti artisti ungheresi. Nel piazzale antistante il Padiglione, invece, c’erano le bancarelle che permettevano a diversi artigiani di poter esporre i propri prodotti.

Nell’Arca di Noè artigianato e cultura
Entrando nella parte centrale del Padiglione ci si ritrovava in una specie di Arca di Noè: una struttura concava che custodiva e raccontava la cultura ungherese e le sue differenti espressioni artistiche, attraverso concerti di musica classica e non solo, balli soprattutto folkloristici e mostre d’arte contemporanea. Sulla sinistra, diversi stand esponevano i prodotti locali e sulla parete la vita ungherese era ritratta in alcune foto d’epoca; sulla parte in alto a destra, invece, erano esposte alcune fotografie dedicate all’acqua. Era possibile ammirare anche il vaso Zsolnoy, realizzato per l’Esposizione Universale di Milano del 1906, l’unico oggetto sopravvissuto al terribile incendio che distrusse il Padiglione ungherese. Lungo tutto il soffitto penzolavano piantine di paprika, ordinate in file, che davano un tocco di colore al Padiglione.

Il pianoforte Bogányl, l’attrazione principale del Padiglione
Emblema della cultura e attrazione principale del Padiglione era il formidabile pianoforte da concerto Bogànyl, che prende il nome dal pianista ungherese di fama mondiale Gergely Bogànyl che l’ha realizzato assieme ai suoi collaboratori (ci sono voluti sette anni di lavoro!), e che ogni tanto faceva un salto nel Padiglione per suonarlo. La forma esterna del pianoforte Bogànyl è molto particolare mentre la cassa, realizzata in fibre di carbonio, produce un suono molto potente. Il palchetto presente nella parte finale dell’arca era destinato, in particolare, all’approfondimento della musica folkloristica e dei suoi particolari strumenti.

La sala dei tamburi tra terra e cielo
Assieme alla paprika, il miele d’acacia è un prodotto molto esportato. Lo shop al primo piano consentiva di acquistarne, insieme a diversi prodotti, tra cui il cubo di Rubik, celebre rompicapo inventato nel 1974 da Ernő Rubik, professore di architettura e scultore ungherese. Salendo al secondo piano del Padiglione, si accedeva alla bellissima terrazza all’aperto, che rappresentava l’essenza del giardino della vita, perché era la parte più vicina al cielo. Ma prima di godere del panorama valeva la pena fermarsi nella sala più suggestiva del Padiglione, quella dei tamburi sciamanici: dalla pianta appesa al soffitto cadeva l’acqua che picchiava sui tamburi e poi scivolava sul pavimento ricoperto di grano per permettergli di crescere, questa installazione simboleggiava la continuità tra il cielo e la terra e il perpetrarsi della vita.

Scopri il Padiglione Ungheria nell’archivio di Expo Milano 2015